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Tra carrozze di un tempo e cavalli. Ricordando "Lu ‘zu Cicciu" e il suo "Mirrino"

di: Luigi Simanella - del 2016-12-21

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  • In un mio precedente articolo ho parlato della figura dello ’gnuri, il conduttore di carrozze o cocchiere o vetturino. A Castelvetrano erano diverse le famiglie che vivevano (forse sarebbe più corretto dire campavano) scarrozzando i loro clienti per le vie, allora non ancora asfaltate, del paese: Accardi, Cannata, Craparotta, Fiordaliso, Musso, Scarpinati e Sciuto. C’era anche un certo don Biagino, detto l’arsuliaru poiché vendeva l'arsolio (petrolio per accendere i lumi d’allora), con il figlio.

    Racconterò per tutti la storia dei Sciuto, in particolare quella di Francesco.

    Egli era noto come Cicciu Lo Sciuto, poiché a Castelvetrano ancora oggi molti Sciuto sono confusi con Lo Sciuto. Lu ‘zu Cicciu iniziò la sua carriera di ’gnuri il 17 agosto del 1949, giorno in cui acquistò il suo primo cavallo che chiamò Mirrino, un bell’animale dal pelo bianco.

    A Mirrino seguì Fofò un baio che, però, s’imbizzarriva facilmente ed era un pericolo per le persone. Fu, quindi, sostituito con Ginuzzu, un sauro dalla lunga criniera. Lu ‘zu Cicciu l’aveva comprato da un contadino e addestrato per tirare la carrozza.

    Il figlio Orazio mi racconta: “Ginuzzu è stato un cavallo eccezionale, molto mansueto; si faceva facilmente accarezzare e con gli anni è diventato un amico inseparabile per mio padre. Sembrava che gli mancasse la parola. Gli è stato di grande aiuto e quando lui, intirizzito dal freddo e fradicio di pioggia, beveva qualche bicchiere di vino di troppo lo riportava a casa da solo riconoscendo dal tiro delle redini ch’era giunta l’ora di rientrare.

    Conosceva a memoria il percorso: da lu chianu di la Matrici scendendo per via Pietro Colletta (la strata di li scarpara) e poi via Ruggero Settimo, arrivava a casa nostra nella via Fabio Filzi dietro la chiesa di la Batìa, fermandosi davanti all’uscio di casa.

    Io e mio fratello Gaspare aprivamo il portone e lui entrava, pronto a “farisi spaiari” farsi staccare dalla carrozza. Durante le calde e afose giornate estive io e mio fratello, durante l’ora del pranzo, ci alternavamo a cacciargli via “li muschi cavaddini” le mosche cavalline che lo infastidivano tanto. Aveva una bella e lunga criniera che mio padre trasformava, per gioco, in treccine finemente elaborate.

    Il mio compito era di sistemargli tutti i giorni il posto dove solitamente riposava. Da sotto la mangiatoia tiravo fuori la paglia e la stendevo per la stalla. Gli preparavo, poi, la littèra. Era uno spettacolo vederlo sdraiarsi di fianco e rialzarsi la mattina seguente tutto d’un colpo.

    In quegli anni non c’erano macchine e le carrozze servivano a trasportare le persone per tanti avvenimenti: matrimoni, funerali (le carrozze seguivano in fila il feretro portando ai lati le corone dei fiori) e viaggi da e per la locale stazione ferroviaria. Qui si mettevano tutte in fila davanti alle uscite e, all’arrivo dei treni, cercavano d’accaparrarsi i clienti chiamandoli a gran voce.

    Le carrozze di solito sostavano nella piazza dell’orologio davanti alla chiesa di la Matrici, sotto gli alberi di palazzo municipio. Spesso, però, mio padre si sistemava sotto la fontana della Ninfa (Ninfuzza di li cannola) e, in seguito, nella piazza Garibaldi davanti alla chiesa del Purgatorio.

    Ricordo la nostra carrozza in tempo d’elezioni, tutta addobbata con manifesti raffiguranti il partito monarchico con i simboli della stella e della corona. Ricordo, in particolare, la campagna elettorale per l’elezione a sindaco del barone Hopps presso cui lavorava mia zia Maria, sorella di mio padre”.

    Della sua parentela, oltre a Francesco Sciuto, facevano lo stesso mestiere: il figlio Giuseppe detto Pinu, il fratello Antonino detto Ninu e i nipoti Paolo e Nino figli d’un altro fratello, Gaspare.

    Fra i clienti fissi di Francesco c’era lu ‘zu Pippinu Accardo della macelleria di via Pietro Colletta, dopo sede d’un negozio di scarpe gestito dai fratelli Vasile e, dopo ancora, d’una pizzeria.

    Lu ‘zu Cicciu ogni mattina andava a prendere lu ‘zu Pippinu in campagna, in zona Sant’Anna, e lo riaccompagnava la sera. Il suo servizio era pagato non in denaro, ma con della merce che la domenica mattina Orazio e Gaspare andavano a ritirare alla macelleria: carne, salsiccia e “capuliatu” tritato.

    Gli altri clienti di maggiore rilevanza erano: Don Giacomino Accardo, impiegato all’esattoria e fratello del noto avvocato Giovanni Accardo, e l’esimio professore Ferruccio Centonze. Quando le persone impegnavano a lu ‘zu Cicciu per dei viaggi alla stazione di notte o la mattina prestissimo egli, per non dimenticare l’impegno, faceva un “ruppu” nodo al fazzoletto.

    Un aneddoto che merita d’essere ricordato fu quando il figlio di lu ‘zu Cicciu, Pino, un tipo assai esuberante ed elegante nel vestire (era facilmente riconoscibile poiché portava sempre un fazzoletto piegato in modo che fuoriuscissero dal taschino della giacca tre pizzi) trasportò sulla sua carrozza il famosissimo pugile italiano Primo Carnera (primo campione del mondo dei pesi massimi dal 29 giugno 1933 al 14 giugno 1934, lottatore e attore).

    Carnera si trovò a Castelvetrano, poiché doveva esibirsi al “Teatro delle Palme” per uno spettacolo di lotta libera. Pino ricorda che nel salire, data la mole del pugile (alto metri 2,05 e 120 kg. di peso), non appena posò il piede sul predellino la carrozza si curvò tutta d’un lato. Oggi Pino risiede a Firenze, dove si è trasferito già dal 1967, mentre Orazio, oramai sessantasettenne, è rimasto a Castelvetrano.

    È ancora lui a raccontarmi: “Col mestiere di lu ‘gnuri mio padre ha mantenuto in maniera onesta la sua famiglia. Faceva un lavoro che lo teneva impegnato per tutta la giornata, dalla mattina presto sino a tarda sera dopo l’arrivo dell’ultimo treno da Palermo, con solo mezz’ora di pausa per il pranzo. Con lui uscivamo assieme solo per i matrimoni e i funerali. Con noi c’era sempre mia madre e dopo ci riunivamo a lu chianu e da lì tornavamo a casa in carrozza.

    Gli ultimi tempi, però, a partire dal 1960 (io avevo undici anni) mio padre riusciva a portare a casa la sera soltanto pochi spiccioli. Erano, nel frattempo, comparse le prime macchine da noleggio e cosa ancora più triste (aveva già compiuto cinquantasette anni) aveva preso la cattiva abitudine d’ubriacarsi.

    La colpa era da imputare al freddo intenso, alla pioggia e alla tristezza che nascondeva in fondo al cuore per la perdita sia della prima moglie quando aveva soltanto trentatré anni sia di due bambini in tenerissima età. Io e mio fratello Gaspare siamo figli del secondo matrimonio con mia madre.

    Affogava, quindi, la vita in qualche drogante bicchiere di vino. Era solito frequentare la taverna di via Sirtori a San Giuseppe e quella di Pino Russo in via San Martino a fianco della macelleria di carne equina di Di Maio. Qui, dopo avere consumato un piatto caldo di ceci con della trippa, dopo qualche tocco a fine serata era sempre ubriaco e malconcio, con la testa tutta protesa in avanti e mezzo addormentato. Per questa sua carente condizione tanta gente s’approfittava di lui e alla fine della corsa lo pagava male, meno di quanto era stato pattuito o, addirittura, con soldi falsi.

    Io e mio fratello Gaspare, di quattro anni più grande di me, durante il tragitto senza farci vedere ci nascondevamo dietro la carrozza arrampicati sul fuso delle ruote. Al momento del pagamento saltavamo fuori e pretendevamo dai clienti il giusto prezzo della corsa. In quella precaria posizione ci capitava, fra l’altro, di rimanere colpiti d’alcune sonore zottate che solitamente li ‘gnuri rivolgevano verso la parte posteriore della carrozza per fare saltare giù i probabili ragazzi che vi s’appollaiavano.

    Da quando mio padre aveva svolto il servizio militare a Roma, nella cavalleria, la passione per i cavalli s’era fatta immensa. D’estate comprava della tela e con la vernice d’olio di lino la rendeva impermeabile. Gli serviva per coprirsi le gambe d’inverno a causa sempre del freddo e della pioggia. In pratica preparava la cosiddetta “‘ncirata” cerata e, nel contempo, rifaceva la tinteggiatura in nero della carrozza.

    Per ripararsi la testa dalla pioggia utilizzava un “paracqua” parapioggia grande tipo ombrellone. Quando cominciava a fare buio, accendeva con “il miccio” lo stoppino a petrolio i due fanali situati ai lati del posto di guida.

    Alla fine del 1964, per motivi di salute, mio padre ha dovuto smettere di fare lo ‘gnuri. Ricordo che ha sofferto tantissimo mentre guardava l’animale nella stalla e la carrozza ferma. Soffriva perché doveva rinunciare al suo lavoro e a quel meraviglioso amico ch’era Ginuzzu al quale, suo malgrado e dopo tantissimi anni, doveva dire addio. Dopo qualche tempo vendette il cavallo a un amico di Palermo e la carrozza a un suo collega. Arrivava, intanto, la primavera del 1965”.

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