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Nel ricordo di Calogerina, una morte senza colpevoli e un mistero castelvetranese mai risolto

di: Salvatore Di Chiara - del 2022-07-04

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Nella Castelvetrano degli anni Quaranta, le vessazioni quotidiane erano di comune dominio, ove i trattamenti subiti dai castelvetranesi spesso sfociavano in delitti per mafia, passionali o agricoli. In precedenza, sono stati affrontati alcuni spunti di cronaca (Saridda), legati alle condizioni economiche invivibili.

  • clemente a7 novembre 2021
  • Le leggi emanate nel periodo fascista (1931), che regolamentavano la prostituzione, erano abbastanza crude e prevedevano misure restrittive nei confronti delle prostitute, costrette a essere schedate dalle Autorità di Pubblica Sicurezza e private di molti dei loro diritti civili.

    Alcune sfuggivano ai loro cosiddetti “protettori” e altre, dovettero cedere alle angherie subite per un tozzo di pane. Tra quelle che lavoravano “a parte di casa”, figurava una certa Calogerina. Una donna bionda, appariscente, apprezzata e figlia di un percorso sbagliato, che l’aveva allontanata da una condizione di presunta normalità.

    Su di lei si costruirono tante storielle, a tal punto da essere considerata una nobildonna. I cantastorie, che suonavano lungo le vie principali della città, iniziarono a coniare versi e strofe nei suoi confronti. Della vita privata si seppero poche notizie e spesso, anche prive di fondamenta. Una donna con molti segreti e in grado di aggirare qualsiasi indizio che potesse accusarla di un fatto mai accaduto.

    Purtroppo, come tante volte accade nel mondo della prostituzione, legato a un periodo poco florido, Calogerina fu tratta in inganno e, una mattina come tante, alle prime ore della giornata, mentre stava prendendo il treno insieme al fratello, fu bloccata da due uomini incappucciati e portata via.

    Il fratello fu allontanato e non poté difenderla. Calogerina fu sequestrata e trascinata fino “ni la strata di li scarpari”, in via Pietro Colletta, dentro il medesimo cortile (con tucchetto) con prospetto ad arco a sesto acuto. Una colluttazione durata alcuni attimi, poi l’esecuzione, senza remore alcuna. Rimanevano soltanto il suo cappotto color miele intriso di sangue e un silenzio assordante, nonostante le 12 famiglie che abitavano il cortile, con un totale di 59 persone.

    Nessuno sentì, nessuno vide, nessuno si accorse e Calogerina fu trovata riversa a terra priva di vita dopo alcune ore.

    Un delitto irrisolto, o forse in parte. Nonostante i bambini e le donne fossero tenuti lontani dalle esecuzioni, dietro all’omicidio della prostituta gravava una presunta testimonianza in Tribunale che, doveva essere resa la mattina prima della morte. I gioielli, di cui andava fiera, furono rubati e qualcuno credette al fratello che l’avesse “ripulita” dal tutto.

    Da quel momento, i cantastorie coniarono un motivetto sulla morte della stessa, che recitava così “a li quattru di matina/ammazzaru a Calogerina, /dachilamè biondina, dachilamè biondà.. E so frati lu citrolu ci arrubà l’aneddi d’oru/ dachilamè biondina, dachilamè biondà”.

    Un giallo che non ha trovato pace, evocando uno spaccato della Castelvetrano silenziosa. Un caso irrisolto, che mai si realizzerà.

    Sono passati tanti anni da quell’ingeneroso episodio e oggi, nonostante le flebili testimonianze scritte (grazie allo storico Vito Marino), è possibile ricordare un avvenimento che divise l’opinione pubblica ma non seppe dare un colpevole.

    Calogerina, come Saridda, sono state delle donne intrappolate da una vita di stenti, in cui hanno scelto una via “particolare” per vivere nelle difficoltà e difendersi dalle condizioni anomale.

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