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C'era una volta la "putia" della famiglia Montalbano. Quando la spesa spesso era "a crirenza”

di: Vito Marino - del 2019-04-11

Immagine articolo: C'era una volta la "putia" della famiglia Montalbano. Quando la spesa spesso era "a crirenza”

Nella foto in esame è riprodotta una delle centinaia di abitazioni fatiscenti di cui oggi è composto il centro storico di Castelvetrano. Si trova in Via Garibaldi ad angolo con la Via B. D’Acquisto. La crisi economica, accompagnata dalle incerte amministrazioni comunali hanno ridotto il centro storico in condizioni pietose.

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  • Dai miei ricordi del dopoguerra, la città di Castelvetrano, era ridotta nelle stesse tristi condizioni di oggi: molte case erano pericolanti e altre distrutte; le strade dissestate, di sera non erano illuminate. Tutte le attività industriali, artigianali e commerciali erano ferme o funzionavano a stento. La popolazione era ridotta al lastrico.  

    Tuttavia, si è trattata di una situazione di stallo transitoria, poiché nel giro di pochi anni ogni attività si è svegliata: verso il 1945 è stata asfaltata la via Garibaldi e la via Campobello; seguirono le altre vie principali, come la via Ruggero Settimo; la via Vittorio Emanuele negli anni ’50 è stata piastrellata con pantofole di bitume. Il passeggio, che per Castelvetrano  raffigurava una funzione sociale importantissima, riprese negli anni ’50: iniziava da Piazza Garibaldi, che rappresentava il centro della città e proseguiva fino alla villa Falcone e Borsellino.

    In quegli anni, detta villa divenne il centro sociale della città; di sera  era tutta illuminata, vi si svolgeva qualche concerto della banda musicale comunale o c’era l’orchestrina che suonava invitando al ballo, che si svolgeva in una apposita rotonda cementata. Anche in Piazza Garibaldi, nelle serate estive si svolgeva il concerto della gloriosa banda musicale comunale.  

    Il palazzo raffigurato nella foto appartiene ancora alla famiglia Montalbano, ma il destino l’ha segnato e quanto prima cadrà per morte naturale o sarà demolito, perché pericolante. La famiglia Montalbano vi abitò nel piano superiore, mentre nel piano terra c’era “la putia” (la bottega) di generi alimentari e il  pastificio abbinato, con ingresso dal cortile adiacente.    

    Una volta la bottega di generi alimentari rappresentava un piccolo supermercato, nel senso che poteva vendere merce di qualsiasi genere. Così, un ragazzo andando a scuola poteva comprare il classico panino imbottito con la “fillata” (affettato - allora c’era solo la mortadella, tagliata a fette con un coltellaccio), oppure la cancelleria per scuola. La massaia comprava, ad esempio giornalmente “tri unzi di piattanova” (250 grammi di pasta tipo bucato) oppure, portandosi la bottiglia da casa, comprava un quarto di “frit” (DDT) oppure olio o acido muriatico. Tutto sciolto, senza le abominevoli confezioni con imballaggi di plastica che stanno inquinando il mondo.

    Una buona parte della clientela faceva “la spisa a crirenza”; infatti, avendo difficoltà economiche, faceva scrivere l’importo della spesa in un quaderno con pagamento “a vinu novu” (aspettando tempi migliori).  “La putiara” era la classica figura di donna lavoratrice, che in una civiltà maschilista, era uno dei pochi casi in cui la donna poteva esercitare un mestiere senza che nessuno avesse nulla da ridìre.  

    Anche il caffè verde si vendeva  dalla bottegaia; alla tostatura si provvedeva in casa con “l’atturraturi”; ma siccome il prezzo non era accessibile a tutti, spesso si provvedeva alla tostatura dell’orzo, per la successiva preparazione del surrogato. 

    “Cauru cauru è, accattativi lu cafè...”, “Susitivi chi tardu è, accattativi lu cafè”: mia madre mi raccontava che verso gli anni ’30 – ’40, quando ancora non si sapeva dove stesse di casa l’igiene, era facile sentire per le strade “l’abbanniata” del venditore di caffé.  Ma la bevanda calda, oltre che nei bar, si poteva vendere anche in un qualsiasi “putiaru” (bottegaio); infatti, nel rione San Giovanni c’era una bottegaia soprannominata, per questo motivo, “La cafittera”.

    Fino agli anni ’50 circa, come bibite imbottigliate esistevano in vendita presso la bottegaia solo le gassose ai vari gusti. D’estate, per mantenere fresche le bibite, si mettevano in un secchio e si scendevano nel pozzo o nella cisterna oppure ponendole nella ghiacciaia di legno coibentata, comprando giornalmente il ghiaccio che un ambulante vendeva passando per le strade. Volendo preparare in casa una bibita gradevole e dissetante, si aggiungeva un po’ di caffè all’acqua fresca del pozzo o del “bummuliddu di Sciacca” (tante volte citato) per ottenere “l’acqua cafiata” oppure limone spremuto  o latte di mandorla, in acqua fresca e un po’ di zucchero.

    Fino agli anni ’50 “li quattru cantuneri di la Maculata” (i quattro canti di Via Garibaldi), dove si trovava ubicata la piccola azienda Montalbano, rappresentava il centro delle attività commerciali della città; negli anni successivi questo centro incominciò a spostarsi verso la via V. Emanuele; anche il passeggio si spostò in quella direzione. In questa piccola azienda collaborava un po’ tutta la famiglia Montalbano: i due fratelli Giovanni e Luigi e il padre e la madre. Il pastificio produceva a pieno ritmo vendendo parte della produzione ad altri bottegai.

    Allora su questo campo la Sicilia imponeva il suo mercato, poiché i grossi pastifici del Nord Italia non esistevano o non si potevano imporre in un settore dove la Sicilia aveva millenni di esperienza; ma quando la televisione  entrò in tutte le case, con la pubblicità si riuscì a smantellare le nostre difese, facendo chiudere tutte le nostre attività artigianali che ancora riuscivano a sopravvivere.

    In quegli anni a Castelvetrano c'erano molti pastifici; quelli che ricordo, oltre a quello citato, si trovavano: In Piazza San Giovanni  (Guarino e Craparo), “a lu Fossu” (Via Calatafimi – quello di Fiorenza); un altro “a l’Addulurata” (Piazza Alfieri - il pastificio di Giammarinaro), un altro in Via Q.Sella e forse un altro in Via Mazzini.  Ricordo che la pasta lunga era messa ad asciugare su delle aste, mentre quella corta in contenitori di legno, posti all'aperto sul marciapiede o dentro i cortili (allora non c'era inquinamento atmosferico, ma l'igiene era sconosciuta; alla polvere e alle mosche ci eravamo abituati).

    Se non ricordo male, i nomi più caratteristici di pasta allora in voga erano: "zitu, cannizzolu, pirciatu, pirciateddu o pirciatu finu, iolanda, piatta nova, napulitanu, lasagna, scibò (lasagne molto larghe che si mangiavano il giorno di Capo d'Anno), maccarruna, piattanova, cavatuna, attuppateddi, iritaleddu, spizieddu, siminzina, stidduzzi, lingua di passaru, ecc". 

    Salomone Marino parlando dei costumi ed usanze dei contadini siciliani, asserisce che in tempi lontani, nel pranzo nuziale c’era l’usanza di far mangiare “li maccarruna di li ziti”, dei grossi maccheroni.   Il singolo cittadino comprava la pasta direttamente dal pastificio o dalla classica “putiara”. 

    Allora la pasta si vendeva a peso, non confezionata, messa in una “mappina” (tovagliolo) portata dal cliente: si legava con due nodi (testa e coda) e si portava tenendo “la truscia” (l’involucro) in mano oppure ponendola nella “burza di burda” (borsa della spesa di giunco). In tempi successivi la pasta si avvolgeva in un foglio di carta rustica e resistente di colore giallo, che veniva poi riciclata in casa per molteplici usi. Evidentemente in quegli anni non c’era inquinamento da plastica, anche perché non si era in condizioni di pagare un imballaggio inutile, per poi buttarlo, con tutte le conseguenze del seguito. 

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