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L'Immacolata a Castelvetrano fra tradizione, antichi proverbi e usanze di un tempo che fu

di: Vito Marino - del 2017-12-07

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L'8 dicembre a Castelvetrano, così come in tutto il mondo cristiano, si festeggia la Madonna detta di “la Mmaculata” (Immacolata). Una volta, diciamo fino agli anni ’50, la ricorrenza si festeggiava presso la chiesa, che si trova fra Piazza Dante e Via Campobello, oggi inagibile.

La cerimonia iniziava con la messa cantata alla quale partecipavano “li virgineddi”, bambine che indossavano abitini di colore bianco. In occasione di questa ricorrenza era consuetudine preparare:  “li vasteddi di la Maculata” o “li mufuletti di la Maculata”, cioè del pane molle (mufuletti), farciti di ricotta dolce. Parte di questi panini erano regalati ad amici e parenti, altri invece si portavano in chiesa per essere regalati a famiglie più bisognose. 

Per la preparazione delle “mufulette” gli ingredienti erano: farina, lievito,  zucchero, semi di finocchio "u ciminu" e, a piacere, un po’ di cannella o un po’ di chiodi di garofano. Come in tutte le nostre tradizioni culinarie, una volta erano preparate in casa per devozione; oggi si trovano facilmente presso tutti i fornai e dolcieri, sono di ottima fattura, ma manca quell’atmosfera che si creava in casa durante la preparazione, che generalmente avveniva in compagnia di amici o parenti. 

La festa terminava nel pomeriggio con la processione per le vie del paese. La "vara" della Madonna veniva portata a spalla dalle ragazze. Alla fine del 1800, le strade erano sporche all’inverosimile, ancora non esisteva la figura del netturbino e ogni massaia  era tenuta a tenere pulita davanti la propria abitazione fino a metà strada, ma pochi e saltuariamente rispettavano le disposizioni; i privati si interessavano a raccogliere gli escrementi degli animali, che portavano nella loro concimaia.

Vista la devozione della popolazione verso la Madonna Immacolata, in quella ricorrenza avveniva una pulizia straordinaria delle strade dove passava la processione. Altre occasioni per effettuare la pulizia generale coincidevano con venute di re, viceré, principi padroni, vescovi, personaggi illustri e nelle maggiori solennità ecclesiastiche.

La chiesa dell’Immacolata, già citata, fu costruita nel 1521, ma dedicata in un primo tempo a Santa Lucia. Nel secolo XVIII fu del tutto trasformata, vi fu annesso un convento di Francescani conventuali, che vi introdussero il culto dell’Immacolata, titolando la chiesa con questo nuovo nome. Da quegli anni la “Porta di Mare” venne denominata “Porta San Francesco d’Assisi” (dopo l’unità d’Italia diventerà “Porta Garibaldi”). Durante il sisma del 1968, la chiesa subì dei danni non riparati e come conseguenza in seguito il tetto cadde; oggi tutto è in rovina. 

La salma del noto studioso, letterato e patriota castelvetranese Canonico Giovanni Vivona, morto il 22 luglio 1830, dopo tre giorni di solenni esequie nella chiesa della Matrice fu portata, per un’altra cerimonia funebre, in questa chiesa, dove fu sepolto dietro l’altare. Sarebbe umanamente doveroso, verso una personalità così insigne, riportare la lapide e quello che resta di lui in luogo più visibile al pubblico, per perpetuare la sua memoria. 

Nelle cappelle c’erano le statue dell’Immacolata, di Santa Lucia, dell’Arcangelo Raffaele e di San Giovanni e due mezzi busti di S. Pietro e Paolo. Tutto questo materiale, recuperato dalla chiesa diroccata fu portato presso la chiesa di San Giovanni e custodito nella sacrestia; a quanto sembra c’era anche il monumento del parroco della chiesa di San Giovanni, Errante Parrino. 

A proposito dell’Immacolata: un proverbio siciliano per indicare le giornate che si allungano dice: “Di la Maculata a Santa Lucia, quantu un passu di cucciuvia; di Santa Lucia a Natali quantu un passu di cani; di Natali a l’annu novu quantu un passu d’omu”. Inoltre ce n’era un altro: “Di la Maculata a Santa Lucia allonga lu iornu d’un passu di cucciuvia”. 

Il sacro edificio, fino agli inizi del 1900 si trovava in una zona considerata allora: “fora li porti” cioè oltre le mura daziarie e quindi oltre le porte che davano accesso al centro abitato. Le porte più vicine erano  “Porta di Mare” (Porta Garibaldi), Porta Frazzetta, (sbocco di via Rosolino Pilo) e porta Cottone (sbocco di via XXIV Maggio).

Attorno alla chiesa, oltre a qualche casolare isolato  c’era molto terreno libero che comprendeva “lo spiazzo” che diventerà l’odierna villa Falcone e Borsellino e li “cumuna”, che comprendevano le odierne piazza Dante e piazza Bertani;  in quest’ultima piazza, fino agli anni ’60 del 1900 ogni giorno di fine mese si svolgeva la fiera del bestiame. Infatti, da quanto riporta lo storica G. B. Noto, nei secoli XVIII e XIX,  in periferia di Castelvetrano, in stretto contatto con l’abitato, esistevano dei terreni lasciati appositamente incolti sotto il vincolo del “ius pascendi”, chiamati “cumuna”. 

A toccare la chiesa dalla parte dell’odierna piazza Dante c’era una delle 10 fontane pubbliche adibite ad abbeveratoi, scomparsi, cancellati negli anni 50 – 60 da una furia devastatrice che distruggeva tutto quello che era considerato antico e sorpassato, per far posto al moderno. Le fontane erano state costruite agli ingressi della città, per permettere agli animali di bere al loro rientro dalle campagne, ma anche per permettere a tutte quelle famiglie povere, di rifornirsi di acqua potabile. L’acqua proveniva   dalle sorgenti di Bigini e le fontane erano collegate con la fontana della Ninfa di Piazza Umberto I  e con “l’Avugghia di l’acqua” di via Crispi.

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