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Il fallimento di Borsalino. Fine di un'epoca tra ricordi e mode lanciate dalla storica azienda piemontese

del 2017-12-26

In foto: James Senese e Gigi Simanella

Era il 1990 quando decisi di dare una svolta alla mia carriera di pianista creando il personaggio di “Borsalino”. Indossai un cappello dell’omonima famosa marca, un abito gessato stile anni ’20 ed ecco pronto il nuovo artista. Conobbi un impresario di Petralia Soprana, Pino Li Puma, che organizzò per me una lunga tournée sulle Madonie. Non ci fu paese dove, grazie a lui, non portai il mio personaggio di “Borsalino”.

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  • L’anno successivo partecipai al “Cantamare”, un festival canoro che da decenni si svolge a Cefalù e trasmesso dalla Rai, con la direzione affidata al patron Gianni Contino. Conobbi in quell’occasione artisti del calibro di Giuliano Gemma, Nico Di Palo dei “New Trolls”, James Senese di “Napoli Centrale”, Claudio Simonetti e tanti altri.

    All’indomani della kermesse con la mia orchestra “Borsalino’s Band” composta da ben dodici elementi intrattenemmo, presso il campo sportivo di Cefalù, un pubblico composto da migliaia di persone. Realizzai anche, presso lo studio di registrazione di Giampaolo Morsello a Menfi, un’audiocassetta contenente dodici brani, da me composti, di musica ballabile e dedicati sempre al personaggio di “Borsalino”.

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  • Ne spedii una copia alla direzione della famosa marca di cappelli, la quale mi rispose ringraziandomi per l’iniziativa che hanno accolto positivamente e m’hanno incoraggiato a continuare quella magnifica esperienza. Esperienza che, invece, interruppi da lì a poco a causa della morte di mio padre che mi fece perdere quella carica professionale ch’avevo accumulato in quel periodo.

    Mi è dispiaciuto moltissimo sapere che lo scorso 18 dicembre il Tribunale Fallimentare d’Alessandria, dopo avere respinto una seconda richiesta di concordato preventivo per evitarne il fallimento, ne ha decretato, di fatto, la chiusura. Ciò ha precluso una produzione che si è distinta nel mondo e che per decenni (160 anni di storia e di mito) ha regalato quel magico tocco di classe ed eleganza che solo chi indossa un cappello “Borsalino” può avere.

    La storica azienda di cappelli, eccellenza del sistema produttivo italiano, è quella che ha vestito molti famosi personaggi del mondo della celluloide: da Jean-Paul Belmondo, nell’omonimo famosissimo film, a Humphrey Bogart, da Federico Fellini a Michael Jackson in tanti suoi eccentrici videoclip, da Marcello Mastroianni, in “8 e 1/2”, a Robert Redford, dal celeberrimo gangster Al Capone a Tony Servillo nel recente film “La grande bellezza”.

    Fu il Maestro Cappellaio Giuseppe Borsalino, dopo aver lavorato per sette anni presso un noto cappellificio di Parigi, il 4 aprile del 1857 aprì, in un cortile di via Schiavina ad Alessandria, il primo laboratorio, diventato poi industria, per la produzione di cappelli. Qui cominciò a realizzare quello che da lì a poco divenne un cult, l’oggetto del desiderio per gli uomini di tutto il mondo che amano vestirsi elegantemente.

    La gamma dei cappelli “Borsalino” parte da quello più classico e va a tutti quei modelli creati apposta per soddisfare le più variegate esigenze dei tanti clienti sparsi in ogni continente. Il classico “Borsalino”, realizzato in feltro di pelo di coniglio, è un cappello floscio con cupola a tronco di cono e tesa di media larghezza, con fascia setata attorno alla base della cupola. Andò molto di moda, specialmente negli Stati Uniti, negli anni del proibizionismo americano.

    “’U siur Pepin” realizzò anche delle “perfette” bombette, a imitazione di quelle che s’utilizzavano moltissimo in quegli anni a Londra, dopo avere rubato il segreto della “catramatura” a una fabbrica inglese. Nella primavera del 2006 è stato inaugurato ad Alessandria il museo che ospita circa duemila cappelli realizzati negli anni venti. Solo pochi mesi fa il Ministero dello Sviluppo Economico aveva deciso di celebrare il successo della fabbrica alessandrina dedicandole un francobollo del valore di € 0,95.

    Oggi questa grande realtà tutta italiana termina il suo percorso produttivo creando delle serie difficoltà in chi in quella fabbrica c’ha creduto, l’ha fatta crescere col proprio impegno, col lavoro e con l’amore che solo chi genera una creatura può profondere. La speranza e l’auspicio è che, in extremis, si riesca a trovare una soluzione che possa risolvere le questioni economiche, garantendo una continuità alla catena produttiva e al reparto occupazionale che, altrimenti, andrebbe ad alimentare le decine di migliaia di licenziati in tutta Italia.

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