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Il Coronavirus tra ansie, contagi e il ricordo di quella pestilenza che colpì la Sicilia nel 1575

di: Vito Marino - del 2020-02-18

Immagine articolo: Il Coronavirus tra ansie, contagi e il ricordo di quella pestilenza che colpì la Sicilia nel 1575

Il coronavirus dalla fine del mese di dicembre 2019 trattiene in ansia il mondo intero, per una grave forma di polmonite che provoca. Anche se i casi mortali sono limitati a circa il 3% è pur sempre un pericolo per l’intera umanità se non viene bloccato con un farmaco adeguato. Da quando esiste la vita sulla terra, l’uomo, gli animali e le piante sono stati soggetti a malattie di vario genere e, a volte da gravi epidemie che ha decimato le specie animali e vegetali.

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  • MALATTIE – EPIDEMIE

    La denutrizione provocata dalla povertà e il focolaio d’infezione per mancanza d’igiene procurava malattie gravi, come la TUBERCOLOSI (o tisi o TBC), con alta percentuale di mortalità, specialmente infantile, che arrivava anche al 90%. A favorire il diffondersi della malattia, determinante fu la tassa sulle porte e finestre del 1861, per cui si cominciarono ad avere abitazioni con la sola apertura d’ingresso, senza possibilità di scambio d’aria. La tubercolosi fino al 1950 circa mieteva numerose vittime specialmente fra i poveri. Una conferma la troviamo Sul n.1 del “Risveglio” del 24 aprile del 1909 sull’articolo “Cronaca” :

    - "Giorni addietro una povera donna è morta di TBC al n.117 del Corso Garibaldi. Anche da noi poco o niente si fa contro la diffusione di questo terribile flagello". Sul n. 9 del “Nuovo Risveglio” del 20/8/1911, G. Bonagiuso ci da una chiara documentazione sulla gravità della malattia di allora: "La tubercolosi, specialmente sotto forma polmonare, si diffonde ovunque spaventosamente. La sua marcia insidiosa non allarma come la guerra, la carestia, il colera, la peste e altri morbi epidemici; la sua strage non impressiona, eppure è più grande dei morbi già citati messi insieme. Le statistiche della Germania provano che ivi i casi di TBC aumentano di circa un milione l’anno.

    In Italia non si spende un soldo per i poveri tisici, lasciati morire miseramente. Anche a Castelvetrano abbiamo oltre 100 tubercolosi. Per bocca di un assessore abbiamo appreso che in un sol giorno furono denunciati sette casi di decessi per tubercolosi".

    Un articolo del giornale “L’Ora” del 8/5/1900 a firma Colajanni riporta gli esiti di un congresso svoltosi a Napoli al quale hanno fatto parte illustri cultori delle scienze mediche, provenienti da ogni parte d’Europa. Nel convegno, il dott. Rossi Doria e il prof. De Giovanni dell’Università di Padova misero in evidenza che: "La tubercolosi è la malattia dei poveri e dei lavoratori e che è semplicemente vano ogni sforzo per combatterla se non è accompagnato dal rilevamento delle condizioni economiche che, a sua volta, non può essere serio e duraturo, se non è accompagnato dalla libertà politica".

    Nello stesso congresso si citò che "a Napoli, città di 500.000 abitanti, nel 1873 ci furono 1216 morti, nel 1895 aumentarono a 1894, e solo nel 1899 scesero a 1642 morti". Come provvedimento a questo scempio, si vietò, per ragioni d’igiene, di allevare animali nella stessa stanza d’abitazione o di lasciarli liberi per le strade o piazze. Purtroppo, gli animali domestici, specialmente i maiali, erano un piccolo tesoro per quella povera gente e questo provvedimento aggravò la già triste situazione.

    -La PESTE, nel lontano passato era considerata un castigo di Dio; di conseguenza, San Sebastiano e San Filippo Neri erano venerati come protettori contro la peste. A Castelvetrano c’è un simulacro di San Sebastiano. Oggi sappiamo che era una malattia propria dei topi e che colpiva l'uomo, quando veniva punto dalle pulci e dai pidocchi, diffusi dai topi infetti; di conseguenza si trasmetteva tra uomo e uomo. La mancanza completa d'igiene favoriva il diffondersi del male.

    Nel 1575-76 una pestilenza colpì la Sicilia; mentre un’altra pestilenza più grave, che ha interessato anche Castelvetrano avvenne nel 1624 – 1626, il contagio fu portato da un vascello venuto da Tunisi. Il Ferrigno ne parla ampiamente in un suo libro. In quella occasione le torri d’avvistamento saracene, lungo la costa furono adibite come primo cordone sanitario per fermare le imbarcazioni provenienti da luoghi infetti. Inoltre, per come risulta in “La Città Palmosa” di A. Giardina e F.S. Calcara, a pag.20: "il primo settembre 1784 agli ordini di mastro Paolo Taschetta furono disposti lungo le 11 miglia di costa di pertinenza dell’Università n. 44 custodi di sanità, 2 in ogni miglio [ …] tali guardie erano ricoverate in apposite capanne, costruite all’occorrenza".

    Sulla Monografia di Castelvetrano del Ferrigno si legge: "In tempi di epidemia o anche in tempo di estate, per premunirsi dalle scorrerie barbariche si ponevano guardie al litorale, una per ogni miglio, nei seguenti posti, cominciando da est e andando verso ovest: Cantone, Scalo, Balatelle, Triscina, Dacquarazza, Troffa di canna, Tonnara, Trefontane, Rocca, Granitola, Traversa, Porticello. In casi più pressanti, le guardie eran poste ad ogni mezzo miglio ed erano sorvegliate da ronde".

    Le esperienze acquisite e le migliorate condizioni igieniche permisero al Regno delle Due Sicilie di circoscrivere la peste scoppiata a Noja (oggi Noicattaro, in Puglia) nel 1816-1817. Aggiungere:

    - 1866 – ottobre, epidemia di colera in Sicilia, dura tre mesi, 65.000 morti  

    Il COLERA - Le cause di questo disastro vanno ricercate nella quasi totale assenza di fogne, nei pozzi d’acqua potabile, frequentemente inquinati dai pozzi neri per infiltrazione, e nella mancanza di rispetto della legge dell’11 marzo1817, che aveva fissato precisi e nuovi criteri per l’organizzazione dei cimiteri. Il colera ha rappresentato, dopo la peste, l’esempio più classico di pandemia. Dilagato in India, sulle rive del Gange, nel 1829 raggiunse Mosca ed in pochi anni l’Europa intera.

    L'Ottocento rappresentò per l'Europa il secolo dello sviluppo industriale, che causò anche l'aumento demografico e la crescita delle maggiori città, che videro moltiplicare al loro interno rifiuti e germi, condizioni favorevoli per lo sviluppo di tale epidemia. In Italia arrivò nel 1835 e, vi rimase sino al 1837. Alla fine del 1836 sembrava che il morbo si fosse fermato in molte zone d’Italia e perciò molti Stati eliminarono i cordoni sanitari.

    Nella primavera del 1837 il contagio scoppiò di nuovo a Napoli, in Calabria, a Malta e in Sicilia. Da Cefalù e Trapani si spinse verso l'interno toccando Catania, Palermo e Siracusa. Successivamente il morbo colpì con periodiche ondate anche nel 1848-49, 1854-55, 1865-67, nel 1884-87 e nel 1910-11. Gli interventi medici erano impotenti, se non addirittura controproducenti; ai malati si somministravano oppio, ossido di zinco o si praticava il salasso con le sanguisughe; da qui la grande sfiducia verso i medici e la medicina ufficiale, che non fece altro che alimentare le sommosse popolari, le superstizioni, la paura di essere avvelenati, la caccia agli untori e il risaltare di forme di religiosità popolare aberranti, con processioni e voti.

    -In Sicilia, la strage peggiore avvenne nel 1837, quando nel mese di luglio, a Palermo, morirono 1000 persone al giorno, mentre a Catania nel solo mese di agosto morirono seimila persone. Il colera colpì anche Siracusa, e molti altri centri, come Mazara, dove ci fu una strage; a Salemi i morti furono 600. Per combattere l’evento si accendevano nelle strade mucchi di paglia e si odoravano spicchi di aglio, nella convinzione che il fumo dell’una e l’odore dell’altro tenessero lontani i germi del colera.

    Al primo accenno di diarrea, sintomo col quale si annuncia la malattia si faceva uso di aglio abbondante, quindi largo uso di olio di oliva e succo di limone, cui seguivano decotti e infusi delle erbe più strane. Castelvetrano ne fu  esente, i cittadini attribuirono questo evento miracoloso alla protezione di San Giovanni Battista, per cui chiesero ed ottennero che il 29 Agosto, ricorrenza della decollazione del Santo fosse dichiarata festa di precetto.

    Tale evento miracoloso e portentoso fu commemorato ogni anno con musica e cori in appositi teatrini che si improvvisavano nelle piazze (S. Francesco di Paola, S. Francesco d’Assisi, Piazza del Duomo, Piazza Monastero e Piazza S. Antonio Abate). In una scena teatrale si rappresentava la liberazione di Castelvetrano dal morbo. Secondo il Ferrigno le rappresentazioni si sono ripetute fino al 1848, anno della rivolta popolare, degli altri anni non ci sono più notizie.

    -Anche l’epidemia del 1854 – 55 decimò la popolazione. Le autorità municipali presero dei provvedimenti amministrativi urgenti per garantire la fornitura di acqua non contaminata e avviare la costruzione di una qualche forma di fognatura.

    -Nell’ottobre del 1866, ci fu un’altra epidemia di colera in Sicilia, che durò tre mesi, con 65.000 morti. -Verso la fine del 1867 si manifestò un’altra epidemia di colera; anche a Castelvetrano, da giugno ad ottobre imperversò l’infezione con 800 vittime, mettendo in ginocchio la città. I morti furono seppelliti nel cimitero creato per l’occasione in contrada Pusterla.

    Per risollevare l’economia dei più poveri si istituirono dei posti di lavoro con la costruzione di strade, piazze e sistemazione dei conventi ad edifici pubblici. Per Castelvetrano, il colera di cui abbiamo notizie più sicure, tramite i giornali locali fu quello del 1910-11, Ormai si era a conoscenza del modo con cui si diffondeva il morbo e il modo come prevenirlo. Il sindaco di allora, Antonino Saporito mise in atto tutte le misure possibili per prevenire il morbo, facendo spendere al Comune molto più delle previsioni di bilancio. Ma il risultato fu sorprendente: Castelvetrano non fu contagiato. Sul giornale “Vita Nuova”, del 31 luglio 1913 si legge: "…a causa del colera, il paese giaceva in abbandono, l’amministrazione comunale spese lire 19.200,85".

    Infatti, fino alla II Guerra Mondiale tutte le spese, inerenti alla prevenzione e cura in caso di epidemie erano a carico della municipalità.

    -Il giornale “Vita Nuova del 31/8/1913 parla del colera, che nel 1911 aveva procurato morti in Sicilia ma niente a Castelvetrano. La redazione del giornale difende, assieme al Ferrigno che allora faceva parte dell’amministrazione comunale, la precedente amministrazione Saporito dall’accusa mossa dal sindaco Cav. Infranca, per le spese eccessive sostenute, per prevenire il colera; spese che hanno provocato un deficit del bilancio.

    La redazione così difende l’operato del Saporito: "Nessuno vorrà seriamente sostenere che se la città rimase immune dal morbo, lo si deve ai provvedimenti allora presi, i quali gravarono considerevolmente sul bilancio. Per la difesa della salute pubblica le spese anche onerose si debbono sostenere, poco importa del deficit del bilancio".

    Infatti Antonino Saporito, sindaco di Castelvetrano dal 24 gennaio 1901 al 12/12/1911, durante la sua sindacatura ha voluto prevenire una eventuale epidemia di colera attraverso la prevenzione. In un articolo sul giornale “La Diga” n.3 del 2/7/1911 sono riportati tutti i provvedimenti presi per quanto detto: "Al Palazzo Comunale è stato creato un apposito ufficio per tutti quei reclami che riguardano il servizio sanitario: n.1 ufficiale sanitario + tre medici condotti + 2 squadre di disinfettatori. Alla stazione ferroviaria in due baracche di legno si disinfettano i viaggiatori e i loro indumenti, con sublimato corrosivo, formaldeide, acido fenico. Ecc.

    Nella baracca a D. vi ha la pompa che struzza sublimato sui viaggiatori, per la disinfezione degli abiti che indossano. Vi è di servizio, sempre, a turno un medico coadiuvato da quattro disinfettatori sempre pronti ad ogni evenienza. Vi sono 8 soldati, guardie municipali e campestri, carabinieri e guardie di pubblica sicurezza. Arrivando il treno proveniente da Palermo, tutte le porte d’uscita vengono immediatamente chiuse. Su un registro vengono registrati le generalità, luogo di provenienza e domicilio dell’arrivato. Dopo di che il sanitario procede ad una visita  dell’individuo, mentre l’altro assistente procede alla visita delle valige.

    Quindi l’individuo e la roba vengono disinfettati. Se c’è sospetto l’individuo viene portato al Lazzaretto, in contrada Tagliata. Il Lazzaretto è stato rimesso a nuovo, imbiancato e disinfettato. I letti, la biancheria e tutti gli arredi sono stati comprati nuovi, per evitare qualsiasi pericolo. Sulla strada di accesso alla stazione, all’angolo del giardino dell’ex monastero di San Francesco di Paola, di proprietà del Comune, il sindaco ha fatto costruire un locale da servire come stufa di disinfezione e lavanderia. Costo £. 5.262,52, consegnato il 14/9/1911".

    Sempre sul giornale la Diga n.4 del 9/7/1911 si legge: "Alle borgate di Torretta e Marinella sono stati inviati tutti i disinfettanti occorrenti, quali calce, sublimato, formaldeide, lisoformio e sono stati fatti abbondanti disinfezioni. Negli uffici postali si disinfetta la corrispondenza proveniente con i treni di Palermo. I sacchi vengono vuotati su delle reti metalliche e si accende la lampada alla formalina. E’ proibito l’importazione e lo spaccio di frutta che provengono da luoghi infetti. Il sindaco Saporito per far distribuire acqua potabile gratuita alla popolazione ha fatto costruire 10 grandi botti della capacità di 600 litri ognuna, con possibilità di distribuire 24.000 litri di acqua al giorno a coloro che ne avranno bisogno".

    -Francesco Bilello in “Menfi nella storia” del 1969 scrive che nel 1835 il comune di Menfi fu colpito dal colera morbus che, con l’andar del tempo si propagò nei paesi vicini e lontani. Quindi anche Castelvetrano sarà stata colpita. Menfi, riferisce il Bilello, venne colpita ancora nel 1839, 1854, 1855, mentre merito dei lavori di risanamento del paese, nel 1865 in un’altra ondata mondiale del morbo, ne fu esente. Il Bilello trascrive, una delle ricette estratte da un manifesto del 20 luglio 1865 scritte dal barone Giuseppe Atanasio Battifora, domiciliato in Palermo Corso Vittorio Emanuele, largo S. Sofia n.5: “Manifesto specifico per guarire dal Colera Morbus”, che, per curiosità riporto: "Cortice peruviana in polvere once 3 di libra, si bolle il libre 2,6 di acqua, e si riduce a terza parte, cioè a once 10. Raffreddata la decozione si passa a salvietto premendo bene il tuffo. Poscia il detto tuffo si torna a bollire il libre 1,3 di acqua, e riducendo questa seconda decozione pure ad una terza parte, cioè ad once 5, si cola e si preme come sopra e si riunisce alla prima decozione. In Libre 1,3 di questa decozione si sciolgono 2,6 libre di zucchero raffinato e si bolle per ridursi a regolare liquido giulebbe. Raffreddare e mescolare once 7 e mezzo di spirito di vino rettificato e, formato così il Rosolio, si conserva in bottiglie ben turate per usarlo al bisogno".

    Il Bilello allega anche le lettere di ringraziamento scritte da persone che asserivano di essere guarite del morbo. Malgrado la ricetta miracolosa nel 1867 il colera nella provincia di Girgenti (Agrigento) assunse proporzioni spaventose. In quegli anni fra la popolazione regnava l’ignoranza, il pregiudizio e la superstizione, che porteranno ad un’ostilità aperta contro i governanti e una mancanza di fiducia nei medici, nelle medicine e il rifiuto di ricevere assistenza sanitaria in genere e il ricovero all’ospedale, che era sentito come degradante luogo di morte e di emarginazione, dove solo i miserabili, e solo in extremis, si rassegnavano a esservi condotti. Inoltre, sorse una profonda diffidenza verso mendicanti, venditori ambulanti, forestieri, ecc. e un profondo odio dei popolani nei confronti dei benestanti e dei nobili, spesso immuni dal morbo, perché si isolavano nelle loro tenute di campagna.

    - IL TIFO fu un’altra epidemia che apportava tante vittime. L’ultima, che colpì tutte le regioni italiane, si verificò tra il 1816 e il 1818.

    -Il VAIOLO causò epidemie mortali disastrose anche in Europa, le più note furono quelle del 1824, 1829, 1837, 1840, 1870, 1874. Sul giornale locale “La Settimana del Popolo” n. 2 del 20/7/1919 si legge di un’altra epidemia, per fortuna lieve: "Nessuno dei 15 ricoverati al Lazzaretto della Tagliata è stato seguito da morte e solo tre soggetti non vaccinati presentano carattere di una certa gravità".  Benché la vaccinazione, iniziata nei primi del 1800 fosse stata introdotta su larga scala dai francesi, rappresentava ancora una seria minaccia anche in Italia.

    -LA SCARLATTINA. Fra le polemiche amministrative, il giornale “Vita Nuova” del 31/8/1913 tratta il problema della epidemia di scarlattina del 1912; ne trascrivo alcune righe scritte dalla redazione del giornale: "I proventi del cimitero sono cresciuti indubbiamente. Il sig. Ferrigno ne spiega la causa con il maggior numero di morti, circa 100, verificatesi nel 1912 a causa della scarlattina. La mortalità per scarlattina è più acuta nelle classi povere, non soggette a tasse di sepoltura. Non condividiamo poi l’opinione del sig. Ferrigno nel senso che la diffusione della scarlattina sia dovuta a colpa dell’amministrazione. L’epidemia fu acuta in tutti i comuni dell’Isola, a Palermo acutissima. Ragioni ambientali, l’ignoranza delle classi infime, l’inosservanza delle leggi e dei regolamenti da parte dei cittadini e dei medici, i scarsi mezzi di cui dispongono i municipi, sono cause che non sempre si possono ascrivere a colpa dell’amministrazione".

    -LA MALARIA: Gaston Vuillier, noto pittore paesaggista francese, in un suo viaggio in Sicilia effettuato nel 1888, parlando di Castelvetrano, fra le altre cose ha notato un fatto strano che trascrivo:

    - "Si vedevano passare degli uomini avvoltolati in grandi mantelli scuri di una forma veramente singolare; non sapevo capire perché con quel caldo atroce si coprissero in tal modo come nel crudo inverno. Seppi poi che erano febbricitanti, i quali nel periodo del freddo si riscaldavano al sole e allo scirocco sotto pesanti mantelli. Essi avevano certamente respirato la malaria sulla spiaggia".

    L’Italia aveva molte zone paludose malariche dove morivano migliaia di persone, costrette dal bisogno a lavorare in quelle zone. La bonifica si iniziò solo nel 1881, con la legge Baccarini. Molti interventi di bonifica furono fatti in area Padana (Polesine, Ferrara), in Maremma, a Roma, Puglia, Calabria, Sicilia; le bonifiche continuarono nel periodo giolittiano, soprattutto al Sud assieme a molte opere pubbliche, acquedotti, strade, dighe, laghi, reti fognarie, case coloniche, per garantire la presenza contadina sul territorio.

    La bonifica continuò anche nel ventennio fascista, nel Tavoliere delle Puglie e nell’Agro Pontino (Latina, Lazio meridionale). A Castelvetrano esistevano molti gorghi e acquitrini malarici, che si trovavano lungo il corso dei fiumi Delia e Modione e nella fascia costiera posta fra Selinunte e Tre Fontane nelle località di Gàggera e Manicalunga, denominati “Gorgo di Frascia e Palude Ingegna”; verso Tre Fontane c’era la palude di “Testa di Greco”. Si tratta di un’area depressa, composta da uno spesso strato d’argilla compatta in profondità e sabbia in superficie. Questa zona, una volta chiamata “la rina” (la sabbia) oggi chiamata Triscina è tutta abitata e bonificata.

    -A pag.3 delle “Cento città d’Italia - Castelvetrano” del 1928 si legge: "Una zona gialla quasi desertica è quella intorno a Campobello e triste è la visione dei gorghi verdastri di Tomi e dell’Ingegna". Gianni Diecidue in Gabelle e Gabelloti asserisce che alla fine del 1700 iniziarono le opere di bonifica del Gorgo di Frascia.

    Un altro acquitrino sorge ai piedi dei templi, lato Marinella: la palude “Kaligi”, denominata “Gorgo Cottone”, perché sorge su terreni chiamati “Manuzza” appartenuti alla famiglia Di Carlo Cuttone. Esso fu bonificato dalla malaria dallo scienziato agrigentino Empedocle, spesso d’estate rimane asciutto. Lungo il fiume Belìce fiorente erano le risaie; importanti quelle dell’onorevole barone Vincenzo Favara di Partanna.

    Per tale motivo anche questa vasta area era malarica. Lungo il fiume Delia esisteva la larga zona acquitrinosa malarica di Nuvolelli e Dagala Fonda (dagala dall’arabo al-dahal = disordine disturbo). S. Costanza in “G: Gentile” a pag 22, così asserisce: "A Castelvetrano nel periodo 1894 – 1901 si verificarono ben 240 decessi, per infezione malarica, con una diffusione maggiore della morbilità nei mesi  estivi, specie tra i bambini al di sotto dei dieci anni (il 60%), per le abitudini dei contadini che 'nelle epoche dei lavori prolungati di campagna sogliono condurre seco la famiglia".

    Come provvedimento antimalarico, nel 1911 fu assunto un sanitario e fu creato un ambulatorio, con distribuzione del chinino di stato. Sul giornale “Vita Nuova” del 31/8/1913, in un trafiletto sulla malaria si legge: "Il consiglio Comunale votò un ordine del giorno affinché fossero dichiarati di I categoria le opere di bonifica relative ai gorghi di Frascia, di Cottone e della palude Ingegna e opere di III categoria quelle relative all’alveo del fiume Belìce[…].Così la campagna iniziata da Vita Nuova per il finanziamento delle plaghe malariche, pare che entri in una fase di attività pratica". Ma nel n. 11 del giornale locale “La Settimana del Popolo” del 21/9/1919 risulta che: "non si è più parlato del bonificamento di quella località cotanto infestata dalla malaria […] dove scorrono le acque del gorgo Cottone e del fiume Modione".

    La malaria, malgrado le bonifiche effettuate, continuava a mietere vittime fino al 1947, quando gli Americani, durante le loro occupazione della Sicilia, non la distrusse con l’uso del DDT. Gli ospedali erano sempre pieni di indigenti che soffrivano di disturbi respiratori, dissenteria, reumatismi, continui mal di testa, direttamente connessi alle condizioni abitative e di lavoro.

    -Nel 1918 si diffuse la SPAGNOLA una epidemia influenzale, che fra il 1918 e il 1920 uccise almeno 20 milioni di persone nel mondo (In Italia circa 375.000, ma alcuni sostengono 650.000). Fu descritta come la più grave forma di pandemia della storia dell'umanità, avendo ucciso più persone della terribile peste nera del XIV secolo e della stessa I Guerra Mondiale. All'influenza venne dato il nome di 'spagnola' poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata soltanto dai giornali spagnoli, essendo la sua stampa non soggetta alla censura di guerra.

    Allo scoppio dell'epidemia, il conflitto mondiale era diventato una guerra di posizione: milioni di militari vivevano ammassati sui vari fronti, in trincee anguste con condizioni igieniche terribili favorendo la diffusione del virus.

    -LA DIFTERITE Su questa malattia contagiosa trovo due articoli sul giornale “Il risveglio”: Sul n.1 del 24/4/1904 c’è scritto: 'Conformemente a quanto dispone la legge sanitaria, il Municipio non ha mai stanziato nessuna cifra per soccorrere i poveri, affetti da difterite. All’ospedale non esiste nessuna sala per ricoverare ammalati contagiosi, ci rivolgiamo quindi alla magnanimità dei nostri amministratori per sapere come debbono salvarsi in tali casi i figli della miseria'.

    Sul n.23 del 2/2/1905 dello stesso giornale, c’è scritto: 'Il Municipio ha provvisto al nostro reclamo pel siero antidifterico. E’ stato stabilito un deposito presso la farmacia Ferracane, dove i poveri potranno ritirarlo gratuitamente e gli altri, pagando il relativo importo. Nel dare avviso al pubblico, nello stesso tempo lodiamo tale provvedimento'.

    - LA SCABBIA Su un trafiletto del giornale “Il Risveglio” n.23 del 2/2/1905 si legge: 'Da alcuni anni serpeggia nel paese la scabbia, che ora si è diffusa in modo veramente allarmante, fino nelle scuole e nei reclusori. I medici condotti e l’ufficiale sanitario hanno informato l’Amministrazione? Affermativamente, questo non crede ormai di provvedere per arrestare tale contagio?'

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