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Da "racina"a "munzeddu". I francesismi di epoca normanna che hanno influenzato il dialetto siciliano

di: Elenia Teri - del 2017-09-21

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  • Settembre è il mese per eccellenza della vendemmia, quel periodo dell’anno in cui la maggior parte delle famiglie siciliane si ritrova a passare le giornate fra i filari dei vigneti o a snocciolare un grappolo d’uva davanti la tv.

    È tempo di racina, insomma, una parola che soddisfa il palato e al tempo stesso ci ricollega a una parte di Storia della nostra Sicilia. Di quella Sicilia che, come direbbe il Gattopardo don Fabrizio Salina, portò per «venticinque secoli almeno […] sulle proprie spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate.»

    Chi conosce, infatti, anche un minimo la lingua francese avrà già intuito il nesso che intercorre fra il nostro sicilianissimo “racina” e il sostantivo francese odierno “raisin”, la cui influenza originaria di quest’ultimo termine sul nostro dialetto risale alla dominazione normanna sull’isola, fra l’XI e il XIII sec d. C.

    Se ne trova conferma nel libro Sicilia (Editori Laterza) del professore Giovanni Ruffino, ordinario di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Palermo e Benemerito dello stesso Ateneo, presidente del Centro di Studi filologici e linguistici siciliani e, dal 20 febbraio 2017, Accademico ordinario della Crusca.

    Ruffino colloca "racina" fra i «sicuri francesismi di epoca normanna», insieme ad altre parole come: accattari (comprare), munzeddu (mucchio, cumulo), parrinu (padrino, prete), iardinu (giardino), imenta (cavalla), vucceri (macellaio).

    Inoltre, continua a spiegare Ruffino, si può cogliere l’influsso del francese antico medesme (oggi même) in un’espressione siciliana molto comune nel parlato odierno quale videmma, abbreviato vidè (o viremma/virè, midemma/midè in base a quale parte della Sicilia si faccia riferimento).

    Una dominazione, quella normanna, fondamentale per la formazione del siciliano moderno in quanto, secondo una supposizione del noto linguista tedesco Gerhard Rohlfs riportata da Ruffino, la diffusione del francese (lingua romanza, neolatina) avrebbe rivitalizzato la latinità linguistica dell’isola, soppiantata in quel periodo dall’affermazione dell’arabo nell’uso quotidiano.

    Un’ipotesi non del tutto infondata, ribadisce l’Accademico della Crusca, se si pensa che gli altri dialetti meridionali (dalla Calabria settentrionale a salire) non coinvolti massicciamente dalla dominazione linguistica araba presentano un rapporto più diretto di derivazione con il Latino. Ad esempio, essi traducono “uva” in àcina, corrispondente all’antica forma latina acina, a differenza del siciliano (e del calabrese meridionale) che riporta appunto racina, più vicino al francese.

    Ma un merito come l’aver riattivato la latinizzazione della lingua in Sicilia non bastò a garantire ai normanni la residenza sull’isola, infatti nel 1282 con la rivoluzione del Vespro si pose fine, come dice Dante (Paradiso, VIII, v. 73), alla «mala segnoria» angioina.

    Secondo una tradizione i siciliani ribelli, forti della loro particolarità linguistica, racconta ancora Ruffino, avrebbero ideato uno stratagemma per smascherare i francesi che cercavano di sfuggire indenni dalla ribellione, mimetizzandosi fra la folla. Ovvero, far «ripetere ad ogni persona sospetta la parola cìciri (ceci) che i francesi non sapevano pronunziare, perché incapaci di rendere la c palatale come i siciliani», quindi rispondevano dicendo kìkiri o sìsiri. Ecco quanta Storia (e quant’altra ancora) si può estrapolare da un semplice grappolo d’uva, o racina, in Sicilia, durante la vendemmia.  

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