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Nel ricordo di Virgilio Titone, amante del sapere, della sua terra e papà anticonformista. Il ricordo della figlia Lucia

di: Redazione - del 2020-07-25

Immagine articolo: Nel ricordo di Virgilio Titone, amante del sapere, della sua terra e papà anticonformista. Il ricordo della figlia Lucia

Oggi, nell’ambito della nuova rubrica "Castelvetrano ricorda", approfondiremo la figura di Virgilio Titone, grande storico, scrittore e critico letterario castelvetranese.

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  • Abbiamo ripercorso la vita di Virgilio Titone grazie all’aiuto della figlia Lucia, cercando di mettere in risalto soprattutto il suo aspetto umano e raccontando qualche spaccato di vita privata.

    Virgilio Titone 2

    Come ha trascorso l'adolescenza suo padre? Quali erano le sue passioni da giovane ?

    Dopo aver  frequentato le  scuole  elementari,  frequenta  il  ginnasio a  Mazara  del  Vallo. Quegli anni segnarono  profondamente  la  sua vita e la  sua  formazione.  Sono  gli  anni  che  lo  vedevano,  giovane  studente, lontano  da  casa,  lontano  dai  suoi  affetti .

    Legatissimo  alla propria madre , a lei  scriveva quasi  giornalmente per  tenerla  al  corrente dello scorrere  della  sue  giornate.  Di  quegli  anni  lontani e  di sé parlerà  poi,  nel  Racconto  la  “ Pensione”,  tratto dal    Libro  “Storie  della  vecchia  Sicilia”   descrivendo   un  ritratto,  un  carattere  che  conservò per  tutta  la  vita:  - “ Il  ginnasio,  o  meglio la  quarta e  quinta  ginnasiale, (poiché allora non c’era quella  che  oggi si  chiama  la scuola  media) , lo  frequentai  a Mazara.  A  ottobre  feci  gli  esami e  subito  dopo-  si  era  nel  1920-  fui iscritto in  quarta. 

    Quello  e  l’anno  seguente  fu  uno  dei  periodi  più  intensi  della  mia  vita.  Io  sono  ancora  quello  che  ero  allora.  Le  mie  idee in  generale,  con  quello  che  sui  quattordici  o quindici  anni pensavo del  mio paese e  dei rapporti  che  mi  legavano  agli  altri,  dopo  tanti  anni non  credo  siano  sostanzialmente  mutate. .…Certo  non  credo  che  tutti  i  ragazzi  di  quell’età  pensassero  quel  che  io  pensavo e  si  comportassero  allo  stesso  modo. 

    Al  contrario,  se  rivedo  il  ragazzo  di  allora,  lo  scorgo  più  silenzioso  degli  altri.   Non  partecipa  ai  loro  giochi.  Se  ne  rimane  in  disparte,  impacciato  di  esser  tanto  diverso  e  di  dover  nascondere  di  esserlo”.

    Giovanissimo  conobbe  i  sacrifici, studiava  e lavorava  per  sostenere  la  famiglia, ritenendo qualsiasi  lavoro, anche  il  più  umile come  assolutamente  dignitoso, se portato  avanti con serietà e  passione.  Senza  un  lavoro  che  dia  dignità  agli  esseri  umani,  diceva, la  vita è  svuotata di  significato.

    Impartiva   lezioni  private   anche  a  giovani  universitari, contribuendo  così  al  mantenimento  dei  fratelli  più piccoli, inviando  puntualmente parte  dello   stipendio alla  propria madre.  Durante  i  fine  settimana i suoi svaghi,  come  per  molti  ragazzi  di  quel  tempo si  svolgevano  per le  strade  del  suo  amato  paese,  in particolare nella  via  Garibaldi, dove era nato,  trascorrendo il  tempo  migliore  con  gli  amici  di  sempre. 

    Dopo il ginnasio  e  la  frequenza  del  Liceo  Classico  intraprese  gli  studi  nella  facoltà  di  Lettere  di  Palermo. L’Amore  per  lo  studio  e  la  continua  ricerca  in  ambito  letterario  e  storico lo  portarono  a  visitare  le  maggiori  biblioteche  e  Archivi  Europei. 

    L’interesse e  la curiosità  per  i costumi  di  altri popoli e  altri  paesi  lo  portarono dunque  in  Spagna,  Francia,  Inghilterra  in   Turchia,  luoghi  che  lo  affascinarono  per  le  loro  nobili  tradizioni e livello  di  Civiltà  raggiunti, a  fronte di un  Paese come  l’Italia che definiva, in  quegli anni, culturalmente   ancora  molto  provinciale.  In quella  fase della  sua  vita ebbe pertanto  modo  di  intrecciare  amicizie  e sodalizi  culturali  con molte  figure di  studiosi  a cui  rimase  per  sempre  legato, credendo, prima  di  tutto  nell’Amicizia,  come  a  un  Valore  supremo. La  musica,  la  lettura, la  scrittura e i  viaggi  gli  furono  compagni  si  sempre.

    Cominciò a insegnare , subito dopo la laurea, in vari licei in tutta Italia. Che ricordi aveva di quelle prime esperienze da insegnante? Che idea si era fatto sui metodi di insegnamenti vigenti a quell' epoca?

    Giovanissimo, dopo  il  conseguimento  della  Laurea  in  Storia  Moderna  ricevette  l’incarico  per  l’insegnamento nei  Licei Classici. Le  città di  Bologna, Perugia,  Roma, Trapani  (Liceo  Ximenes)  lo videro  giovane  insegnante in  una  Italia  ancora  martoriata  dalla  guerra.

    La  Toscana  fu la  regione  che  più  amò per  la  sua  gente ,  dignitosa  e  fiera  se  pur  attraversata  da  grande  carestia  e  miseria. In  quegli  anni  ebbe  l’opportunità  di visitare i luoghi  più caratteristici  del centro  Italia,  nell’epistolario  tenuto con  la propria  madre descriveva  puntualmente  i  paesaggi montani  dove  amava sciare,  le  tradizioni,  gli  usi  e  i  costumi , il  carattere  dei  suoi  alunni  e  delle  famiglie  che  lo  ospitavano, descrivendone il  livello  di  civiltà  raggiunto  rispetto  ad  un  Sud  ancora  molto  arretrato  e  poco  modernizzato.    

    In  quella Italia,  pochi  i  giovani  che  potevano  permettersi  di  proseguire  gli  studi e dunque il  ruolo  di  insegnante diveniva  anche  l’opportunità  per  stabilire  relazioni  umane   significative. 

    Era  solito  infatti  ribadire  che  gli  anni più  intensi  e  significativi della  sua carriera rimasero gli  anni in  cui  insegnò nel Licei. Quegli anni gli restituivano il senso dell’insegnare, quale  scambio di  esperienze, emozioni, saperi, attraverso un contatto autenticamente umano con  i propri  studenti. A tal  proposito soleva ripetere  che il  “modello  ideale” auspicabile a  cui  una  Riforma  avrebbe dovuto guardare, era il “ritorno” alla  figura  del  “Maestro” che, come  nell’Antica  Grecia, passeggiando lungo le vie o  trovandosi  nell’Agorà con i  discepoli  potevano  attuare   il vero  senso  della  trasmissione del  sapere,  in  una continua e reciproca  tensione  maieutica.

    Gli anni dell’insegnamento al Liceo dunque furono,  sotto il profilo culturale e umano i più  coinvolgenti e certamente i  più  vividi, rispetto al ruolo talvolta freddo  e Accademico che  ebbe  a  sperimentare nelle  Università,  soprattutto negli ultimi anni. 

    Che padre è stato? Quali valori le ha trasmesso?

    E’ stato un padre estremamente amorevole, nutrendo  nei  miei  confronti   un  affetto    quasi “materno” e  protettivo.  Non  ricordo  un  solo  gesto che  non  sia  stato  colmo di  attenzione  e gentilezza.  Il  nostro  rapporto  si  nutriva   di  emozioni  e  condivisione  di  stati  di  animo, ma  anche  di  confronto  costante  sulle  vicende  politico-sociali  che  attraversavano  il  nostro  paese.

    Riconosceva in  me la  persona che  più  di  ogni  altro conosceva  e  comprendeva  il  suo  animo e  credo di  essere stata, a parte  qualche amico davvero intimo, la depositaria  dei  suoi  stati  interiori,  delle  sue  gioie, delle  disillusioni e delle  sue malinconie.

    Da bambina, da lui appresi l’amore  per  gli  ultimi,  la  pietas e  la comprensione  verso  il  prossimo, valori  perseguiti  con un  sentimento  quasi  Evangelico.

    Non  elargiva  “insegnamenti”, piuttosto  anticonformista, non  riteneva la regole del  sistema  educativo “ufficiale” un  modello  da  seguire  pedissequamente. Attraverso il suo  esempio mi  trasmise  l’amore  per  il  sapere  che  non  doveva e  non  poteva  passare  soltanto  dall’istituzione  scolastica  che,  per  certi  versi  considerava  “deviante”   nella  costruzione  di  una  Cultura  autentica. 

    Spesso, andando  contro  ogni  tendenza  mi  diceva  con  tono severo  e  austero: - “ma  studi,  su  quei  libracci ? Devi soltanto  leggere, leggere,  leggere.  La  scuola  non  serve  a  nulla”!  

    Sin  da  bambina  era  solito  portarmi  i  romanzi  più  moderni,  soprattutto  letteratura  americana  che  considerava   portatrice  di  nuovi  impulsi, attraverso   scrittori che  si  aprivano  a   una  visione   moderna  e spesso   cruda  della  realtà emergente.      

    Ritornando  da  Palermo,  di  volta in  volta  mi  chiedeva  se  li  avessi  letto  e  cosa  ne  pensassi.  Compito “arduo”  per  una  ragazzina”  che,  con  molto  imbarazzo e  timore   si  trovava  a  conversare  su  questi  temi.  Ci  scoprivamo  sempre  in  pieno  accordo,  il  mio  parere  , mi  diceva,   era  spunto  per  alcune  considerazioni  opportune,  dal  momento  che  la  mia  giovane  età  rappresentava   un  “occhio,“ altro.   

    Di  contro  adorava  Leopardi,  le  nostre  conversazioni  sul  Poeta   mi  rivelavano  il  suo  animo  e  la  parte  più  “oscura”  di  lui  che  ho  imparato  ad  amare  e  quasi  a venerare.   Nonostante  tali  aspetti  “seriosi”, il  nostro  rapporto  si  nutriva  di  una  dimensione   “ludica”  che  lasciava  emergere  il  suo  “lato  fanciullo”  mai  contaminato da  ruoli  istituzionali che  non  amava  riconoscere  né  in  se  né  in  altri.   Credo  che  attraverso tali  manifestazioni  assaporasse  quella   spensieratezza  che  la  vita   gli  aveva  tolto  negli  anni  della  sua  giovinezza.   Amava  ridere  delle  e  sulle  cose  più  semplici  e  la  sua  proverbiale  “ seria  ironia”  faceva  scoprire,  talvolta  i  lati  comici  di  una  realtà spesso  tragica. 

    Infiniti  gli  aneddoti  che   ci  vedevano  “complici”,  come   bambini  che  amano  sfidare  gli  adulti  con  le  loro  “malefatte”. E’  in  questo  che consiste  la Autenticità dell’uomo,  diceva , “saper  giocare pur  rimanendo  seri”. 

    La  natura  della  nostra relazione  pertanto  non  era  centrata  sull’uomo  pubblico,  del  suo  lavoro  o  dei  suoi  riconoscimenti  non  amava  parlare,  in  famiglia  si  viveva  una  vita  semplice  e  spartana,  basata  sulla  frequentazione  degli  amici  più  cari   che  amava  invitare  a  pranzo , trascorrendo  così  momenti di  grande  giovialità,  nel  ricordo  degli affetti  passati  e  degli  eventi  salienti  di  cui  il  paese  era  stato  teatro.  L’Ascolto, la narrazione e la  conversazione sono  divenuti  i  pilastri del  nostro vissuto.  “ Una  Società  che  non  Conversa è  una  Società  destinata a morire”,  così scriveva in  un  articolo in  cui intravedeva il  tramonto  di  una  Civiltà, non più “conversevole”.   

    Nel  suo paese  natio  ritornava  tutti  i fine settimana,  era una  consuetudine  la  passeggiata lungo  le  strade di  Castelvetrano  che amava  fare  in  mia  compagnia. Il  nostro  dialogo  era “silenzioso”  ma  intenso,  infatti  ci  univa  un  sentire  comune  sulle  cose  e  sulla  esistenza.  Lungo  le  vie  della  città  si  soffermava  a  guardare  i  monumenti,  le  targhe  dedicate  ai  grandi,  molti  dei  quali  erano  anche stati  suoi  amici  o  conoscenti.

    Di  queste  famiglie  e della  loro  storia  mi  faceva  partecipe, sottolineando  che  Castelvetrano aveva conosciuto momenti di  splendore  anche attraverso  una  borghesia  illuminata  che  aveva  contribuito  alla  ricchezza  del  paese.   

    Si  immalinconiva  per  il  mutamento  che  il  suo  paese  aveva  subito  così  velocemente,  perdendo  la  sua  Identità  contadina,  divenuta  ora,  un  paesone  come  tanti,   imbruttito  dagli  scempi  edilizi  che  avevano  sacrificato  i  palazzi  più  belli  e   stravolto  il  carattere  di  un  luogo  che  aveva  una  sua  dignità negli  anni  migliori. 

    Ricordava  le  antiche  botteghe  degli  artigiani  che  da  ragazzo  frequentava  e  dove  si  soffermava  ad  ascoltare  i  discorsi  degli  anziani  e  partecipare  ai  giochi  dei  bambini. Anche  gli  artigiani  avevano  fatto  ricco  il  nostro  paese,  una risorsa  dimenticata,  una  attività  tristemente  abbandonata  e  non  più  tramandata  da  padre  in  figlio, così  come  accadeva  un tempo.  Legato  a  quel  mondo sembrava , talvolta, fuori  posto, impreparato a  un  mondo che mutava  troppo  velocemente.

    Ha sempre combattuto e denunciato il mal costume del nostro territorio, condannando fortemente "il sistema mafia". Quali furono i suoi insegnamenti a tal proposito?

    Drastico e  “intollerante” nei  confronti  della  decadenza  morale  della  vita  pubblica  e  della  gestione  di  un territorio  dove  vigevano  disonestà  e corruzione,  non  risparmiò  mai le  sue  critiche  e  la  sua  analisi  sui fenomeni malavitosi  che  la  nostra  terra esportava  anche fuori. 

    La mediocrità, l’ottusità  nei  modelli  di  gestione  della  cosa  pubblica,  dovuti in  gran  parte ai  favoritismi,  al  nepotismo e  al  clientelismo  di  una  certa  classe  politica,   rappresentavano  per  lui,  una  delle  cause del decadimento  della  Sicilia “gestita” dalle  nuove  mafie  che  ne  avevano  decretato  la  morte.  Contro  tale  mal  costume fu  feroce e  non  risparmiò  alcuna  “categoria”  di  professionisti del  malaffare, complici  della  corruzione  dilagante.  Da  storico  intravedeva  le  origine di  tale  sistema in  una  rovinosa  “Autonomia “  della  Regione  Siciliana  che  riteneva  ormai  un Ente  “inutile”  dove  proliferava  parassitismo e incompetenza.  Attraverso  i  suoi “scomodi”  articoli  metteva  in  risalto  i  responsabili ,  facendo  nomi  e  cognomi,   puntando  il  dito   anche   su  quanti, divenuti  servi  di  una  certa  Stampa  erano  divenuti schiavi  di  un  sistema  che  andava  combattuto con  tutti  i  mezzi.   

    Sino agli  anni  70  aveva  pubblicato sulle  maggiori testate giornalistiche.  Sul  Giornale  di  Sicilia  curava  una  rubrica  fissa che  trattava  di  temi  sociali,  economia,  fatti  di  cronaca, soprattutto centrata  sul  cancro  mafioso  che  impediva  ogni  sviluppo  e  evoluzione  della  Società  Civile  in  Sicilia  e  non favoriva   il  rinnovo  di  una  nuova  classe  dirigente.   

    La  sua  firma  “scomoda  gli  creò  non  pochi  “nemici” e  poco  a  poco vide  ridurre  la  pubblicazione  dei  suoi  articoli. Naturalmente  la  consapevolezza  di  tale  “emarginazione” lo  amareggiava  profondamente, soprattutto  negli  ultimi  anni  della  sua  vita.  La  libertà  di  pensiero, l’autonomia  critica, l’onesta  intellettuale  che  aveva  sempre  perseguito,  rimanendo  coerente  ai  proprio pensiero  Liberale  e  libertario sembravano ora, “disvalori” in  un  mondo  che voleva soltanto  uomini  proni e  lasciava  fuori  le  voci  libere.

    Ricorda qualche aneddoto della vita di suo padre, a cui lei è particolarmente legata?

    Gli  aneddoti sarebbero  infiniti, in  particolare  mi  piace  ricordare   quello  che  forse descrive in  maniera  saliente il  suo  attaccamento  ai  valori  che  gli  venivano  da  un  “mondo  antico”,  quello  dei  suoi  avi di  cui  serbava la  memoria e  gli  antichi  affetti,  così  come  si  predicavano  una  volta. 

    Amava  profondamente curare la terra e in  particolare  la  sua vigna a  cui  si dedicava  con  grande  spirito  di sacrificio  e  dedizione. L’amore  per  la  terra e la  campagna l’ aveva ereditato dal padre,  la  “terra”, bene  sicuro rappresentava  una risorsa  che  doveva  essere   curata  e  preservata  anche  per  le generazioni  future. 

    All’età  di  cinque o sei  anni  mi  veniva  trasmesso  questo  valore,  insieme  alla  consapevolezza  della  fatica  che esso  comportava, sacrifici che bisognava conoscere  per  temprarsi.  “La  Terra  va  curata  con  amore  e  dedizione”  mi  diceva,  “altrimenti  essa  non  ti  donerà  mai  i  suoi  frutti”.

    In  quegli  anni   aveva  investito in  un  vigneto  in  contrada  Triscina  che  tanto  amava  e venerava.  Aveva  comprato  quell’appezzamento  da   un contadino  che  lo  aveva  reso  fertile   e  fruttuoso.  D‘altra parte il  vino,  come  la  produzione  dell’olio  rappresentavano  la  fonte  di  sostentamento  e  di  guadagno  di  molte  famiglie e  in  quella  terra  avevano  lavorato  i padri,  insieme  ai   figli .

    Lunghi  filari   di  vigneti  ritagliavano   notevoli  appezzamenti  di terreno  che  arrivavano sino  al  mare,  poggiando  sulla  così  detta  “rina”, la  sabbia,  appunto  che  caratterizzava  quella  contrada.

    All’albeggiare  si  udivano sommessamente i  suoi  passi  muoversi  tra  “gli  zucchi” , e  dalla  finestra  della  casa  colonica  si  poteva  intravedere la  sua  figura,   amorevolmente  china  sulle  piantine  che  attendevano la  cura  quotidiana.

    In  tale  occupazione  mi  coinvolgeva, felice che io potessi condividere con lui  tali  momenti.   Alle  cinque  del  mattino  si  puntava  la  sveglia,  poi, si   procedeva  silenziosamente tra  i  filari  curando di  liberare  i  tralci dalla  gramigna  con  strappo  deciso  e  mi  diceva: - “ vedi  la  pianta  adesso  respira.  Ridare  vita  ai  grappoli  in  crescita  è  un  gesto  di “ amore”.  Nel  vecchio granaio  teneva  le  sue  botti ,  dove  conservava  il  vino  migliore  attendendo  che diventasse  “pregiato”. 

    Di  tanto  in  tanto   si  controllava  lo  stato  del mosto  che  si  trasformava  in   vino,  ma  l’assaggiatrice  di  eccezione  dovevo  essere  io,  perché  da  bambini  bisognava  assaporare  il  “nettare  degli  Dei”,  così  lui  chiamava  il  suo  vino  dal  colore  ambrato. Due  boccali, poggiati  su  un  asse  di  legno   vedevano  il  nostro  brindisi e soddisfatto  aggiungeva con  un  sorriso  tenero:  “Bene,  le  persone  intelligenti  amano  il  vino.  Ma  forse  è  meglio  che  non  lo  diciamo  a casa”.   Tale  condivisione  mi  appariva  un  immenso  privilegio  e  nonostante  i  primi  stati  di  “ebbrezza” , insoliti per  una  bambina, imparai ad  amare ed  apprezzare  tale  rito.      

    Perché le future generazioni dovrebbero conoscere Virgilio Titone?

    In  generale  ritengo  che l’Istituzione  Scuola  avrebbe il  dovere di  divulgare  le  opere  e  il  pensiero  degli   studiosi  contemporanei.  Partire  dagli  eventi  e  dalle  figure   che  hanno  segnato   la  storia  di  questo  secolo è  fondamentale  per  comprendere  fenomeni  che  altrimenti  possono ritenersi  “avulsi”  dal  contesto  in  cui  si  muovono  le  nuove  generazioni.

    Degli  uomini che  hanno  avuto  un  peso  nella Cultura,  noi  immaginiamo  sempre  di riscontrarne  una forma  di  austerità,  quasi  di  timore  referenziale, ma  quando  li  conosciamo  nella  vita  reale impariamo  della  loro  storia  intima,  dell’uomo  che  c’è  dietro ,  con  le  proprie fragilità ,  le loro   debolezze  ma  anche  con  i  loro  sogni  e  i  loro  insegnamenti.   Credo  che  restituire  a  così  detti  accademici”   tale  dimensione umana  sia  un  dovere  morale  in  cui dovremmo  impegnarci  per  immaginarli  vicini  al  nostro  sentire  comune.

    Virgilio Titone è stato uno  storico che  ha  profondamente inciso  sul panorama  culturale europeo,  interessato soprattutto alla  Storia  della  Sicilia ne ha tracciato le linee fondamentali   contribuendo a  divulgarne  le  origini, i  costumi  l’evoluzione  nei  secoli.

    Ma Titone fu soprattutto un  Uomo  che  avvertiva profondamente il senso  di  appartenenza  a  una  comunità per la quale intendeva  spendersi.

    Soprattutto  verso  i  giovani nutriva particolare  attenzione. Molto attento ai mutamenti  sociali, vedeva  nella  nuova  generazione  una  risorsa preziosa che  andava supportata e  rispettata. 

    Consapevole   del  contesto  difficile  e  spesso  ostile in  cui  i  ragazzi, soprattutto  nel  meridione  si  muovevano, nel  proprio  ruolo  di  educatore  e  di  storico  credeva di avere una sorta di missione: coltivare nelle generazione future la  consapevolezza  di  sé,  la  dignità, l’onestà  morale  e  intellettuale.  Il  suo  monito era  rivolto soprattutto alla tenacia con  cui  proteggere e  conservare  i  propri  sogni,  le  personali   aspettative, combattendo per raggiungerli e attuarli.

    Possiamo riferirci  pertanto a  una  sorta  di “ Rivoluzione  Culturale”  che  puntasse  alla questione  Morale come  fondamento unico che  potesse  preservare  l’individuo   da  ogni  prepotenza  e da  qualsiasi  tentativo   di  sopraffazione.

     Su questi temi che gli  stavano a cuore  incentrò  il  suo  impegno  che  guardava  a  una  “questione meridionale” mai veramente affrontata e superata,  determinata  anche da  quell’antico “sentimento” di  vittimismo che  ha  caratterizzato il  popolo  meridionale e  dal  quale  è  necessario  liberarsi  per  potere  immaginare uno  sviluppo  autentico e  duraturo.  In  tal  senso lo  studio  della  Storia e  dei  suoi  sistemi  economici divengono  mezzo   e strumento  per  comprendere non  soltanto  gli  avvenimenti, ma  i  costumi,  gli  usi e  l’anima  di  un  popolo  e  poter  attingere  dagli  errori  del  passato nuova  linfa  vitale.

    Mosso  da  tale  forte  impegno  si interessò particolarmente negli ultimi tempi al triste fenomeno della “fuga  dei  cervelli”, fenomeno che continua a impoverire il nostro territorio lasciando  espatriare  le  intelligenze  migliori. 

    In tal senso fu molto  critico nei  confronti dei  metodi  di  insegnamento del nostro  sistema Scolastico  poco  votato alla  valorizzazione  delle nostre  risorse  territoriali e  nei  confronti  delle nostre Università, divenute, soprattutto intorno agli  anni settanta –ottanta  semplicemente  “postifici” o parcheggi, accessibili a quanti continuavano a praticare antichi servilismi e  favoritismi.  

    Ma  le  responsabilità  erano  anche  da  vedersi  in   una  classe politica  incapace e  impreparata alle  svolte  epocali che  stavano  avvenendo  nel  resto dell’Europa.  Un  pensatore  moderno  che  serbò sempre  un  rapporto  amorevole e paterno con  gli  studenti che  lo  interpellavano per  consigli personali  e  intimi, trovando  in  lui una  guida  spirituale e  talvolta  “paterna”. 

    La  sua  voce, libera e  coerente ai propri  valori  e  al  proprio  credo  intendeva  offrire,  attraverso un linguaggio, lontano  dai  toni  cattedratici,  possibili  strumenti  per  asservirsi  da  antiche  schiavitù  che  attanagliano  ancora  il  nostro  territorio. 

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