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"A cavallo tra passione, spettacolo e il sogno di 'conquistare' anche la Sicilia dopo i premi vinti al Nord". Intervista a Giuseppe Cimarosa

di: Doriana Margiotta - del 2021-08-31

Immagine articolo: "A cavallo tra passione, spettacolo e il sogno di 'conquistare' anche la Sicilia dopo i premi vinti al Nord". Intervista a Giuseppe Cimarosa

Nell’ambito del teatro contemporaneo ci sono diverse esperienze, più o meno di rottura con la tradizione, in cui sono presenti modalità nuove e di grande impatto emotivo. In questo ambito innovativo c’è sicuramente il nome di Bartabas, artista francese, che dopo varie esperienze teatrali e circensi, fondò nel 1984 “il teatro equestre Zingaro”, il suo è un teatro che attinge alla tradizione del teatro equestre ma lo arricchisce sviluppando soprattutto l’aspetto lirico e poetico.

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  • Nei suoi spettacoli i cavalli eseguono esercizi dell’alta scuola, ma con una precisa funzione espressiva, mettendo insieme diverse arti sceniche.

    A Castelvetrano abbiamo il grande privilegio di avere uno dei più stimati e talentuosi artisti che ha fondato una compagnia di teatro equestre, Giuseppe Cimarosa. Artista poliedrico e un grande perfezionista.

    Un uomo che con grande coraggio ha creato da zero una realtà unica nel suo genere e che negli anni si è guadagnato la stima degli addetti ai lavori e ha ricevuto innumerevoli premi che danno lustro non solo a Giuseppe e alla sua compagnia teatrale ma anche alla nostra città.

    Raggiungere livelli così alti comporta tanto studio, allenamento, disciplina e tanti sacrifici, ma Giuseppe Cimarosa ce l’ha fatta e ha raggiunto molti dei suoi obbiettivi. Ho avuto il piacere di intervistarlo e insieme abbiamo ripercorso la sua carriera dagli inizi fino ad oggi e vi assicuro che si percepisce l’amore per quello che fa dalle espressioni del suo viso che dimostrano il rapporto simbiotico tra lui e il teatro equestre. 

    Cosa rappresenta per te il teatro equestre? 

    “Rappresenta tutto. Io ho fondato tutta la mia vita intorno a questo sogno, che era proprio il teatro equestre, che obbiettivamente non esisteva in Italia, i cui natali erano francesi. Casualmente quando era ragazzino vidi dei video di Bartabas, il fondatore del teatro equestre, un luminare, e per me è stato un colpo di fulmine, perché io nel frattempo avevo la passione dei cavalli e andavo a cavallo, facevo equitazione a livello ludico, come sport.

    Questa cosa mi affascinò perché vidi la fusione di due sfere, di due mondi che apparentemente  dovrebbero essere lontani, quello dell’equitazione e quella dell’arte e del teatro. Rimasi affascinato dall’idea, ma vivendo a Castelvetrano lo vedevo come un sogno irrealizzabile.

    Poi è successo che a 22 anni mi sono trasferito a Roma per completare gli studi universitari in archeologia, un ambito che ho sempre amato, perché sono nato a Selinunte e sono cresciuto impregnato di grecità, e per questo ho scelto questo tipo di percorso di studi.

    A Roma ho avuto la fortuna di entrare a far parte di un gruppo di amici che erano tutti artisti, registi, musicisti, cantati e attori. Fu un incontro casuale ed io era l’unico “asciutto” di questa sfera, ma ero molto affascinato da questa realtà.

    Attraverso loro, cominciai a masticare questo mondo ma anche a studiare, ho fatto dei corsi e ho continuato a fare equitazione ad altri e alti livelli, rispetto come lo avevo fatto qui, ma soprattutto mi preparai anche nell’ambito artistico. Fu un perfezionare qualcosa che già c’era in me, l’aspetto artistico faceva parte di me, e gli altri se ne erano accorti e per questo motivo mi avevano coinvolto nel loro gruppo.

    Lì ho capito che si poteva realizzare il mio sogno ed insieme a queste persone abbiamo iniziato quest’avventura, che poi diventò solo la mia, io l’ho fatto diventare il teatro equestre. Nello stesso tempo ho lavorato, sempre con i cavalli, in ambito cinematografico, facendo lo stuntman per tre anni e in questo modo ho fatto la gavetta, ma obiettivamente non era una cosa che mi piaceva molto.

    Guadagnavo tanto perché il rischio era molto alto, ma oltre a questo non c’era nessuna possibilità di crescita professionale o di sfogo artistico. Dopo un po' mi stancai e abbandonai questo lavoro e continuai a lavorare con i cavalli come istruttore, mi avvicinai a persone che erano più affasciante dal teatro equestre e che mi diedero più possibilità di realizzarlo.

    Tutto questo ebbe inizio in strutture che appartenevano ad altri, ma anche quello mi stava stretto, perché comunque lavoravo per terzi e dovevo fare ciò che loro volevano, non potevo avere completo potere decisionale e creativo. Facevo tutto con molto rigore e molta umiltà, per me la disciplina è fondamentale, l’unica strada che mi avrebbe fatto diventare un professionista completo.

    Nella mia testa c’era l’idea di fare qualcosa di mio, e non potendola realizzare a Roma, dove era necessario un capitale ingente che io non avevo, ho deciso di tornare a casa dove comunque avevo la campagna e lo spazio per realizzare il mio progetto. 

    Certo la nostra terra non è molta aperta alle novità ed io ero il primo fautore di un progetto che era unico nel suo genere. Tornai perché non avevo molta scelta, ma l’unico posto dove potevo provarci era casa mia.

    Tornando aprii il Centro Equus, che è una scuola di equitazione a tutti gli effetti, ma con quell’ascendente artistico. Qui è nata la mia compagnia, dove c’è un nucleo fisso, formato da dieci persone, ma a seconda dello spettacolo che voglio mettere in scena, lo arricchisco con altri artisti.

    Quest’anno non ho voluto fare nessuno spettacolo nella mia proprietà perché la situazione non mi sembra ancora molto tranquilla e ho preferito rimandare al prossimo anno. Come scuola siamo ripartiti e ci alleniamo sempre. Vengo chiamato come singolo artista nei vari spettacoli in giro per l’Italia, e per quest’anno va bene così.” 

    C’è un sogno che ancora devi realizzare?

    “Sì, non smetto mai di sognare, la verità è che mi piacerebbe che questo progetto prendesse più respiro, che avesse l’appoggio delle istituzioni, della Regione Sicilia, che ne facessero diventare un fiore all’occhiello della tradizione siciliana. Quello che ho fatto finora, l’ho fatto da solo, autoprodotto, con il mio impegno.

    I costumi sono realizzati con quello che riusciamo a riciclare. Chiunque veda il mio profilo Facebook o Instagram, immagina che noi siamo una compagnia degna del Circle du Soleil, in realtà siamo solo bravi a realizzare, anche con poco, degli abiti di scena dignitosi. Questo dimostra che i soldi non sono proprio tutto, ma che con una buona dose di volontà si può realizzare qualunque cosa.

    Mi piacerebbe, dato che questo progetto ha una storia e va in scena ormai da diversi anni, che venisse traghettato da una forza superiore.” 

    Hai ricevuto dei premi prestigiosi, ce ne vuoi parlare?

      “Il paradosso è che fuori dalla Sicilia, sono più apprezzato che qui dal punto di vista professionale. Di recente, quest’inverno ho ricevuto un premio come migliore attore maschile al Galà d’Oro in Festival, premio dedicato agli artisti dello show annuale di Fieracavalli, che equivale alla notte degli oscar nel mio  ambito. Ancora faccio fatica a crederci.

    Già essere in candidatura, per me era una grossa soddisfazione, perché c’erano nomi importanti del settore di tutto il panorama europeo. Sinceramente non pensavo di vincere quel premio. Avendo ricevuto cinque candidature, tra cui quella come miglior interprete maschile, miglior costume, miglior compagnia, e altre, avevo pensato che venissi premiato come miglior costume e invece è arrivato quello come migliore attore. Ancora sono incredulo, ma soddisfatto. “ 

    Cosa vuoi trasmettere al pubblico, quando ti esibisci? 

    “Io sono uno molto emotivo anche in scena, quando mi esibisco non sono mai da solo ma insieme al mio cavallo, il mio modo di esibirmi e di essere artista è molto particolare, perché è unico. Io non sono un semplice cavaliere ma ho una tecnica particolare perché monto le redini in cintura, non le tengo in mano e avendo le braccia libere posso interpretare il mio ruolo e il cavallo lo guido soltanto con il peso del corpo e delle gambe.

    C’è una simbiosi talmente forte, da poterlo paragonare solo al tango, nel tango non c’è una coreografia, c’è l’uomo che comanda, che è la mente e che porta nella danza la ballerina, è una fusione così profonda con il cavaliere che la ballerina riesce ad assecondarlo sempre, lo stesso è con il cavallo. Io sono la mente e il cavallo mi segue.

    Dietro ci sono tutte una serie di sfumature ed intoppi, perché l’imprevisto c’è sempre, non puoi crearti uno schema ben preciso così vado molto di pancia. Le prove servono per migliorare l’aspetto tecnico, l’aspetto emotivo viene fuori in scena davanti al pubblico.” 

    A cosa aspiri? 

    “Io aspiro all’idea di centauro, quello non mitologico, ma inteso come fusione assoluta tra uomo e cavallo. Ho iniziato questo percorso perché il mio attaccamento ai cavalli era una sorta di ricerca di qualcosa che mia mancava, mi sentivo incompleto, invece sul cavallo e in stretta fusione con lui, io mi sento un essere compiuto.” 

    Se un ragazzo venisse da te e ti dicesse che vuole fare il tuo stesso percorso. Che consigli gli daresti? 

    “Gli consiglierei di lavorare, di allenarsi, e imparare prima di tutto la disciplina, perché l’equitazione è questo. Prima si deve diventare cavaliere, praticare l’equitazione ad alti livelli e con grande costanza e tanto impegno. Iniziare in età troppo giovane, si rischia di stancarsi ad un certo punto, invece più grandi c’è maggiore consapevolezza, perché l’equitazione può diventare noiosa.

    C’è un lavoro di disciplina, come la danza classica, che può diventare monotono per un ragazzino. L’equitazione la definisco un continuo esercizio di educazione, e grazie ad essa ho forgiato il mio carattere e attenuato i miei tanti difetti.” 

    Quale caratteristica del cavallo, vorresti che avesse l’uomo?

    “Il cavallo è molto diffidente, ci si mette molto a conquistare la sua fiducia, ma ci vuole molto poco per perderla. La stima è un bene, non ereditario, si acquista a fatica ma si può perdere in un attimo. Questo dovrebbero imparare gli uomini, a dare valore ai rapporti umani.” 

    Durante il lockdown hai sviluppato l’amore per la fotografia, un’altra forma d’arte. Cosa ti ispira di più? 

    “Io da anni mastico di fotografia. Ho posato per fotografi molto famosi come fotomodello. Mi ero fatto una mia idea di fotografia. A causa della pandemia e della relativa chiusura, i miei allievi hanno sofferto questa lontananza ed erano un po' spaesati, così ho dovuto inventare qualcosa che ci tenesse un po' tutti impegnati.

    Mi sono attrezzato con una macchina fotografica semi professionale ma non troppo impegnativa, e ho iniziato a fare degli shooting usando il mio gruppo e i cavalli come soggetti. Non ci siamo limitati a fare delle semplici foto, ma abbiamo creato una storia, un percorso, che ha preso il nome da uno dei miei spettacoli ”D’amore e di nebbia”, che ha una cornice molto folk e inquadra il popolo siciliano nei suoi colori e nei suoi sapori, in chiave un po’ romantica.

    Sfruttando il bagaglio di  costumi che abbiamo accumulato negli anni, avevamo tutti gli ingredienti per realizzare qualcosa di interessante. Ed è nato questo progetto di teatro equestre sotto forma di fotografia. Ogni foto è una storia. Io non ho mai studiato fotografia, mi sono solo improvvisato, e pensavo ci fossero grandi errori tecnici, poi sono state viste da esperti del settore e mi hanno detto che erano buoni prodotti e devo essere sincero, ne sono rimasto lusingato.” 

    Intervistare un vero artista come Giuseppe Cimarosa, è sempre un vero piacere. Mi ha portato in un mondo straordinario, dove il passato e il presente si fondono, dove tutto diventa poesia non solo grazie alla bravura degli attori ma anche alla grande presenza scenica dei cavalli. Mi auguro che presto si possa tornare ad assistere da vivo ad un suo spettacolo, perché l’arte è vita. 

    Ho appreso, con grande rammarico, che nonostante Giuseppe negli scorsi mesi abbia ricevuto un premio prestigioso, che nel suo ambito può essere paragonato ad un Oscar, la nostra amministrazione nella persona del Sindaco, non abbia avuto l’accortezza e il piacere di ricevere questo artista con gli onori che si convengono in questi casi.

    È tradizione, che gli artisti, gli atleti e chiunque dia lustro alla nostra città, venga ricevuto dal sindaco, cosa che in questo caso non è avvenuta. Dobbiamo esaltare ogni eccellenza del nostro territorio e ritengo che Giuseppe Cimarosa sia un fiore all’occhiello.

    Si dice sempre che la cultura e l’arte in generale debbano essere parte fondamentale della vita pubblica di un paese e messe in risalto, ma penso che in questo caso ci si sia “distratti”. C’è sempre tempo per rimediare.

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