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Nel ricordo degli Arcobaleno e di Nino Comacchio che accompagnò Modugno alla chitarra

del 2014-09-16

Immagine articolo: Nel ricordo degli Arcobaleno e di Nino Comacchio che accompagnò Modugno alla chitarra

Ecco la seconda parte relativa ai complessi musicali castelvetranesi a cura di Luigi Simanella. 

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  • Un altro complesso che s’affacciò nel panorama musicale locale e che sicuramente tracciò un solco indelebile dimostrandosi, fra l’altro, il più longevo è stato l’“Orchestra 2000”. Nacque a Campobello di Mazara con una formazione composta da: Vito Giammarinaro al sassofono contralto e tenore e alla chitarra solista, il fratello Antonello Nello alla tromba, Leonardo Nanà Bivona alla batteria, Vincenzo Bono al contrabbasso, Francesco Cino Faugiana alla fisarmonica, Valerio Tancredi voce solista.

    A questa originaria formazione si aggiunse, poi, un terzo fratello, Mario Giammarinaro alla batteria e Vito Valenti al basso, chitarrista proveniente dai “Dioscuri”, tutti musicisti di Campobello. Di Mazara ne fecero parte: il bassista-cantante Alberto Tumbiolo e il cugino batterista-cantante Leonardo detto Nardo. Povero grande amico, passato a miglior vita prematuramente.

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  • Con lui ho avuto il piacere di condividere tante bellissime esperienze sia con l'Orchestra “2000” sia con un quartetto formato apposta per andare a suonare nell'anno 1977 a Sousse in Tunisia per una tournée. Rimanemmo a Sousse quasi tutto il mese di dicembre di quell'anno. Oltre me c'erano: Leonardo alla batteria, Vito Valenti al basso e Salvatore Pipitone alla chitarra.

    E' stata un'esperienza incredibile che rimarrà indelebile nella mia mente. Leonardo mi ha anche concesso l'onore di cantare insieme a me, a Gaspare Colletti, in arte Marco Ferrari, di Menfi e a Salvatore Accomando di Mazara del Vallo una mia composizione “Non lasciateci soli” con la quale ho partecipato all'edizione del Cantamare 1993.

    Per quanto riguarda, invece, Alberto Tumbiolo, ricordo tutti gli scherzi che ci faceva mentre suonavamo, divertendosi come un matto con quel suo sorriso da bonaccione che, in un modo o nell’altro, ti coinvolgeva anche se eri stato tu la vittima designata. Con me aveva il vizio d’allentare il dado a farfalla che permetteva di tenere più alzato il mio sgabello. In tal modo, non appena mi sedevo per mettermi a suonare, cascavo giù di botto.

    E lì le risate a mai finire. Ad Antonello, Nello il trombettista anche lui non più fra noi, lo faceva letteralmente impazzire quando gli otturava tutte le parti della tromba: il bocchino, il tubo, il cannello, la pompa e la campana.

    Così, quando il povero Nello doveva iniziare la sua parte e soffiava forte all’interno della tromba, l’aria non potendo passare gli rimaneva in bocca creando una forte compressione al condotto uditivo e una protrusione del bulbo oculare, l’esoftalmo, “l’occhi di fora”.

    La prima volta Nello non diceva nulla, ma quando l’operazione si ripeteva più volte, perché le parti otturate erano più di una, si arrabbiava e si metteva a imprecare non volendo più suonare. Al capo orchestra Vito, ogni tanto versava del vino nella campana del suo sax contralto cosicché, quando vi soffiava dentro per suonarlo, il vino fuoriusciva sporcando gli spartiti sui quali stava leggendo le note da suonare.

    Un altro scherzo che faceva a Vito e a Nello nel momento in cui lasciavano gli strumenti a fiato per prendere le chitarre, era quello d’invertire i cavi che collegavano le testate dei rispettivi amplificatori al cassone. In pratica quando Vito, chitarrista solista, alzava il volume del suo amplificatore per fare risaltare la sua parte, in effetti alzava il volume del fratello che accompagnando doveva essere più sommesso. E più alzava il suo di volume, poiché non riusciva a sentire quello che stava suonando, più alzava il volume sempre dell'amplificatore di Nello. Insomma una confusione incredibile.

    E Berto lì a ridere a crepapelle. A Mario, infine, allentava i dadi a farfalla che bloccavano sia i piatti infilati sulle aste a sistema telescopico (giraffa) sia i tom tom, cosicché quando egli li percuoteva con le mazzuole, essi cadevano creando una confusione tremenda.

    E Alberto sempre lì a ridere e fare ridere tutti noi e gl’invitati che, anche se non capivano cosa stesse succedendo, erano coinvolti in quelle scenette comiche conseguenti agli scherzi da prete di Alberto.

    Di Castelvetrano, invece, hanno suonato con la “Duemila”: la cantante Tina Di Maio che sposò il caporchestra Vito, i fratelli Pino e Renato Adorno rispettivamente bassista e batterista e Vito  Ingrasciotta, detto “lu francisi” perché aveva abitato per un lungo periodo in Francia, alla batteria e voce. Poi, in momenti diversi, i pianisti: Nicola Mangiaracina, Marcello Romeo, Vincenzo Russo e Franco Ciccy Calcara. Io vi ho suonato dal 1973 fino al 1984 con una pausa dal 1979 al 1980.

    La peculiarità di questo gruppo, a parte la grande preparazione musicale, è stata quella di proporre, durante le loro esibizioni musicali, delle macchiette a imitazione del grande Renato Carosone o dei personaggi del mondo dell’avanspettacolo. Utilizzavano lenzuoli, cappelli, mantelli per fare spettacolo, mentre cantavano parodie originali di brani famosi preparate apposta.

    La stessa cosa faceva l’“Orchestra Brazil” di Mazara del Vallo. Il primo castelvetranese che ebbe la possibilità di suonare sin dall’inizio con quest'ultimo prestigioso gruppo musicale, molto ricercato in tutta la provincia di Trapani e non solo, fu il nostro bravissimo chitarrista, nonché avvocato, Giuseppe Crescente, papà dei miei carissimi amici Fabio e Rino, eccellenti musicisti concertisti.

    Nel 1962, poi, vi entrarono a farne parte anche Giacomo Russo al sax e Michele Mike Milazzo come voce solista portando a tre le nostre presenze nell’Orchestra. Di Campobello, invece, era il carismatico fondatore Natale Curti. “Lu ‘zu Natali”, così lo chiamavamo tutti noi musicisti che nel suo negozio di strumenti musicali “Maison de la Musique” di Mazara, oggi gestito brillantemente dall’omonimo nipote, abbiamo acquistato le nostre attrezzature musicali.

    E’, purtroppo, scomparso qualche anno fa lasciando un vuoto artistico, morale e umano incolmabile. Grande figura altamente professionale e ottimo musicista, il suo ruolo nell’Orchestra era quello, oltre di fisarmonicista, d’intrattenere, presentare e creare quanto di artisticamente valido per fare divertire le persone che si rivolgevano a lui per avere garantito il successo della loro festa. Lo si può certamente definire un grande personaggio, unico punto di riferimento di due generazioni di giovani promesse del panorama musicale della nostra provincia.

    Gli altri elementi della “Brazil” che mi sembra doveroso ricordare, tutti di Mazara, furono: il prezioso batterista Gino Ingrande, molto preparato specialmente nei ritmi latino-americani e fantasista, un Gegé Di Giacomo locale molto stimato dai suoi colleghi e amato dal grande pubblico che seguiva l’ “Orchestra Brazil”; l’eccellente violinista, nonché sassofonista, Andrea Pietrobono, i cui virtuosismi ancora risuonano nelle orecchie di chi li ha vissuti e rivivono nei ricordi dei fortunati ammiratori di questa grande Orchestra.

    Ho suonato con lui in occasione di un paio di matrimoni per i quali ho avuto bisogno della sua preziosa collaborazione; l’unico, il più grande anche a livello regionale, trombettista che la storia della musica ricordi a memoria d’uomo e che ancora incanta le platee di tutta la Sicilia, il meraviglioso Nicola Bonsignore, detto “Culicchia”, mio personale ottimo amico, ma anche di tanti musicisti castelvetranesi che riponiamo in lui un’infinita stima e sincera ammirazione. A completare l’idilliaco quadro orchestrale una splendida fanciulla dalla voce quasi da usignolo, la bellissima Stella Giacalone.

    Come già accennato, l’“Orchestra Brazil”, oltre alla grande bravura musicale, dimostrava un’innata predisposizione all’intrattenimento e all’animazione vera e propria, per cui accompagnava le bellissime musiche proposte con parodie e gag che improvvisava lì sul palco secondo l’atmosfera che c’era nelle feste nelle quali andava a suonare. Mitici i travestimenti che tutti gli elementi dell’Orchestra utilizzavano, abili curatori anche di coreografie gradite al vasto pubblico.

    Essi si spostavano in tutte le parti della Sicilia dov’erano noti grazie anche a Natale Curti che affiancava alle sue attività di musicista e commerciante anche quella d’impresario di spettacoli d’ogni genere. Portava, infatti, nelle feste di paese i cantanti più famosi dell’epoca che loro stessi accompagnavano.

    Possiamo sicuramente definire l’“Orchestra Brazil” caposcuola, dalla quale non si può prescindere e dalla quale tutti noi musicisti, più o meno bravi e unici gestori della nostra professionalità, dovremmo prendere esempio per capire cosa vuol dire assumersi l’impegno della gestione del divertimento della gente, che ripone in noi questa grande responsabilità. L’unico ricordo che ho di loro è stato al matrimonio di mio padrino di cresima, Giuseppe Indelicato, con la mia madrina Giuseppina Salvo. Il matrimonio si svolse all’ingresso del Cine Teatro Palme, un locale abbastanza capiente per contenere fino a cento invitati.

    Ho ancora stampate indelebili nella mente le battute di lu zu Natali, che  allora non conoscevo, gli squilli di tromba di Bonsignore e le rullate di Ingrande. Aveva all’incirca dieci anni e capivo che il magico mondo della musica doveva essere la mia casa per tutti gli anni che avrei dovuto vivere su questa terra.

    Nello stesso periodo si formò a Castelvetrano un quartetto vocale composto da Paolo Filippi, Pasquale Scirè, Elisa Centonze e Bianca Minolfi, che suscitò un notevole interesse nel mondo musicale castelvetranese per l’alto professionismo dimostrato dai componenti il quartetto. Paolo Filippi, personaggio, sicuramente il più estroso fra tutti i musicisti locali è da sempre stato il dottor Filippi, in quanto laureato.

    Egli ha avuto, a differenza di quasi tutti noi musicisti castelvetranesi, la possibilità di studiare la musica e lo ha fatto con maestri molto esigenti e preparati. Il suo primo maestro fu il bravissimo violinista Ascenzio Errante. Con lui cominciò il solfeggio che allora doveva essere studiato per diversi mesi prima di potere passare allo studio vero e proprio dello strumento.

    Un altro grande maestro, dopo Errante, fu il clarinettista Pietro Polizzi, molto preparato e pretenzioso, nonché maestro della nostra banda comunale. Fu, però, col maestro chitarrista Salvatore Guttadoro, originario di Pantelleria, che, finalmente, ha potuto mettere le mani sullo strumento, la chitarra. Paolo imparò molto in fretta. Oltretutto egli era anche allievo dell’eccellente educatore professore Rosario Sarino Di Bella al quale era ed è rimasto profondamente legato.

    A soli quindici anni, avendo anche un’innata predisposizione per la composizione, durante una festa presso il Liceo Classico “G. Pantaleo” di Castelvetrano, dedicò una sua composizione a una compagna (che rappresentò per lui il suo primo amore) dal titolo “Studentina”. Era uno slow grazioso che lasciava presagire il grande carattere compositivo che si celava nell’artista Paolo Filippi e che esplose in seguito nella sua lunga carriera in cui ha composto centinaia e centinaia di canzoni, di cui molte di successo.

    Il secondo brano da lui composto, e sempre all’età di quindici anni, fu “Alcamar, paradiso dei sogni”, dedicato ad Alcamo Marina, splendida cittadella balneare a noi territorialmente vicina. L’occasione fu durante un concorso per l’elezione di “Miss Bellezza” al quale partecipò come ospite e per sostenere le concorrenti di Castelvetrano che allora furono: Maria Leggio e Bianca Minolfi. Nel corso di quell’eliminatoria non vinse nessuno in quanto ci furono delle lamentele seguite da varie contestazioni sull’attribuzione delle cartoline voto. Il dottor Filippi cominciò, poi e da solo, a studiare il pianoforte e, in età più matura, il flauto traverso.

    Per queste sue doti musicali fu molto ricercato dalle orchestre che lo chiamavano da tutte le parti e nelle più svariate occasioni. Peculiarità di Paolo sono sempre state le esuberanze, le stravaganze a ogni costo, le goliardie dettate dal suo innato estro artistico e per il quale si è “guadagnato” l’epiteto di “folle”, come lui stesso, simpaticamente, ammette: “Folle, ma non certo pazzo, oppure pazzo, ma d’amore.

    Amore per tutto ciò che è arte, libertà, passione, fede”. Tra le sue più note stravaganze mi piace ricordare quando andava in giro con la sua prima cinquecento per le vie di Castelvetrano, siamo nel 1963, ove al posto del classico suono del clacson d’una qualsiasi auto, lui riproduceva il muggito d’una mucca tramite una membrana fatta costruire apposta e inserita all’interno del clacson stesso. Nel frattempo, e sempre dalla sua cinquecento, esponeva in bella vista una pipa calamitata e fumante che faceva arrivare alla sua bocca tramite un tubo di gomma.

    E ancora quando lasciava, durante una breve assenza dal suo negozio di strumenti musicali di via IV Novembre di cui parleremo fra un po’, la registrazione di genuini cinguettii di uccellini, a ciclo continuo e a volume tale che quasi tutti gli abitanti della  strada sentivano il suono e immaginavano che in quel negozio avessero aperto un’uccelleria. Nell’anno 1964, profittando dei sistemi audiovisivi di cui era un grande mago, precorrendo i tempi, costituì una società con Vincenzo Montalto, noto fotografo castelvetranese.

    Insieme cominciarono per primi a produrre film professionali per le coppie di sposi che desideravano avere immortalato il giorno più bello della loro vita anche con immagini in movimento e non solo fisse come quelle del servizio fotografico. Filippi e Montalto arrivavano nelle sale, dove si svolgeva la festa con un furgone FIAT 238 che piazzavano davanti l’ingresso.

    All’interno avevano sistemato la cabina di regia piena di apparecchi i più sofisticati. Con un tubo d’acqua flessibile lungo almeno una cinquantina di metri, all’interno del quale passavano tutti i fili necessari per collegare la telecamera alla regia, Paolo da dentro il furgone-regia suggeriva, tramite un radio microfono, al “cameraman” Montalto che girava fra gli invitati con la telecamera in spalla, le migliori inquadrature da effettuare.

    Riuscivano, così, a montare dei veri e propri film con tanto di audio a ricordo del giorno più bello nella vita di coppia: quello del matrimonio. Per quanto riguarda il suo negozio di via IV Novembre, “Elettronica musicale” funzionante dal 1970, è stato il primo a Castelvetrano fornito di tutto ciò che poteva e può servire a un giovane che è iniziato allo studio della musica.

    Nel 1970 ha prodotto il suo primo 45 giri, “Gocce d’acqua”, un capolavoro per quei tempo di sessantottina memoria in cui le canzoni proposte erano soltanto delle mielose dichiarazioni d’amore, anche se con quel pizzico di spensieratezza di cui c’era molto bisogno in quel periodo di “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Il suo secondo 45 giri l’ha prodotto nel 1978, con l’etichetta Unifunk, dal titolo “La La La”, cantata dal duo “Diapason”.

    Paolo Filippi, dopo aver suonato con molte orchestre castelvetranesi e prima di ritirarsi nel suo tanto amato negozio di strumenti musicali, è stato il primo a Castelvetrano a proporsi nei matrimoni da solo con tutta la sua strumentazione elettronica che gli permetteva di emulare un’intera orchestra.

    Tutto questo ancor molto prima che le volgarissime basi musicali hanno letteralmente ucciso ogni possibilità di dare estro alla propria professionalità, permettendo a chiunque, anche a chi con la musica ha davvero poco a che spartire, di potere gestire ogni tipo di servizio musicale pur non conoscendo alcuna dinamica strumentale.

    La R.A.I. tornò nuovamente a Castelvetrano per registrare una puntata di quattro della nuova trasmissione “Trinacria  d’Oro”. Le altre tre puntate si svolsero a Sciacca, a Caltanissetta e a Catania. Nella puntata di Castelvetrano accompagnò i cantanti l’“Orchestra Brazil”, coadiuvata dal coro del locale Liceo Classico che cantavano, fra l’altro, anche brani del repertorio folcloristico siciliano.

    Vi parteciparono solo cantanti solisti e non complessi musicali. Le prove si tennero presso i locali dello stesso Liceo. La gente per partecipare e fare vincere la squadra del proprio paese comprava delle cartoline postali nelle tabaccherie e le spediva presso il “Centro R.A.I. Sicilia” di Palermo. Il paese dal quale arrivavano più cartoline vinceva. La puntata di Castelvetrano fu vinta da Michele Milazzo con il brano “Non finirò di amarti” che raccolse circa seimila cartoline. Alla fine, però, vinse il paese di Sciacca e noi secondi. Al paese vincitore la R.A.I. donava uno stemma con la “Trinacria d’Oro”.

    Un musicista che in quel periodo suonava oggi con un gruppo, domani con altro era Calogero Bosco, trombettista diplomato al conservatorio. Conosceva benissimo il “Setticlavio” e leggeva la musica a prima vista, anche la più difficoltosa. Verso il ’60, dopo una decina d’anni di suonare con i complessi di Castelvetrano è emigrato in Venezuela, dove vive. Nello stesso anno arrivarono nelle feste di matrimonio i “tre pezzi”: arancina, petite-patesse, sandwich.

    Alle nuove coppie che convolavano a nozze, al momento del loro ingresso in sala, il complesso dedicava il famosissimo brano “C’è una casetta piccina”, meglio nota col titolo di “Sposi”, lanciata da Alberto Rabagliati nel lontano 1940.

    La festa si chiudeva con torta e spumante. Una nuova formazione del complesso “Azzurri” vide: Nino Comacchio alla chitarra, Vincenzo Giammarinaro (Piricuddu) al contrabbasso, il figlio Matteo alla batteria, Vincenzo Ferrantello alla tromba, Franco Leone al sax, Andrea Seidita al trombone che suonò con loro solo per poco tempo, Nicola Mangiaracina alla fisarmonica, Vittorio De Simone, detto “il poeta” e subentrato a Leone al sax, Fioranna Bordin voce solista. Fioranna, oltre a essere una bellissima ragazza, era davvero molto brava, e nei vari festival che s’organizzavano, a esempio quelli al “Circo Zappalà” di Palermo, o quando lo stesso veniva a proporre i suoi spettacoli a Castelvetrano, sbaragliava le altre concorrenti risultando, quasi sempre, vincitrice.

    Partecipò anche alle semifinali del “Festival di Castrocaro” dove Rita Pavone ebbe più fortuna e fu scelta per la finale. La Pavone, comunque, non si dimenticò dell’occasionale rivale e la volle con lei nel tour che organizzò in giro per l’Italia, non appena diventò famosa. Inizialmente al complesso era stato dato il nome di “Azzurro”, ma fu subito cambiato con “Gli Azzurri”.

    Una volta, andando a suonare a Burgio, un paese dell’entroterra siciliano, e incontrando una ripida salita, a un tratto la cassa della batteria, sistemata sul tetto della macchina della Bordin guidata dal padre, si staccò dalle corde che la legavano e cominciò a rotolare per il pendio. Ai ragazzi del complesso, accortisi del fatto, non rimase altro che mettersi a correre inseguendo la cassa in una fantozziana gara a chi la raggiungesse per primo. Un altro curioso episodio capitato all’allora quattordicenne Nicola Mangiaracina, fu quando si trovarono a suonare in un matrimonio presso la sala “Azzurra”, a Castelvetrano, e s’accorsero che fra gl’invitati c’erano molti esponenti delle famiglie mafiose del luogo.

    Ai ragazzi del gruppo non interessava, certo, per chi stavano suonando, quindi si sono fatti gli affari loro si tiraru lu so filaru, come si suole dire dalle nostre parti. A un certo punto, però, uno dei mafiosi s’accorse che Nicola stava versando del vino nel suo bicchiere girando la mano verso l’esterno, invece che verso l’interno. In effetti, a parte ogni simbologia di stampo mafioso, sarebbe stato più opportuno fare al contrario per evitare di far cadere fuori dal bicchiere il liquido. A quegli “uomini d’onore”, però, del vino che eventualmente sarebbe caduto sulla tavola non gliene importava un bel “fico secco”.

    Per loro quel gesto aveva un significato ben preciso e rappresentava una grave offesa per l’“onorata società”. S’avvicinò, così, al tavolo degli “Azzurri” un “picciottu” che pretese spiegazioni per il gesto di Nicola. A nulla valse il fatto che egli era ancora soltanto un giovanotto senza esperienza e non sapeva di certe usanze e che il suo era stato un gesto spontaneo e mai d’irriverenza verso persone di così alto rispetto.

    Il “picciottu”, anzi, avvicinandosi a Nicola con fare minaccioso, gli disse: “Amicu, si fussimu‘nta la compagnia giusta, a st’ura avissi già jutu a finiri a schifiu!” “Amico, se fossimo nella compagnia giusta, a quest’ora sarebbe già andato a finire male!” Se non fosse stato per Don Vicenzu piricuddu, allora capo orchestra, la questione non si sarebbe certo risolta con le sole scuse che Nicola e un po’ tutti i ragazzi del complesso hanno dovuto fare ai “Mamma Santissima” di “cosa nostra” (con la erre moscia).

    Per tornare un istante al chitarrista Comacchio, oggi emigrato in America dove continua a suonare con grandi maestri musicisti, riporto quanto raccontatomi dallo stesso relativamente a un suo zio, Antonio Comacchio. Questi suonava il sax soprano insieme a Giovanni Giammarinaro, (Vanni piricuddu), suonatore di chitarra e di mandolino. Antonio aveva avuto un incidente a causa del quale era rimasto claudicante, così come lo era anche Giammarinaro, però dalla nascita, che a vederli camminare insieme sembravano la famosa coppia del “cincu e tri, ottu  -  ottu e una, nove”.

    Una sera andarono a suonare in casa di alcuni coloni, (gente di campagna), i quali alla fine della serata li invitarono a mangiare qualcosa e li fecero accomodare in un vecchio macasenu magazzino dove tenevano una dispensa fornita con tanto ben di Dio.

    Dopo avere imbandito loro la tavola con tanti prodotti nostrani, per discrezione e riservatezza, li lasciarono soli. Quando ebbero finito di consumare tutto ciò che poté soddisfare il loro appetito, s’accorsero che sul tetto del macasenu, c’era appesa della salsiccia del tipo, “pasqualora”, (praticamente col budello più grosso), lì stesa per farla essiccare. Bene, la tentazione fu tanta e tale che, utilizzando i bastoni con i quali si sostenevano, essendo ambedue zoppi, agganciarono la salsiccia e la fecero scivolare su di essi. Se la legarono, poi, intorno alla pancia che coprirono cu la cammisa e la bunaca con la camicia e la giacca.

    Ringraziarono per l’ospitalità ricevuta e se ne tornarono, piano piano, a casa non vedendo l’ora di mettere sotto i denti quella squisita salsiccia. A un matrimonio presso la sala del Circolo Movimento Sociale di Campobello, essendovi invitati dei parenti provenienti dall’America e avendo ascoltato la Bordin cantare, ma anche Matteo che duettava in alcuni brani con la Bordin, propose loro d’andare in America dove li avrebbe fatto esibire in locali prestigiosi. Naturalmente, come succede sempre nelle nostre zone, i rispettivi genitori posero un veto alla cosa pregiudicando, molto probabilmente, un radioso avvenire ai due nostri bravi musicisti.

    L'anno 1962 vide la nascita di una nuova formazione orchestrale: gli “Arcobaleno”. Fu un complesso originario di Mazara del Vallo nel quale, però, figuravano diversi elementi di Castelvetrano tra i quali: Vannino Triolo al sax contralto e clarino, (favoriva ogni tanto anche l’Orchestra Brazil), Giacomo Russo alla tromba e sax tenore, sostituito in seguito dal trombettista Angelo Mazzotta, Antonino Comacchio (in sostituzione di Baldo Benenati di Salemi) alla chitarra, Fioranna Bordin come cantante, tutti di Castelvetrano.

    Il batterista Nicola Parrinello e il fisarmonicista Antonino Scibilia, invece, erano di Mazara. Fu un’orchestra di grande spessore musicale formata solo da professionisti, nel senso che facevano solo quello di mestiere. Per gli orchestrali d’allora era molto ambito entrare a farvi parte. Così, quando Vannino Triolo andò a cercare Nino Comacchio per fare parte anche lui del gruppo, quest’ultimo fu molto lusingato ed ebbe parole di profonda gratitudine verso il Triolo.

    Con Comacchio entrò anche Francesco Ciccio Castelli che sostituì Antonino Scibilia alla fisarmonica. Russo ricorda quando andava a prendere Fioranna Bordin a casa, a piedi, e insieme raggiungevano la locale stazione ferroviaria dove, saliti sul treno con strumenti al seguito, partivano alla volta di Mazara del Vallo. Qui, sempre a piedi e con le valigie degli strumenti a fiato di Vannino, sax e clarino, si recavano alla sala dove si sarebbe svolto il matrimonio.

    La Bordin fu, poi, sostituita dal cantante, tenore leggero, Michele Mike Milazzo (il Mike nacque quando Giuseppe Lentini, volendogli dare lustro, in un Festival lo presentò come Mike Milazzo). Durante i quattro anni che rimasero insieme ci fu un periodo in cui la casualità volle che Michele Milazzo e Giacomo Russo dovettero partire per la Svizzera. Castelli, nello stesso periodo, ebbe un problema di salute che lo costrinse a ricoverarsi presso l’ospedale “Aiello” di Mazara.

    In pratica Comacchio, Triolo e Parrinello si trovarono da soli a gestire i numerosi impegni già contrattati. Comacchio dovette anche improvvisarsi cantante.

    Dopo, però, e per loro fortuna, trovarono altri due bravi musicisti disponibili a dargli una mano fin quando non rientrarono, nel frattempo, gli effettivi. Spesso i loro impegni di matrimonio si svolgevano a Mazara. Finendo sul tardi, invece d’andarsene ognuno a casa propria per riposare, avevano preso l’abitudine di fermarsi sul lungomare di Mazara sia per una salutare passeggiata sia per raccogliere dei granchi che trovavano lì per caso, così per gioco. Granchi che portavano a casa riponendoli provvisoriamente nella macchina di Nino Risalvato, presa a noleggio ogni volta che andavano a suonare.

    Capitava, così, che qualche granchio rimanesse all’interno della macchina, costringendo il Risalvato a ribaltare tutti i sedili alla ricerca dei granchi morti che impuzzolivano tutto l’abitacolo adoperandosi per una totale disinfezione.

    Nel 1963 l’“Orchestra Arcobaleno” spostò la sua sede da Mazara a Castelvetrano. Con l’uscita dei mazaresi la nuova formazione fu così composta: Nino Comacchio alla chitarra, Vannino Triolo al sax, Renzo Russo alla batteria, Angelo Mazzotta alla tromba, più una giovanissima cantante proveniente da Marsala. Dalle formazioni orchestrali scomparve la fisarmonica che da quell’anno in poi andò in disuso. Diventò loro costume indossare gli occhiali da sole durante le esibizioni.

    Moda importata dal famoso cantante internazionale Rocky Roberts, soprannominato “Crick”. Aggiornarono anche il repertorio in modo da renderlo più attuale e moderno, inserendo standard americani con arrangiamenti rockeggianti, già una conquista per quel periodo. Tre anni dopo Nino Comacchio lasciò i suoi colleghi dell’“Arcobaleno”, ma anche la sua amata patria, l’Italia, e partì per l’America, sua nuova patria, dove da allora vive e lavora. Ha continuato a suonare con le orchestre del luogo, fino adesso.

    Nella sua lunga e prestigiosa carriera ha avuto la grande soddisfazione d’accompagnare cantanti del calibro di: Domenico Modugno, Luciano Tajoli, Narciso Parigi, Tonina Torriello. In quell’anno la formazione subì qualche trasformazione: Nicola Mangiaracina sempre alla fisarmonica, Vincenzo Giammarinaro al contrabbasso e Fioranna Bordin come voce solista.

    Le new entry furono: Mimmo Accardo in sostituzione di Comacchio alla chitarra, Vittorio De Simone al sax e clarinetto in sostituzione di Leone, il salemitano Renzo Mirabile, in sostituzione di Giammarinaro, alla batteria. Angelo Mazzotta, insieme a Vannino Triolo e a Nicola Parrinello, furono impegnati per suonare insieme al pianista di Achille Togliani, quando questi si trovò a Castelvetrano con tutta la sua compagnia, per la rappresentazione d’uno spettacolo teatrale che si tenne presso il locale Cine Teatro Capitol. Uno dei personaggi tipici della Castelvetrano degli anni sessanta fu certamente “Don Pippinu” Calcara, papà di quel Franco Ciccy Calcara, mio grande fraterno amico ed eccellente musicista con il quale ho condiviso tante avventure.

    “Don Pippinu” era un fantasista che, nei momenti liberi, aveva preso l’abitudine di girare per le vie della nostra ridente cittadella con la sua scimmietta Fofò divertendo gli amici. Ricordo una mattina, proprio davanti il cancello d’ingresso la villa “Parco delle Rimembranze”, incontrando Nicola Mangiaracina e sua moglie Diana  Kovaceff, quest’ultima, nell’intento di accarezzarla, la scimmietta le addentò un dito provocandole sia un dolore atroce sia un bello spavento.

    Nel 1962 l’avvento della musica degli scarafaggi “Beatles”, sconvolse il modo di suonare in tutto il mondo, quindi anche a Castelvetrano. Tutti coloro i quali furono in grado di adattarsi al nuovo stile continuarono la loro avventura musicale, gli altri rimasero ancorati ai loro preziosi ricordi. Dei nuovi gruppi che si formarono a Castelvetrano, dopo quel passaggio generazionale, parlerò nei prossimi articoli. 

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