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Quando il fiume Belice era navigabile tra mulini ad acqua e produzione di grano

di: Vito Marino - del 2016-11-06

Immagine articolo: Quando il fiume Belice era navigabile tra mulini  ad acqua e produzione di grano

Il territorio di Castelvetrano è attraversato da tre fiumi: Belìce, il più importante, Modione e Delia.  

  • scarpinati a7 giugno
  • - Il Fiume Belice, lungo 107 Km., per importanza è il 3° della Sicilia, dopo Imera meridionale e Simeto. Nel suo corso attraversa il territorio di tre province: Agrigento, Palermo e Trapani. Una volta era navigabile e alla foce c’era la peschiera che il principe di Castelvetrano dava a gabella.

    Detto fiume si forma in località Carrubbella, nei pressi di Poggioreale, dall’unione di due rami: il Belìce Destro (55 km) che nasce presso Piana degli Albanesi, e il Belìce Sinistro (57 km), che scende invece dalla Rocca Busambra.

    Quindi raccoglie le acque del torrente Senore; percorrendo ancora circa 50 km, attraversa il territorio di Castelvetrano dall’ex feudo Mazzucchi fino al mare, dove sbocca vicino la cala del Cantone, nei pressi Marinella di Selinunte.

    In questo fiume c’erano molti mulini ad acqua, ma quelli che interessavano il nostro territorio erano: Mulino Vecchio Soprano e Mulino Vecchio Sottano; mentre in territorio di Partanna c’erano: d’Avanti, di Mezzo, Perollo, Mulinello e Firriato, un “paraturi” (gualchiera) e una cartiera (San Cristoforo).

    Oggi la sua portata è molto ridotta rispetto al passato per l’utilizzazione che se ne fa dell’acqua per l’irrigazione.  

    Al centro delle tre province di Trapani, Palermo e Agrigento fu costruita la diga Gargia.     

    - L’antico fiume Selinon, per come era chiamato il MODIONE, nasce da contrada Tre Serroni nel territorio di Santa Ninfa e riceve altra acqua in contrada ex feudo Favara (dall’arabo Fawara = sorgente) e sbocca ad ovest dell’acropoli di Selinunte, con un percorso di circa 32 Km.

    Agli inizi del 1900, nell’attraversare il territorio di Castelvetrano, in un’area di circa 6 Km., il fiume Modione forniva abbastanza acqua per alimentare durante il suo corso i seguenti 14 mulini che servivano per la macinazione dei cereali.

    Iniziando dalla sorgente, essi erano: Staglio, Terzi, Guirbi, San Giovanni, Messerandrea (Messer Andrea), Mezzo, San Nicola, Mulino Nuovo o Mulinello (sul rio Chiofalo), Molinazzo (distrutto), Paratore, Mangogna, Errante, La Rocca, Garofalo e Garibaldi.

    Due di questi mulini fino al 1850 circa erano adibiti a gualchiere. Il canonico Vivona, parlando del Modione, nel 1805 così scrive: “il cui fonte è si perenne che subito s’introduce a dar moto alli mulini, nel cui corso ve ne sono sette e due paratori o gualchiere (in volgare lavatori) e sbocca in mare vicino le rovine di Selinunte”.

    Nel 1500 - 1600 il grano era una ricchezza per il territorio di Castelvetrano, la stessa presenza di tanti mulini ad acqua, oltre a quelli a trazione animale, danno un’idea della grande produzione di grano nel territorio. Il grano per quei tempi rappresentava una ricchezza come avviene per il petrolio ai giorni nostri.

    Il prezzo del grano era garantito da dazi d’importazione, che impedivano l’acquisto di grano estero più a buon prezzo; ad iniziare dal 1817, l’orientamento economico liberista aveva permesso l’ingresso nel Regno di grano russo a prezzi molto più bassi di quelli nazionali. Per i produttori di cereali siciliani e meridionali, la perdita di profitto e il malcontento erano stati veramente notevoli.

    Un mulino ad acqua o mulino idraulico è un impianto destinato ad utilizzare l'energia meccanica prodotta dallo scorrere di un corso d'acqua condotto alla ruota del mulino tramite opportuna canalizzazione.

    Questa energia fa girare un’asse che può essere utilizzato per molteplici usi artigianali, come la molitura dei cereali, il funzionamento delle segherie, telai industriali, lavorazione di metalli, pompe idrauliche, per produrre elettricità, ecc.

    Il suo uso, conosciuto in Europa fin da tempi molto antichi (è descritto nel Trattato d'architettura di Vitruvio nella seconda metà del I secolo a.C.), è antecedente all'utilizzo del mulino a vento.

    Il suo sviluppo è avvenuto, parallelamente alla fine della schiavitù, ad iniziare dal IX secolo: l'utilizzo dell'energia idraulica al posto di quella animale o umana permise un aumento della produttività senza precedenti nell'antichità (l'energia prodotta da ciascuna ruota di un mulino ad acqua può macinare 150 kg di grano in un'ora, equivalente al lavoro di 40 schiavi).

    Il mulino ad acqua, così come il mulino a vento, fu soppiantato nel XIX secolo dall'avvento del motore a vapore e, successivamente, dal motore elettrico.  

    In Sicilia, zona agricola produttrice di grano, era utilizzata prevalentemente, tramite due “mole”, (grandi ruote di pietra), “la petra suprana e la petra suttana” (superiore e inferiore), per ridurre il grano in farina.

    Col mulino ad acqua, la macina di pietra gira lentamente, senza fare riscaldare la farina, dando un prodotto più genuino e saporito; la sua origine risale agli anni mille, quando le comunità musulmane presenti nel territorio ne incominciano le prime costruzioni (il nome del mulino Guirbi è di origini musulmana) e raggiungono il massimo della loro importanza nel 1500 – 1600.

    Nel 1800 a Castelvetrano esistevano fabbriche di tele diverse, nelle quali lavoravano le donne (un evento eccezionale per la civiltà maschilista di allora).

    A conferma, il Canonico Giovanni Vivona (nato nel 1763) nei suoi scritti afferma fra l'altro: “A Castelvetrano esiste una fabbrica di drappi di seta nera, chiamati "cattivelli", perché indossati dalle vedove”.  

    Inoltre c’erano due gualchiere dette anche folloni o paratori usati nell’industria tessile e conciaria. I contadini di allora, infatti, per i loro vestiti di lavoro e per non pungersi con le reste del grano durante la mietitura a mano, usavano un tessuto di cotone rustico “ntoccu” (albagio). Questo tessuto molto rustico, per diventare più soffice  aveva bisogno di una battitura, che veniva effettuata nel paratore con speciali mazze, mosse dalla ruota del mulino. Quindi i tessuti passavano in calderoni con aggiunta di argille e materiali sgrassanti, e bolliti.    

    - Il fiume DELIA attraversa il territorio di Castelvetrano dall’ex feudo Besi fino al territorio di Mazara. Durante il suo percorso assume diverse denominazioni: Fiume Grande a monte, Delia in pianura fino ad arrivare al lago, fiume Arena dalla diga fino al mare.

    La diga Trinità di Delia, che forma il lago omonimo sorge nel territorio di Castelvetrano, lungo il percorso del fiume Delia. venne costruita alla fine degli anni ’50  a cura dell’Ente di Sviluppo Agricolo della Regione Siciliana per l’irrigazione del territorio dei suoli attorno alla Conca del Fiume Delia.

    Fu costruita con un sistema in terra battuta ha un’altezza di 15 metri tra le quote 53 m.s.m. e 68 m.s.m. lungo il corso del fiume.

    Ha una capacità di invaso di complessivi mc 17.500.000, con la fuoruscita dell’acqua destinata all’irrigazione tramite due canali, che fuoriescono uno a destra e l’altro in sinistra, ai piedi della diga.

    Il terreno irrigato a valle si estende complessivamente per ha 4.109 netti, dei quali ha 2.000 lungo la Conca del Fiume Delia tra le quote 50 m.s.m. e 20 m.s.m. ed ha 2.109 nel sovrastante altopiano, denominato tavolato calcareo, tra le quote 65 m.s.m. e 30 m.s.m.

    Alla fine degli anni ’70, con finanziamenti da parte della Cassa per il Mezzogiorno, ha ampliato la zona irrigua di altri 3120 ha netti ed ha apportato degli ammodernamenti, mediante condotte in pressione alimentate dalla cabina di derivazione posta ai piedi della diga e da vasche poste lungo il percorso.

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