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Il presepe di zia Sara e quei due giovani emigrati che dall'America tornarono a Campobello

di: Anna Bono - del 2018-12-07

Immagine articolo: Il presepe di zia Sara e quei due giovani emigrati che dall'America tornarono a Campobello
  • A6 - Spazio Disponibile
  • Un racconto di uno spaccato del passato che di certò farà emozionare molto di voi. L'attesa del Natale, la preparazione del presepe e tanto altro.

  • A7 spazio disponibile
  • "Ho amato tantissimo i tre nonni che ho avuto la fortuna di conoscere e ad essi devo un’impronta ben precisa del tipo di educazione ricevuta quando ero bimba non che i miei genitori fossero assenti, anzi, essendo io figlia unica, erano fin troppo presenti e mi soffocavano con le loro attenzioni.

    I ricordi più belli emergono dalla mia predilezione per la nonna materna Sara Sapienza che era nata a S. Venerina in provincia di Catania da un’agiata famiglia medioborghese… suo padre curava gli interessi dell’allora famosa famiglia Giuffrida, ma ebbe la sfortuna di morire giovanissimo e di lasciare in precarie condizioni economiche la moglie e ben sette figli.

    Tutti furono costretti ad emigrare negli Stati Uniti d’America per motivi di sopravvivenza… Divenuta adulta, nonna Sara incontrò a Saint Louis il giovane e aitante sarto Giovanni Obbiso, anch’egli emigrato, s’innamorarono l’uno dell’altra e si sposarono.

    Dopo aver fatto fortuna, si vennero a stabilire definitivamente a Campobello, paese di origine del nonno. Chi starà leggendo i miei ricordi si chiederà il perché di questo lungo prologo… ma era necessario per farvi capire che il presepe di cui vi starò per parlare era stato regalato alla giovane Sara da uno zio prete… che era stato fatto a mano da un celebre vasaio della zona di Catania… che la nonna lo aveva portato con sé in America e poi riportato in Sicilia, quando era venuta a stabilirsi definitivamente a Campobello. Ho un chiaro ricordo delle iniziali del vasaio e della data che venivano riportate sotto ogni singola statuetta ed erano G.S. 1865… solamente dopo fui in grado di capire che ogni pezzo era un vero capolavoro, ma a me, da bimba, tutto questo non importava.

    A partire dal mese di novembre io cominciavo a tormentare il nonno perché portasse dalla campagna l’occorrente per allestire il presepe, ma c’era una data ben precisa da rispettare: il 7 dicembre, il giorno precedente l’Immacolata; il 6 già era tutto pronto ed io non riuscivo a distaccarmi dal magazzino dove venivano riposti gli attrezzi agricoli…ma anche l’occorrente per dare vita al prodigio annuale della Natività.

    Accarezzavo il muschio con l’erbetta e i fiorellini che avevo cura di innaffiare perché non appassissero ammiravo il pungitopo, le grosse pietre già velate di verde, la sabbia destinata al deserto. Il terriccio per le viuzze… ma il vero miracolo avveniva quando si apriva il grosso baule, anch’esso proveniente dall’America, che conteneva i vari personaggi!                                                                                           

    Ogni statuetta era alta circa venti centimetri, quindi l’insieme doveva essere armonico e proporzionato all’altezza dei personaggi stessi, perciò occorreva molto spazio; per questo motivo il presepe veniva collocato nel salotto, l’ambiente meno frequentato e più ampio della casa. Io avevo il compito di decidere dove posizionare le varie statuette che prelevavo con delicatezza dal baule, dove erano state riposte il 31 gennaio, dopo che erano state avvolte con fogli di carta di giornale, perché non si rovinassero.

    I personaggi e gli animali della grotta centrale erano i miei preferiti, ma poi procedevo in ordine di gradimento, cioè posizionavo il più lontano possibile, ad esempio, il macellaio con un faccione rubicondo… che rideva felice mentre teneva in mano un pollo sgozzato e sanguinante che a me faceva tanta pena. Coprivo di baci e stringevo al mio cuore il Bambinello Gesù che avrei deposto nella grotta la notte del 24 dicembre e, visto che doveva stare alcuni giorni senza la mamma e il papà, lo avvolgevo in una sciarpa di lana e lo deponevo in un cesto che tenevo sempre sotto controllo.

    Ora dico con consapevolezza che sono stata una bambina fortunata, perché il secondo nipote venne alla luce quando io avevo già compiuto i 10 anni di età, perciò tutto l’affetto e le attenzioni dei nonni e di altre due zie nubili erano esclusivamente rivolte alla mia personcina di allora… il loro scopo era quello di rendermi felice e non badavano ad eventuali sforzi e sacrifici per completare al meglio il mio amato presepe… tanto che i loro occhi lampeggiavano di gioia ogni volta che io saltellavo per la contentezza e battevo le manine

    Tutti i giorni dell’anno era usuale, in casa dei nonni, recitare il S. Rosario e quella specie di rito era forse il momento più esaltante della giornata dell’altera nonna Sara… ai primi rintocchi dell’Addolorata che annunciavano l’ora del vespro… tutti i componenti della famiglia liberi da impegni di lavoro, di solito io e le zie, con la coroncina in mano adempivamo al gradito compito.

    Durante il periodo natalizio, ultimate le preghiere, si cantavano le nenie dialettali rivolte a Gesù Bambino e a me sembrava di toccare il Paradiso con un dito!  Come vorrei risentire quelle canzoncine che parlavano di un bimbo deposto in una mangiatoia… riscaldato da un bue e da un asinello ed esposto al freddo e al gelo… per il quale sperimentavo i primi sentimenti di tristezza e di malinconia

    Ormai le emozioni di allora sono rimaste indietro nel tempo… ma ogni tanto riaffiorano per dare un senso vero al mio presente… per indicarmi ancora una volta la via dell’Amore Per la cronaca…i tanto amati personaggi del presepe della mia infanzia si frantumarono a causa di una trave, caduta proprio sul vecchio baule, durante il terremoto dell’anno 1968."

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