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"A Castelvetrano c'era una volta il Carnevale tra maschere, scherzi e la 'bruciatina di li nanni'"

di: Giovanna Casapollo - del 2018-02-06

Immagine articolo: "A Castelvetrano c'era una volta il Carnevale tra maschere, scherzi e la 'bruciatina di li nanni'"

(ph. www.girasicilia.it/)

Ogni anno a febbraio nel paese impazzava il carnevale, il nonno portava in giro per le strade noi bambine a guardare le ‘maschere’: persone vestite con “il domino”.

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  • Il ‘domino’ era una vestaglia nera con un mantello e un cappuccio orlato da un nastro di raso colorato, una mascherina attorno agli occhi e una banda di stoffa che copriva la bocca. Rivedo le strade inondate di gruppi di queste maschere dietro le quali era impossibile riconoscere qualcuno perché erano tutte uguali.

    Noi bambine eravamo vestite in maschera con abiti da principessine, cuciti dalla nonna, con il visino incipriato e nelle mani mucchietti di coriandoli che andavamo spargendo per le strade o addosso alle maschere dei grandi che facevano smorfie per spaventarci.

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  • Il carnevale, oltre al giovedì grasso, durava tre giorni durante i quali di notte si svolgevano dei veglioni sempre in maschera dove si ballava facendo in modo che nessuno riconoscesse nessuno. Anch'io, diventata più grande, partecipai ai veglioni vestita col ‘domino’ nero che si distingueva dagli altri a secondo della banda colorata. Anche i ‘domino’ erano cuciti da nonna Giannina e a volte anche lei si vestiva in maschera, insieme alla mamma per accompagnare le nipoti ai veglioni e…vigilare.

    Era sempre molto entusiasmante partecipare ai veglioni, perché si usava che fossero le donne ad invitare i signori uomini che se ne stavano addossati alle pareti del salone vestiti in modo riconoscibile.

    La terza notte di carnevale il nonno portava la famiglia ad assistere al funerale ‘di lu nannu e la nanna’ due fantocci appiccati a due pali di legno sopra una catasta di legna che dopo la lettura di un lunghissimo testamento fatto di improperi contro i notabili della città e delle persone più note, veniva accesa per bruciare i fantocci sotto il vocio e le urla della gente.

    Io era presa sempre da una grande emozione quando vedevo le fiamme appiccate a quelle vesti, avevo l'impressione di assistere ad un rito medioevale quando si bruciavano le streghe nelle piazze dei borghi antichi. Tutti però intorno a lei dicevano che così si scacciavano le calamità naturali e si creavano i presupposti per un anno ricco di buoni auspici specialmente in agricoltura.

    Il rito aveva una storia molto antica, rappresentava la rivincita, solo per quei tre giorni, del popolino contro i padroni che li vessavano per tutto l’anno.

    Infatti, nell’antico carnevale, “grande spazio aveva la satira sociale. Satira antinobiliare e antiborghese presente con la maschera del “baruni” e del massariotu con i suoi campieri che levavano il grido: “passa la mafia”, e i galantuomini della città, “li cappeddi” rappresentati dalle maschere del “dutturi, dell’avvucatu”, del judici”. Seguivano le maschere del popolo minuto, dei “mastri”, dei “viddani” e dei “picurara”, che scuotevano i campanacci legati alla cintola.

    Nel carnevale moderno sopravviveva la parte ottocentesca: “la parti di lu nannu” la maschera principale, massima, l’oggetto di tutte le gioie, di tutti i dolori dei finti piagnistei, del pazzo furore di quanti sono spensierati e capi ‘ scarichi’ la maschera più significativa e spettacolare.

    Il finale comico del carnevale sopravvissuto consisteva quindi di tre momenti o atti “lu repitu” o il lamento di una folla piagnucolosa imprecante, “ahi lu Nannu!”, “Lu nannu murìu!” che andava ripetendo dietro il carro del “Nannu e della nanna” avviati alla fine della loro vita; “lu testamentu” ad imitazione di tutti i testamenti di origine popolare o letteraria e infine “l’abbruciamentu” simbolo dei cicli lavorativi dei campi , dell’esclusione del vecchio incapace di reggere i ritmi di lavoro e di produzione. Il Carnevale era così simbolo e metafora dell’esistenza che corre tra i poli di un’eterna rinascita e altrettanto perenne rimorire”. (Ferrigno)

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