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"Li tammurinara" a CVetrano tra storia e aneddoti. Ricordando Cicciu Misuraca, “Mariddu" e non solo

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di: Luigi Simanella - del 2016-10-10

Immagine articolo: "Li tammurinara" a CVetrano tra storia e aneddoti. Ricordando Cicciu Misuraca, “Mariddu" e non solo
  • Un personaggio atipico della Castelvetrano folklorico-musicale di quel tempo era lu tammurinaru tamburino.

    Il primo che possiamo ricordare fu Mario Pompei, detto “Mariddu lu tammurinaru”. Molto bravo col tamburo, era chiamato anche quando qualcuno rubava un animale (lu sceccu o la crapa - l’asino o la pecora).

    Egli, dopo un’energica tamburinata per le vie di Castelvetrano, abbanniava gridava a voce alta: “Va datici lu mulu” “Restituite l’asino” oppure “Va datici la crapa, a cu l’ha truvatu” “Restituite la capra chi l’ha trovata”, secondo l’animale rubato.

    Quando un allevatore scannava macellava una mucca, impegnava Mariddu che per l’occasione, girando per le strade e soffermandosi maggiormente a qualche quadrivio, abbanniava: “Va manciativi la carni di vitedda a lu mircatu di li pisci” “Andate a mangiare la carne di vitello al mercato dei pesci”.

    Questa era una carne di bassa macellazione, cioè da animale o non più produttivo o che si era infortunato. Il mercato, sito in via San Martino, era utilizzato per la vendita sia del pesce fresco della vicina Selinunte sia della carne macellata.

    La loggia che lo ospitava era stata costruita alla fine dell’‘800 per dare la possibilità ai venditori di pesce di ritrovarsi a la chiazza in piazza, unico punto d’incontro per la vendita di tutti i prodotti commestibili.

    Oggi a gestire quei locali, ancora in perfetto stato di conservazione grazie a degli interventi mirati, è l’Associazione Culturale “Agave” il cui presidente, avvocato Elio Indelicato, li ha destinati per incentivare la cultura e il gusto. Da qui il nome di “Loggiato dei Saperi e dei Sapori”.

    Un altro intervento di Mariddu era quando si smarriva un bambino e lui abbanniava: “A cu ha truvatu un picciliddu va daticcillu a la matri” “Chi ha trovato un bambino lo restituisca alla madre”. Con Mario Pompei collaboravano anche il fratello Calcedonio e, in seguito, il figlio Giovanni, oggi tutti deceduti. Un altro notissimo tammurinaru è stato Francesco (Cicciu) Misuraca (in foto).

    Egli aveva imparato a suonare il tamburo alla calatafimara. Il metodo l’aveva appreso da un maestro di tamburo, tal Michele Lentini proveniente, per l’appunto, da Calatafimi. I vari comitati organizzatori delle feste patronali, impegnavano lu ‘zu Cicciu proprio per la bravura con la quale egli batteva le due bacchette sulla pelle del tamburo e per i ritmi che riusciva a produrre, incessanti e senza alcuna pausa.

    Alternando le due bacchette in una sequenza di rimbalzi multipli che si susseguivano, era in grado d’eseguire il rullo pressato, o orchestrale, che si sente nelle sinfonie o nella musica classica in generale.

    Misuraca con tutta la sua famiglia riceveva l’incarico, da parte sia del comune sia delle varie associazioni, d’organizzare a Castelvetrano anche lu jocu di focu i  giochi pirotecnici. Non posso dimenticare, infine, Filippo Pellicane che annunziava, col suo battere cadenzato e incisivo, le processioni e tutte le manifestazioni più importanti che si svolgevano a Castelvetrano.

    L’ultimo tammurinaro che è rimasto in attività è stato Vincenzo Di Gregorio, meglio noto come lu pignaru venditore di pigne, poiché il padre andava a raccogliere li pigna in campagna. L’introduceva nel forno a legna per farli aprire, dopo di che si sistemava a la chiazza e li vendeva a uno a uno o soltanto i pinoli: “Un cuppiteddu deci centesimi” “Un cartoccio dieci centesimi”.

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