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Inaugurata la Fontana della Ninfa. Storia di un "gioiello" costruito nel 1615 che conserva una incisione

di: Enzo Napoli - del 2017-06-17

  • Sabato 10 giugno, dopo una conferenza al Teatro Selinus, organizzata dal Lions Club International di Castelvetrano , alle 12,30, alla presenza dei vari esponenti del Club, del coro DoReMi della scuola elementare Ruggero Settimo e di numerosi cittadini è stata inagurato il completamento dei lavori di restauro della Fontana della Ninfa.

    I lavori di restauro, sostenuti economicamente dal Lions ed altri sponsor, sono stati magistralmente eseguiti dalle restauratrici D.ssa Rossella Ricciardi, D.ssa Adriana Richiusa e da un loro collaboratore Andrea Forgione. Sorvoliamo nel raccontare le vicende storiche dell’acquedotto di Bigini, più volte trattate in altre occasioni. Ci limitiamo a dire che la Fontana costituisce il terminale di detto acquedotto e che faceva da quinta scenografica, vista dal centro della Piazza Carlo D’Aragona, allo spazio compreso tra lo spigolo dell’ala destra del Palazzo Pignatelli e l’angolo della chiesa Madre. Tale prospettiva oggi è fortemente compromessa dalla presenza di ombrelloni e sedie che ne ostruiscono la vista.

    La Fontana, costruita nel 1615, ha uno sviluppo verticale di circa metri 10 con quattro vasche sovrapposte e nicchia superiore contenente una Ninfa. La fontana, in origine, era un pò più alta perché la parte superiore era sovrastata di un piccolo attico.

    Tra il 1889 ed il 1890 l’attico è stato demolito e fu eseguito il coronamento, con sei triglifi e metope allungate, sovrastato dallo stemma di Castelvetrano con la scritta Palmosa Civitas Castrum Vetranum.

    La nicchia in alto che contiene la Ninfa è contornata da cartocci e fregi riportati al bianco originale. Il timpano spezzato che sovrasta la nicchia contiene uno scudo ovale che conteneva una palma (non più visibile già da prima dei restauri). La Ninfa contenuta nella nicchia è seduta su una rupe, con la sinistra sorreggente una cornucopia e la destra appoggiata su una brocca dalla quale sgorga l’acqua. In questo braccio destro un bracciale riporta inciso il nome del fontaniere Orazio Nigrone.

    Bellissimi ed elaborati sono i calzari che la statua indossa. Sopra la testa della ninfa una conchiglia colorata chiude la nicchia. Scendendo, tra la quarta e la terza vasca e tra quest’ultima e la seconda si trovano due palme, le quali, ripulite dagli agenti atmosferici, col loro bianco colore, risaltano in modo particolare.

    Le palme sono affiancate da due mascheroni dai quali sgorga l’acqua. Tra la seconda e la prima vasca si trova una lapide con l’iscrizione commemorativa (in altre occasioni più volte trattata). La lapide è affiancata da altri due mascheroni che versano l’acqua sulla vasca sottostante. Il mascherone a sinistra è in materiale sintetico poiché è copia rifatta uguale all’originale, dopo un furto effettuato circa venti anni fa, dal professore Risalvato.

    Probabilmente lo zoccolo sottostante la prima vasca, è stato costruito dopo il livellamento della piazza  avvenuto nel 19° secolo; qualcosa di simile è successo nella Piazza Villena (Teatro del Sole) a Palermo. Notiamo infine che nella parte anteriore delle mensole che sorreggono le vasche vi si trovano delle incavature rotonde atte a contenere degli  elementi ornamentali che sono andati perduti.

    Le pietre dure usate per la fontana sono la Pietra di Trapani e la Pietra di Billiemi. Come già detto la fontana è opera del fontaniere napoletano Orazio Nigrone che ha lavorato sotto la supervisione dell’architetto del Regno Mariano Smiriglio.

    Il lavoro di restauro è ben riuscito; sono state reintegrate soltanto poche parti mancanti e riprese quelle degradate. Adesso la Ninfa, le palme ed i fregi che la contornano sono tornati al loro colore originale e risaltano rispetto al colore di fondo giallino (questo era il colore originale) e dalla pietra tufacea circostante. Sono state ripristinale le lettere mancanti della lapide e anche recuperata e resa visibile la superfice esterna della prima vasca che negli anni passati era stata ricoperta da un piccolo strato di cemento.

    La fontana per quattro secoli è stata ammirata per la sua bellezza ed è stata anche un punto di riferimento per la collettività castelvetranese, delimitando uno dei quattro quartieri in cui era divisa la città nel Seicento (quartiere S. Antonino). Essa sugli avvenimenti locali è stata testimone di quasi tutte le vicende socio politiche e storiche di Castelvetrano: mercato, giostre e per finire la strage del 1921.

    E’ stata anche testimone della nascita ed immediata scomparsa di una sua erede. Difatti dopo poco oltre tre secoli l’acquedotto di Bigini è stato rifatto (nel periodo fascista 1935).  Da appunti  del signor Basile Pellegrino (n. nel 1921) apprendiamo che a completamento dell’acquedotto, per l’inaugurazione, quasi nel centro della piazza fu costruita una bassa vasca rotonda dalla quale si levò verso il cielo un alto zampillo.

    La vasca durò poco tempo e fu rimossa. Il ricordo di essa rimane in una cartolina d’epoca di quell’anno. Per quell’occasione sotto il campanile della chiesa Madre era stato costruito un palco per le autorità. Erano presenti, il Prefetto, il segretario federale del Partito Nazionale Fascista, il Podestà (Riccardo Tondi) il il presidente dell’Opera Nazionale Balilla (Luigi Scaminaci). Sotto il palco erano schierati  i Figli della lupa, avanguardisti e giovani fascisti accompagnati dalla banda dell’O.N.B. che suonò inni patriottici.

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