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Conserviamo le nostre tradizioni: halloween o “la festa di li morti”?

del 2023-11-01

Immagine articolo: Conserviamo le nostre tradizioni: halloween o “la festa di li morti”?

La globalizzazione sta distruggendo le nostre bellissime tradizioni sostituendole con altre di provenienza nordica che non hanno riscontro con la nostra antica cultura. Mi riferisco, in modo particolare alla notte di Halloween, che si sta sostituendo alla festa di Tutti i Santi e alla nostra “Festa di li morti”.

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  • Il nome possibilmente deriva dall’inglese “All allows even” cioè la sera in cui tutto è permesso. Si tratta di una ricorrenza antichissima di importazione statunitense e canadese e risale a quel periodo storico quando Francia, Inghilterra, Irlanda e Scozia, facevano parte della cultura celtica con religione druidica, prima di cadere sotto il potere di Roma.

    Questo giorno coincideva con la fine della stagione calda, celebrata nella notte del 31 ottobre con la festa di Samhain “fine dell’estate” daSam= estate, e fuin= fine.

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  • Secondo la leggenda, in quella notte fate e folletti erano soliti fare scherzi anche pericolosi agli uomini. I Celti per accattivarsi la loro amicizia lasciavano del cibo sulla tavola in segno di accoglienza. Da qui l’usanza del “dolcetto o scherzetto?”.

    Per un popolo essenzialmente agricolo come i Celti, l’arrivo dell’inverno era associato all’idea della morte e si credeva che gli spiriti esercitassero il loro potere sui raccolti dell’anno nuovo.

    Elemento tipico della festa è la simbologia legata al mondo dell’occulto, tradotta sotto forma di immagini macabre tra cui le zucche intagliate e illuminate all’interno.

    La festa oggi si è diffusa anche in altri Paesi del mondo adattandosi alle culture locali; le sue caratteristiche sono molto varie: si passa dalle sfilate in costume ai giochi dei bambini, che girano di casa in casa chiedendo “dolcetto o scherzetto”.

    Voglio ora descrivere come si svolgeva da noi “La festa di li morti” del due novembre  e il suo valore culturale.

     Fino a qualche decennio fa, per non fare perdere ai bambini la memoria dei parenti defunti, durante la notte fra l’uno e il due novembre c’era la tradizione di portare loro dei doni e far credere, nella loro dolce innocenza, che a fare ciò erano stati “li murticeddi”.  Per spiegare questo fenomeno, per loro soprannaturale, si sosteneva che i defunti, usciti dalle tombe, andassero a comprare dolciumi e oggetti vari e poi li portassero come regalo ai bambini più buoni. La delusione era forte, quando a scuola i ragazzi più grandi se ne ridevano della loro convinzione.

    I regali erano i più vari ed erano proporzionati alle tasche più o meno floride dei genitori. Così, i più poveri potevano ricevere “calia e favicaliati, pastigghia” (fave e ceci tostati, castagne secche), “ficu sicchi, ranati, cutugna” (fichi secchi, melograni, cotogne), “nuci, nuciddi,nuciddi americani (arachidi)”. Non c’è da meravigliarsi dei regali così miserevoli per i giorni nostri; ma la frutta allora era considerata un bene voluttuario. Inoltre: “Bombolona” (le caramelle artigianali di una volta), “tetù, muscardina (per chi aveva buona dentatura), mustazzola, quaresimali, viscotti picanti” (tutti biscotti artigianali).

    I meno poveri ricevevano “li cosi di morti”, come: confetti, caramelle, cioccolatini, finte sigarette e soldoni di carta dorata o argentata ripieni di cioccolata. I dolci più caratteristici erano la frutta di “marturana” e “li pupa di zuccaru”. Questi ultimi sono reminiscenze della dominazione araba in Sicilia; si tratta di statuette di zucchero vuote di dentro con la forma di ballerina, bersagliere, soldato a cavallo con il fiocco colorato, tamburino.

     “La marturana”, il dolce più prelibato, ebbe origine alla fine del 1812, con la venuta a Palermo di Maria Carolina d’Austria, Regina delle Due Sicilie, che andò a far visita alle monache del monastero della chiesa della Martorana; queste le offrirono dei dolci fatti di pasta di mandorla e zucchero, confezionati così bene nel colore e forma, da rassomigliare alla frutta naturale. La sovrana ne rimase stupefatta e da allora questi dolci divennero famosi e si chiamarono “marturana”.

    Per i più benestanti c’erano anche vestitini, scarpette, camiciole, giocattoli. Il tutto era sistemato su una “nguantera”(vassoio) ben nascosta, per stimolare un loro maggiore interesse al risveglio.

    Così “lu iornu di li morti” i bambini andavano contenti con i genitori a fare visita ai cari defunti per ringraziarli dei doni ricevuti.

    Nella stessa ricorrenza era consuetudine da parte “di lu zitu” portare a “la zita” un cesto con “lu pupu di zuccaru”, che rappresentava una coppia di fidanzati; inoltre, per il primo anno di fidanzamento, doveva portare un ombrello, più altri regali di maggior valore. Oggi questa consuetudine è quasi scomparsa, poiché i regali arrivano in ogni occasione, tutto l’anno.

    Quando ero ragazzo, sulle tombe si accendevano le candele al posto dei lumini. “Lu squagghiumi”  (la cera bruciata che colava) era comprato a peso dai commercianti, che aspettavano fuori del cimitero; i ragazzi cercavano di raccoglierne il maggior quantitativo possibile, anche chiedendo il permesso ai vicini, per avere un maggior ricavo.

    Per rispetto dei defunti durante quel giorno i genitori vietavano severamente ai ragazzi di cantare e fare schiamazzi; la radio trasmetteva solo musica sinfonica.

     E’ con sommo dispiacere constatare che questa festa, dedicata ai defunti e a cui partecipavano i  bambini, scompaia, per far posto ad Halloween, proveniente da una cultura non nostra, che permette di festeggiare streghe e folletti dei boschi nordici.  

    Purtroppo oggi, come frutto indesiderato della recente globalizzazione, i popoli economicamente e militarmente più evoluti, anche se dotati di una cultura di poco valore, hanno esercitato molta influenza su altri popoli, spesso con un più ricco patrimonio di conoscenze. Così in Sicilia si sono perduti o modificati dei valori umani inestimabili, come il modo di vivere, di pensare, di occupare il tempo libero, di lavorare, di giocare, di comunicare in seno alla famiglia e nella società.

    In questa società consumistica, vuota di valori umani, perchè adora solo il dio denaro, oggi, anche in Sicilia, legata alle tradizioni,   la famiglia si disgrega e degli estinti ci si dimentica presto.

    La famiglia e la casa per il siciliano era tutto il proprio mondo, attorno al quale giostrava la società. “E’ la to casa chi ti strinci e ti vasa” “Casuzza to cufulareddu to”, così sentenziavano i proverbi. La concezione di sacralità della famiglia e di rispetto verso i suoi componenti, anche defunti, da noi continuava più che mai anche dopo la morte. Questa ricchezza d’animo, questa “corrispondenza d’amorosi sensi” con gli estinti, per come sosteneva il Foscolo, era qualcosa che noi siciliani ci portavamo dietro da millenni e nessuna colonizzazione era riuscita a portarci via.    

    Articolo dal compianto Vito Marino pubblicato dalla nostra redazione il primo novembre 2013.

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