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"Io, cvetranese, ho sconfitto il Covid19 dopo 68 giorni di isolamento. Il pianto dopo i tamponi positivi". Il racconto di Agata D’Agostino

di: Doriana Margiotta - del 2020-06-02

Immagine articolo: "Io, cvetranese, ho sconfitto il Covid19 dopo 68 giorni di isolamento. Il pianto dopo i tamponi positivi". Il racconto di Agata D’Agostino

Abbiamo parlato in questi mesi dell’emergenza Coronavirus che ha investito non solo il nostro paese ma il resto del modo. Abbiamo raccontato le storie di chi, in prima linea, ha affrontato l’emergenza sanitaria come i medici e gli infermieri, a chi ha continuato a lavorare per garantire il benessere di tutti. Abbiamo dato voce ai volontari che si sono prodigati per aiutare migliaia di persone in difficoltà.

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  • La battaglia più dura sicuramente l’hanno affrontata chi ha contratto il coronavirus e ha dovuto combattere con questo nemico invisibile, lontano dai propri familiari e isolato dal resto del mondo.

    La signora Agata D’Agostino di Castelvetrano, è stata, suo malgrado, protagonista di questa emergenza. Operata per un intervento al cuore a Villa Eleonora andato a buon fine, dopo qualche giorno ha accusato una febbre a 37.8 e  la situazione generale è peggiorata velocemente.

    Quando le viene fatto il tampone , la signora Agata risulta positiva al corona virus e viene trasferita all’ospedale Cervello a Palermo, uno dei Centri Covid della Sicilia Occidentale, dove rimane ricoverata per diverse settimane.

    Qualche giorno fa è finalmente tornata a casa e la nostra redazione ha avuto il piacere di parlare con lei telefonicamente. Ci ha raccontato la sua personale battaglia contro il virus e la voglia di ricominciare a vivere.

    Come sta Signora Agata?

    Ora sto bene. Finalmente sono a casa e ho rivisto, anche se da lontano, i miei nipoti. Ho ancora qualche piccolo problema a camminare a causa della gamba, ma per il resto sto veramente bene.

    Sono un tipo vivace, con un carattere molto forte e ho sempre affrontato le difficoltà della vita con  coraggio. Ho conosciuto la paura. Ero consapevole di quello che mi stava succedendo e l’unica consolazione erano gli occhi pieni di speranza dei medici e infermieri, che si sono presi cura di me.

    Come sono stati questi 68 giorni in ospedale?

    Non sono stati facili. L’isolamento era totale, senza televisione e senza un orologio per capire che ora erano. Ero fuori dal mondo. L’unico momento in cui potevo vedere qualcuno era quando entrava il personale sanitario per le terapie, e li riconoscevo dalla voce e dagli occhi, perché per il resto erano coperti da quelle grandi tute che li proteggevano.

    Quando ho cominciato a stare meglio, ho ripreso ad essere me stessa, ad avere il coraggio di reagire ad una situazione che per me è stata molto difficile a causa di alcune complicazioni. 

    Deve capire che i primi tamponi sono risultati positivi, e ogni volta che ricevevo la notizia scoppiavo a piangere per lo sconforto, per fortuna poi è arrivato quello negativo e sono potuta tornare a casa.

    Devo ringraziare tutti i medici e gli infermieri che si sono presi cura di me e che mi hanno trattato come fossi la loro madre, non mi hanno mai lasciato sola e la mia guarigione per loro è stata una vittoria personale. Ma voglio ricordare anche il grande lavoro delle signore delle pulizie, perché erano molto attente e scrupolose nel disinfettare tutto quello che mi circondava.

    In ospedale ho lasciato tre signori che ancora combattono contro il coronavirus. Uno in particolare che era nella stanza accanto a me, il signor Daidone  di 52 anni, lavorava come soccorritore per la Croce Rossa, e in uno di questi interventi ha contratto il virus. Una persona molto socievole e allegra, non ci siamo mai visti ma parlavamo spesso da una stanza all’altra per farci compagnia. Deve pensare che ha festeggiato il suo compleanno in ospedale e gli hanno regalato una torta per fargli gli auguri, è stato un bel momento perché per un attimo ha rotto la tristezza di quei posti.

    La bella notizia è che il reparto Covid dove ero ricoverata sta per chiudere perché sono rimasti pochi pazienti che per fortuna stanno guarendo, tra cui il ragazzo di Castelvetrano che ancora non è tornato a casa.

    Con tutti loro sono rimasta in contatto, perché solo chi ha vissuto questa esperienza terribile può capire cosa significa. Non è facile e si ha tanta paura perché l’incertezza del proprio futuro è veramente tanta.

    A cosa ha pensato in questo lungo periodo lontano dalla sua famiglia?

    "Ho pensato a tutta la mia vita, al tempo trascorso con mio marito che purtroppo non c’è più da 7 anni. Ho ricordato tanti episodi della mia infanzia , quando da ragazzina all’età di 12 anni ho iniziato a frequentare la scuola di cucito delle signore Venezia.

    Ho fatto la sarta per 40 anni e l’ho fatto con grande passione e dedizione pur avendo una famiglia da seguire, ma con tanti sacrifici riuscivo a conciliare tutto. Ho continuato a cucire fino a 10 anni fa, ora mi sono fermata perché la realizzazione di un capo di abbigliamento è un lavoro di precisione, ed io non ho più le forze per poter fare questo lavoro.

    Ora voglio ritrovare la mia serenità e la mia indipendenza.  Ho l’aiuto di mio figlio e di mia nuora, che mi seguono passo dopo passo,ma voglio riavere la mia autonomia e rifare quello che facevo prima.

    Posso ritenermi fortunata perché ho superato tutto. Ho come la sensazione di essere tornata dalla guerra. Ho rischiato tanto e voglio dire a tutti i miei concittadini di essere cauti e responsabili, perché questo virus non ha pietà per nessuno".

    La redazione ringrazia la signora Agata per averci raccontato la sua esperienza che l’ha segnata nel profondo. Il suo racconto è una testimonianza importante della pericolosità di questo virus, che nessuno di noi deve sottovalutare.

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