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La Casa delle Bambole a Castelvetrano tra storia, miti e leggende

di: Redazione - del 2022-07-20

Immagine articolo: La Casa delle Bambole a Castelvetrano tra storia, miti e leggende

Amore, odio, invertiti (per la cronaca del periodo), omicidi, denaro, prostituzione, guerra, lusso, donne, thrilling e… leggende. La Casa delle Bambole racchiude il mix perfetto tra alti e bassi della società castelvetranese. Un caso che ha appassionato la nostra cittadina, che è stato risolto dopo anni di indagini.

  • clemente a7 novembre 2021
  • Si provò a rendere giustizia ad un avvenimento che scosse le coscienze e “incoscienze” di un paese tormentato dalle vicissitudini socio-politiche del periodo. Era passato circa un quindicennio dal termine della guerra e, tra stenti e mancate rivalutazioni organizzative, Castelvetrano arrancava sotto certi punti di vista.

    Negli ambienti si mormorava e, tra i tanti argomenti discussi, naturalmente, rientrava la storia della Casa delle Bambole. Un tormento iniziato durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale e lo sbarco degli Alleati. Perché quella “casa” era ambita e discussa ampiamente? La signora Giovanna, sarta, era riuscita a perseguire la strada del guadagno facile, con un giro di prostituzione.

    All’interno di quell’abitazione tetra, chiusa, silenziosa, sita in via Pantaleo, era cambiato tutto. Alcune donne, avevano iniziato ad intrattenersi con dei soldati sbarcati in Sicilia e questi “agganci lussuosi” erano abbastanza fruttuosi. Nel giro di poche settimane, diventati poi mesi, quell’edificio si era trasformato nel luogo più affollato della nostra città.

    Una vicenda andata avanti negli anni, che ebbe il suo culmine fino al mese di Luglio del 1958. Il figlio della sarta, Salvatore, detto “Totuccia”, conobbe un concittadino. Totuccia era conosciuto negli ambienti castelvetranesi per il suo atteggiamento che l’avvicinava al gentil sesso e, spesso, s’intratteneva con alcuni ragazzi del posto.

    Nonostante fosse un uomo, lui stesso dichiarava di “sentirsi” donna. I suoi ormoni, gli atteggiamenti, i modi di porsi e le movenze erano femminili.
    Mettendo da parte alcune situazioni personali dello stesso, il rapporto intimo con il “nuovo amico” aveva spianato la strada ad una serie di eventi, che avrebbero cambiato definitivamente il corso della sua vita. L’amore discusso, in un’epoca difficile dove le trasgressioni erano ripetutamente ostaggio a incontrollabili maltrattamenti di natura psico-fisica, non diedero la spinta giusta, affinché tutto fosse reso pubblico.

    Oltre al “presunto” sentimento, tra i due era iniziata una collaborazione negli affari, legati al giro di prostituzione, ormai dedito da molti anni. Fino a quando, lo stesso amico del Totuccia pensò d’essere stato truffato e, agguantando una forbice, uccise il ragazzo.

    Nello stesso momento, intervenne la madre per aiutare il figlio morente, venendo anch’essa infilzata da alcuni fendenti, senza via di scampo. Nel giro di pochi minuti, seppur non fossero ancora morti, vennero immessi all’interno del forno e fatti bruciare, per disfarsene velocemente. Dall’esterno, il fumo coprì i cieli della zona e la puzza che usciva dall’abitazione attirò i vicini e passanti, che chiamarono le Forze dell’Ordine.

    Una volta presentatosi alla porta, una voce femminile disse “Un momentu! Staiu vinennu! Chi prescia ch’aviti!”. Furono le ultime parole del tizio, rese pubblicamente. Le indagini durarono ben tre anni, che portarono all’arresto di un amico dell’omicida, il quale fu denunciato per essere stato complice dei reati commessi.

    Grazie alle indagini portate avanti dai Carabinieri di Castelvetrano e Trapani e al mandato di cattura, spiccato dal Giudice istruttore del Tribunale di Trapani, si arrivò alla svolta auspicata da tutti. Si cercò, in vari modi, d’inquinare le prove, con “avvistamenti notturni” e scorribande verso la casa. Furono condannati all’ergastolo, a patire le pene dell’inferno in carcere.

    La casa divenne lo spettro del malessere, di una società assente verso la crescita sociale. Aleggiavano i fantasmi, che allontanavano qualsiasi umano nelle sue vicinanze, maltrattando ogni possibile richiesta di acquisto. La leggenda narra che le stanze siano rimaste intatte, con l’effimera e inquietante presenza di una bambola all’interno di ciascuna e un libro mastro, che fungeva da registro, con l’elenco delle clienti più affezionate e assidue, rimasto inedito.

    Voci infondate e prive di verità, secondo alcuni. Per altri, all’interno di quell’abitazione, sono presenti gli spiriti malvagi di Totuccia e la madre. È impossibile affermare con certezza cosa e come sia attualmente l’edificio ma, siamo consci di un episodio che ha dannatamente stravolto un’idea di vita della nostra storia.

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