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    “I Quattrocento Martiri Selinuntini e la pretesa selinuntinità della città di Mazara” tra storia e aneddoti

    di: Doriana Margiotta - del 2022-07-21

    Immagine articolo: “I Quattrocento Martiri Selinuntini e la pretesa selinuntinità della città di Mazara” tra storia e aneddoti

    Un altro capitolo molto interessante tratto da “Quaderni Selinuntini”, a cura di Giuseppe L. Bonanno e Rosario M. Atria, porta il titolo di “Intorno ai Quattrocento Martiri Selinuntini e alla filiazione di San Vito Martire”, a cura del professore Francesco Saverio Calcara e Antonino Centonze.

  • clemente a7 novembre 2021
  • Queste pagine, raccontano un avvenimento poco conosciuto, che sarebbe avvenuto nel IV secolo d.C., relativo al martirio di un gruppo di Selinuntini avvenuto sotto Diocleziano, uno dei più numerosi, prima della fine delle persecuzioni dei cristiani, riportato su di un martirologio, scritto nel 1576 da Francesco Maurolico, abate messinese, direttore di un centro culturale, antesignano della moderna università.

    Tutti gli intellettuali posteriori, accettarono quanto detto da Maurolico, senza porsi domande. Partendo da questo, ne “la Palma”, frà Felice Brandimarte da Castelvetrano, nel 1676, in occasione dell’inaugurazione nella sua città del grande reliquiario nella chiesa dei Cappuccini, richiama la tradizione che voleva essere stato consumato, alla foce del Selino, l’eccidio di 400 Martiri della comunità cristiana dell’antica Selinunte.

    Con l’archeologo Antonio Salinas, nominato direttore degli scavi a Selinunte, nel corso di alcuni lavori, vennero alla luce dei ritrovamenti di testimonianze di tipo cristiano, ma, non essendo egli uno storico ecclesiastico, si rivolse all’archeologo Giovan Battista De Rossi, perché ne facesse un’analisi. Egli, dopo alcuni studi, incoraggiò la prosecuzione di queste ricerche. In seguito, se ne occuparono Mariano Ermellini, dichiarandosi favorevole ad ampliare le ricerche, per costruire un quadro storico della realtà cristiana a Selinunte e Vincenzo Strazzulla, che sollecitava ricerche più approfondite sui 400 martiri.

    Altri studiosi si occuparono della questione, ed alcuni di loro la sminuirono, chiamandola “una pia leggenda”. Nel 2001, prima della fine del suo mandato, il vescovo di Mazara del Vallo Catarinicchia, incaricò il sacerdote Giuseppe Noto di approfondire, sulla base di nuovi documenti venuti alla luce, la tematica relativa ad una Selinunte cristiana, ma non si allontanò molto dallo studio fatto da Salinas.

    L’anno successivo, lo stesso Vescovo indisse un congresso internazionale di studi su San Vito e il suo culto, e, in quell’occasione, alcuni partecipanti definirono la tradizione dei martiri una credenza senza fondamento.

    Queste affermazioni, diedero l’input ad un noto studioso castelvetranese, Giuseppe Camporeale, il quale, attraverso studi storici ed archeologici, approfondì l’argomento, riuscendo a dimostrare la credibilità di quanto affermato da Maurolico. Gli studi archeologici furono fondamentali per dimostrare la veridicità del martirio selinuntino, sulla base dei quali è legittimo ritenere l’esistenza di una Selinunte cristiana.

    Due grandi studiose, Emma Vitale e Maria Annunziata Lima, nei loro saggi, raccontano del ritrovamento di croci di tipo latino e di un’edicola, in cui è raffigurato il Cristo Crocifisso sul mondo, certamente di epoca post-cristiana, che stabilisce, senza dubbio, la presenza cristiana a Selinunte. I reperti sono numerosi e tutti confermano la stessa tesi.

    Data per certa la storicità dei 400 martiri, in questo capitolo si affronta un argomento molto interessante: ad essi viene attribuita la cittadinanza mazarese, innescando un’altra polemica circa la pretesa selinuntinità della città di Mazara. Gian Giacomo Adria, a metà del ‘500, sosteneva che Mazara fosse l’antica Selinunte, anche quando, intorno al 1551, il frate domenicano Tommaso Fazello identificò in modo inconfutabile il sito dell’antica Selinunte in quello dei cosiddetti pileri di Castelvetrano.

    Il più accanito sostenitore di Mazara quale “Selinunte rediviva” - titolo del suo manoscritto - fu il canonico Vito Pugliese, che, nonostante i vari ritrovamenti in situ, i quali dimostravano il contrario delle sue affermazioni, continuava a dichiarare che Castelvetrano fosse “paese garullo e ostinato, usurpatore della palma selinuntina e del titolo di città”.

    Nel 1762, sulla base di quell’errato convincimento, si fondava l’Accademia “Selinuntina”. Si dovette attendere il 1875, affinché alcuni eruditi mazaresi, tra cui il canonico Antonino Castiglione, prendessero coscienza di quanto ormai da tempo era assodato, cioè che gli studiosi mazaresi avevano erroneamente creduto che la loro città fosse l’antica Selinunte.

    A Castelvetrano, la filiazione della palmosa città dell’antica Selinunte era un dato di fatto, così come attestato dalle lapidi poste sulla fontana della Ninfa e sulla Porta del Mare. La difesa della vera Selinunte, si deve al canonico Giovanni Vivona, il quale, in un suo opuscolo, parla della presenza di un insediamento pre-ellenico, sul quale si sarebbe impiantata la nuova colonia dorica. Altro argomento addotto dal nostro concittadino è relativo ai due fiumi, entro i quali, come tutte le fonti attestano, era stata edificata la città di Selinunte. Contro la teoria di Adria, la quale asseriva che tali fiumi fossero il Mazaro e l’Arena, Vivona oppone la considerazione che quelli che attraversavano Mazara erano semplici torrenti, i quali seccano nel periodo estivo; invece, il Modione e il Belìce, dove giacciono le rovine della nostra città, sono sempre abbondanti d’acqua.

    Acquisita la certezza di una Selinunte cristiana, è storicamente plausibile l’esistenza dei 400 martiri selinuntini. Assodata la filiazione selinuntina all’odierna Castelvetrano, non appare errata l’affermazione del Brandimarte, che proclamò Selinunte come la sua patria e definì suoi compatrioti i 400 martiri, compreso San Vito.

    Il capitolo si chiude con un augurio per la nostra città, a cui mi associo e di cui vi voglio rendere partecipi: a lui affidiamo, quale che sia la sua origine, questa tormentata Valle del Belìce, la quale deve ritrovare, anche in nome delle comuni radici di una fede antica e forte, i fondamenti della sua rinascita.

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