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“Una vita in Guardia di Finanza, poi la fede tra famiglia e aiuto al prossimo”. Storia di Girolamo Errante Parrino

di: Doriana Margiotta - del 2021-12-08

Immagine articolo: “Una vita in Guardia di Finanza, poi la fede tra famiglia e aiuto al prossimo”. Storia di Girolamo Errante Parrino

Spesso mi sono chiesta se siamo pronti ai cambiamenti che la vita ci mette davanti. Alcuni di noi li accettano senza farsi nessuna domanda, altri intraprendono un percorso profondo alla ricerca di sé stessi. La novità mette adrenalina ma al contempo suscita in noi molte paure. Spesso, però, è una forza più forte di noi a cui non possiamo dire no.

  • clemente a7 novembre 2021
  • Il signor Girolamo Errante Parrino è un esempio di come un cambiamento importante ti porti in altre direzioni, nuove e non scontate.

    Nato e cresciuto a Castelvetrano, ha intrapreso la carriera nel corpo militare della Guardia di Finanza e da dieci anni è in pensione. Lasciata la divisa ha iniziato un percorso di fede che lo ha portato all’ordinazione diaconale nella diocesi di Mazara del Vallo il 14 ottobre del 2017. Oggi svolge il suo diaconato al servizio della comunità di Santa Lucia.

    Ho avuto il piacere di intervistarlo e di poter ripercorrere le tappe fondamentali che lo hanno portato a ricoprire questo ruolo e soprattutto del percorso di fede che gli ha cambiato profondamente il modo di vivere e il suo animo. 

    Lei stato è stato nella Guardia di Finanza per 32 anni, ed è andato in pensione nel 2011. Come è stata la sua esperienza nell’arma? 

    “Positiva in tutti i sensi, ho trascorso gli anni di servizio in armonia con i colleghi ed i superiori, potrei dire quasi in un contesto familiare. Gli ultimi anni sono stati più complicati, perché erano cambiate molte cose e alcuni cambiamenti non erano compatibili con il mio modo di essere. Alcune cose cominciavano a starmi un po' strette e a cozzare con il mio carattere.

    Potendo andare in pensione un anno prima del previsto, per motivi di salute personale, ho deciso di concludere la mia carriera professionale nell’arma. Rifarei la stessa scelta lavorativa soprattutto per il periodo che ho vissuto dagli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta, dove c’era un ambiente consono a me, poi le cose naturalmente cambiano, c’è sempre un’evoluzione, ed è in quel momento che non mi sono trovato più in sintonia con questo ambiente. La mia  formazione è diversa rispetto allo sviluppo dei tempi e per questo motivo mi scontravo con esso.” 

    L’anno della sua pensione, lei decide di iniziare gli studi in teologia. Perché? 

    “Avevo già iniziato un percorso presso la chiesa San Francesco di Paola, con padre Aloisi, un percorso che mi ha fatto maturare nella fede e mi ha permesso di entrare a fare parte di momenti di preghiera particolare e in quei momenti ho sperimentato l’esistenza di Dio, sto parlando di esorcismo.

    Lì ho sperimentato il male e il bene, che fanno parte della nostra vita quotidiana, e da lì è iniziato il mio cambiamento. Tutto ciò mi ha spinto ad una ricerca e a una conoscenza più profonda di Dio, e da quel momento è maturata la mia vocazione.

    Chiedendo consiglio, mi hanno suggerito di prendere in considerazione la possibilità di fare il diacono, essendo sposato. Dopo essere andato in pensione, il Vescovo mi chiamò a settembre e mi chiese se avessi ancora l’intenzione di continuare il mio percorso, così mi ha convocato con mia moglie, perché il parere della moglie è fondamentale, perché se la moglie dice no, non si può iniziare il percorso per diventare diacono.

    La moglie deve essere d’accordo e in comunione con il marito, perché senza l’accordo si potrebbero creare dissapori in famiglia che porterebbero a conseguenze negative. È un cammino di fede che deve essere condiviso e accettato dalla propria consorte. Mia moglie all’inizio fu titubante perché comportava un cambiamento per entrambi e per la nostra famiglia, sappiamo bene che ogni cambiamento crea ansie e paure, e disse di no al Vescovo.

    E in quella stessa occasione, il Vescovo rivolgendosi a lei, disse: "Cara Francesca ricordati una cosa, che non siamo né io, né tu né nessun’altro a decidere, ma se è volontà di Dio, né io né tu né nessun’altro potrà fare nulla, perché Dio se lo vuole se lo prende". E così è stato.

    I tempi di Dio non sono i tempi nostri, e quello che Dio vuole lo ottiene, questo è vangelo. Mi ha cambiato il modo di vivere e ragionare e mi ha migliorato. Io ogni giorno combatto contro una forza negativa, in me ci sono queste due forze che si contendono, una positiva e una negativa, ma fa parte dell’esistenza umana. 

    Sono stato per molti anni un uomo dell’arma e la forma mentis è molto tecnica, portata a ribellarsi contro le ingiustizie, ma l’altra parte di me mi dice di riflettere, stare calmo e affrontala diversamente. È una continua battaglia che io vivo giornalmente, ma l’affronto con serenità.“ 

    Gli incarichi che le hanno affidato sono stati molteplici. Tra questi quello come volontario al penitenziario di Castelvetrano. Di cosa si tratta? 

    “Io sono direttore della Caritas Diocesana e la Caritas Diocesana opera all’interno del penitenziario tramite dei progetti che possono essere utili ai detenuti, organizziamo attività e laboratori dove ci avvaliamo di volontari che ovviamente sono scelti in base ad una procedura ben precisa e severa.

    Adesso con il covid ci siamo purtroppo fermati, gli unici autorizzati sono il cappellano e suor Cinzia che gestisce le attività all’interno dell’istituto. Io sono stato per un anno e mezzo da solo, perché mancava il cappellano, e il Vescovo ha mandato me. Andavo a celebrare la liturgia della parola e parlavo con loro.

    Inizialmente c’è stata un po' di paura da parte mia per il lavoro che avevo svolto. Ho chiesto ai colleghi della Guardia Penitenziaria di non dire del mio passato nell’arma ma i detenuti lo hanno capito comunque e un giorno mi hanno accerchiato, e mi hanno chiesto se fossi “sbirru”.

    Io con molta calma e con fermezza ho risposto che non lo ero più e da lì è andato tutto bene, ho istaurato un rapporto ottimo con tutti. Con loro mi sono aperto e ho istaurato un rapporto di fiducia reciproca. A breve ritorneremo in presenza in carcere e ricominceremo le attività che si erano interrotte quasi due anni fa.” 

    Oggi è al servizio della comunità di Santa Lucia. Che rapporto ha con questa comunità? 

    “Sono qui da poco e sto cominciando a conoscere meglio la logica comunitaria e sto entrando in punta di piedi per capire i meccanismi che la caratterizzano e  perché ho profondo rispetto di chi compone questa comunità. È una realtà molto attiva, molto presente e che si dà da fare. Don Meli ha lasciato degli insegnamenti profondi e indissolubili e la comunità prosegue sulle sue tracce.” 

    Che cosa è la fede per lei? 

    “La fede per me è conoscenza di Cristo. San Paolo dice una bella frase: "Per me il vivere è Cristo". Quindi arrivare a dire questo è fede, arrivare ad avere una conoscenza profonda di Cristo è fede. Io non posso dire di avere fede se non credo in questa presenza, non posso dire di avere fede se non credo che nel fratello povero ci sia Cristo, e non posso dire di avere fede se maltratto o offendo l’altro.

    È un argomento molto delicato che va affrontato con molta attenzione. Questa fede ci viene data con il battesimo e la maturiamo nel tempo e come un seme che viene messo dentro di noi e se siamo bravi, cerchiamo di farlo crescere e maturare nella giusta direzione. La fede non si spiega, la fede è un vissuto. Attraverso il mio vissuto esprimo la mia fede.

    Oggi stiamo attraversando un momento di profonda crisi data da molti fattori. Oggi il mondo ci sta schiacciando e abbiamo perso l’essenziale, e l’essenziale è Cristo, è la fede. Il bene e il male fanno parte della nostra vita e Dio ci ha lasciato liberi di scegliere da quale parte stare. L’odio è alimentato anche da questa distanza dall’essenziale e da Dio.” 

    Quali sono le sue speranze? 

    “Io voglio portare avanti la novità del diaconato che nella nostra diocesi non c’è mai stata, il significato profondo del diaconato è quello di far capire alla gente che si può cambiare, è la testimonianza della vita.

    Oggi non abbiamo bisogno di spendere paroloni durante le omelie, oggi serve una vera testimonianza di vita, per far capire come si può vivere una vita più serena, come si può vivere una vita in Cristo. Dobbiamo ricordarci che lui è sempre con noi, siamo noi che ci allontaniamo, dovremmo vederlo come se fosse un padre. Un buon padre, che non ci lascia mai soli.” 

    Parlare di fede non è sempre facile, come ha detto il signor Girolamo, è un argomento delicato che presenta molte sfaccettature. Ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con lui e il suo profondo amore per Cristo trapela dalle sue parole ma anche dai suoi occhi.

    Ha conosciuto profondamente la parola cambiamento, che lo ha portato a rivalutare tutta la sua vita e mettere a servizio degli altri la sua profonda fede.

    Forse per chi sta attraversando un periodo pieno di dubbi e incertezze, la storia del signor Girolamo Errante Parrino potrebbe essere un esempio di forza e di coraggio, per affrontare le sfide della vita.

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