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"Quei concerti musicali e le 'entraineuses' di cui conservo un dolce ricordo

del 2018-02-11

Immagine articolo: "Quei concerti musicali e le 'entraineuses' di cui conservo un dolce ricordo

Fra le mie innumerevoli esperienze artistiche sia come musicista sia come scrittore, c’è stata quella fatta a Milano. Giunsi per la prima volta, per motivi di lavoro, nel capoluogo lombardo il 30 maggio del 1979. Dopo un lunghissimo ed estenuante viaggio in treno, scesi alla stazione di Milano e subito mi recai al locale bar, dove chiesi un’arancina. Il barman mi rispose che non sapeva cos’era e che, se volessi mangiare qualcosa, poteva prepararmi un toast. Chiesi a mia volta cos’era e lui mi fece vedere due fette di pan carré bruciacchiate. Lo guardai e quel mio sguardo irritato sembrava volesse dire “Tu vorresti farmi mangiare quella schifezza al posto di una bella, calda e saporita arancina?”, ma non dissi nulla e me ne andai affranto.

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  • Chiesi a un passante per raggiungere il Duomo quale mezzo potevo prendere e lui, gentilmente, m’indicò la metropolitana. Gli chiesi cos’era e lui mi spiegò ch’era un treno a forma d’autobus che camminava sotterraneo sulle rotaie. Per raggiungerlo dovetti scendere alcune scale mobili e, alla fine, giunsi a destinazione. Chiesi ancora per il Duomo e mi fu risposto di scendere dopo alcune fermate. Quando uscii dalla metropolitana per riguadagnare l’aria, mi trovai di fronte a uno spettacolo che mi fece dimenticare, almeno per quell’attimo di pura estasi, tutte le fatiche del viaggio.

    Trovare le parole giuste per descrivere una delle più magnificenti meraviglie architettoniche della nostra bella penisola risulterebbe sempre riduttivo, quindi l’ometto. Affievolitosi quel momento magico, cercai fra le tante persone, ch’andavano su e giù freneticamente senza alzare gli occhi ad ammirare la bellezza della Cattedrale, se ci fosse mio cugino Giulio che s’era impegnato a venirmi a prendere. Poco dopo sentii una voce: Gigi. Era lui. I consueti abbracci, i baci e gli aggiornamenti sulla condizione di salute delle rispettive famiglie. Lo seguii, poi, per raggiungere la sua auto, posteggiata nei pressi e dopo circa un’ora giungemmo a casa sua.

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  • Durante il viaggio feci una telefonata a un mio amico musicista che sapeva di questo mio arrivo a Milano. Berto, questo il suo nome, mi manifestò tutto il suo affetto dicendo ch’era davvero contento che anch’io mi fossi trasferito a Milano e ch’avrebbe fatto del tutto per farmi inserire nel giro dei locali milanesi e così fu. M’invitò per la stessa sera a raggiungerlo nuovamente in piazza Duomo.

    Il locale dov’egli suonava era ubicato nei pressi e così in serata ritornai in quella sontuosa piazza. Berto m’aspettava ansioso d’abbracciarmi e, dopo i convenevoli, m’accompagnò al night club “Astoria”. Qui trascorsi una serata indimenticabile. Per accedere al salone si scendeva una lussuosa scala ornata di statue e drappi rossi. Giunti al piano di sotto era tutto tappezzato d’un rosso color porpora, dalla moquette alle pareti e rosse erano anche le lampadine dei sontuosi lampadari. Trovarsi d’incanto in un locale così prestigioso, affascinante e proibitivo per molti, almeno per quei tempi, mi fece sentire davvero importante. I locali dov’ero abituato a suonare in Sicilia erano ben lungi dal lusso sfrenato che offriva l’“Astoria”.

    La meraviglia non si esaurì lì, ma continuò man mano che il mio amico m’introdusse dapprima nel salone principale, poi nei corridoi e, ancora, negli stanzini degli artisti. Qui il mio stupore si fece grande quando delle bellissime, seducenti e avvenenti signorine quasi nude, rivolsero il loro sguardo ammiccante verso di me regalandomi dei sorrisi folgoranti.

    Il mio amico cosciente del mio turbamento mi disse di salutare e far finta di nulla. Mi spiegò, poi, che si trattava di entraineuses che lavoravano nel locale. Entraineuses? A me per la verità sembrarono più delle prostitute che altro. Berto mi spiegò ch’erano delle ragazze che tenevano compagnia ai clienti del locale, inducendoli a spendere col consumo di liquori costosissimi. In effetti, era anche prevista un’eventuale prestazione sessuale, pagata a parte, ch’era consumata in un privè a disposizione dei clienti che ne facevano esplicita richiesta.

    Nei giorni che seguirono, grazie al mio amico Berto, andai a suonare al “Tre stelle” un noto “Night Club” di Pavia. Il proprietario era un noto motociclista ch’aveva perso una gamba durante una gara. Una sera gli chiesi s’aveva imparato la lezione, ma mi rispose che lui continuava ad andare sulle moto da corsa e le spingeva più forte di prima, tanto oramai non aveva più nulla da perdere. Boh! Sono quelle cose che difficilmente potranno mai entrare nella mia cultura di quotidiana normalità.

    A Pavia ebbi modo d’entrare a far parte del mondo delle entraineuses e, dopo i primi giorni d’evidente imbarazzo nel vederle spogliare integralmente proprio di fronte ai miei piedi, mentre io stavo sul palco con i miei strumenti, divenni loro amico. Si creò quel sentimento di reciprocità professionale, con il rispetto dovuto a tutte le persone che lavorano, qualsiasi sia il lavoro che ciascuno deve espletare.

    Pian piano imparai a guardarle con occhio diverso, senza quel desiderio pernicioso, retaggio d’una cultura certo regressiva. Quell’esperienza mi maturò molto e aprì le mie paratie mentali a nuovi orizzonti di pensiero, scevro da steccati ideologici e falsi decadentismi morali.

    Sono trascorsi quasi quarant’anni da quei fatti e spesso mi viene da pensare alle mie ex amiche entraineuses, che mi hanno insegnato a leggere anche nelle pieghe della vita.

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