• A3 dottor Gianni catalanotto
  • A3 Conad
  • A3bis Farmacia Rotolo
  • 1.9. vapes sigarette elettroniche R2 dal 4 novembre
  • Casa Shop Castelvetrano R2 dal 1 ottobre 2025 al 1 ottobre 2026

"La mia infanzia a Partanna, poi la partenza e i ricordi fissi nella mia mente". I ricordi di Giovanni Piazza

di: Giovanni Piazza - del 2020-06-20

Immagine articolo: "La mia infanzia a Partanna, poi la partenza e i ricordi fissi nella mia mente". I ricordi di Giovanni Piazza

Partanna, soprattutto per chi ha scelto di andare via, è il luogo del mito. Il luogo dove tutto è nato e perciò è pieno zeppo di prime volte. Il primo amore, i primi amici, la prima volta che hai letto, hai scritto qualcosa, hai guidato la macchina, hai dato un bacio, ti sei sbronzato, hai imparato la vita. Il luogo in cui ogni angolo ha una storia da raccontare.

  • Fratelli Clemente Febbraio 2023 a7
  • E gli anni vissuti a Partanna sono il tempo del mito. In cui tutto sembrava grande e fantastico. A cui fai risalire la tua consapevolezza di te. In cui ti spieghi le cose. Tutte le cose della vita: il tuo modo di essere e di pensare di adesso, ecco, si è formato in quel tempo e in quel luogo.

    Il mio tempo del mito corrisponde agli anni dai sedici ai diciannove.Posso pure fissare le date, con buona precisione. Anzi, lo stesso fatto di evocare quei giorni mi lascia immerso in un piacevole stato di stordimento. Allora, si tratta dell’ottobre 1983, in cui inizio il terzo anno del Commerciale. È il momento in cui comincio ad avere la certezza di essere al mondo. Prima di allora mi sentivo soltanto un’ombra, senza troppa capacità di riconoscermi allo specchio.

  • Multimedical H7 dal 15 aprile 2026
  • Ed ecco la seconda data, quella dei titoli di coda. Posso considerare conclusa la mia personalissima età dell’oro nell’ottobre del 1986, quando ho abbandonato Partanna, almeno per cinque giorni su sette, per vivere a Palermo. Certo, c’erano i due giorni del fine settimana che rappresentavano una continuazione di quei tre anni benedetti, ma ormai qualcosa dentro di me era cambiato. L’anno dopo, nel 1987, sono partito per Roma. Da quel momento sono diventato un altro uomo. Ecco, forse sono semplicemente diventato uomo, scivolando verso la moderata maturità di adesso.

    Ma torniamo all’inizio, ai titoli di testa. Il tempo del mito ha un’immagine di partenza. È un normalissimo pomeriggio di studio dell’ottobre 1983, il libro di letteratura aperto sulla pagina del Sirventese dei Lambertazzi e dei Geremei. Arriva il mio amico Peppe Viola a chiamarmi, se volevo andare con lui al gruppo scout di San Giuseppe per la riunione o semplicemente per giocare a pallone. Sarà la prima volta di una serie formidabile.

    È per me il certificato di esistenza in vita: la mia infanzia, continuata fino al giorno prima, si congeda senza lasciare rimpianti particolari. Ecco, l’infanzia non mi ha forgiato troppo la coscienza, almeno non in modo apparente.

    Aveva ben ragione di incavolarsi il nostro amato maestro Diego Bucaria, in quinta elementare, se tutta la classe aveva risposto in modo maldestro alla domanda, posta sotto forma di tema, su quale fosse stato il giorno più bello della nostra giovanissima vita. Lui si aspettava una risposta napoleonica (avremmo dovuto scrivere come il Grande Corso: “ma senza dubbio, il giorno della Prima Comunione”) e mai speranza di un maestro delle elementari fu frustrata da risposte più banali e prosaiche.

    Ricordo ancora con precisione cosa scrissi io, ma non lo ripeterei neanche sotto tortura. Vi dico solo che ho scritto grosso perché il mio temino squallido e striminzito potesse apparare di più. Dovevo crescere, e tanto.

    Da quel pomeriggio di ottobre, da quella luce pallida del salotto e dalla pagina aperta del primo volume del Pazzaglia, ecco, finisce quello stiracchiamento di infanzia e comincia la mia vita da adolescente.

    Un’adolescenza fatta di cose semplicissime: non ci sono grandi passioni, baci da film, ribellioni epiche da giovane Holden. La sessualità è limitata al minimo salariale. Le canne sono solo quelle che crescono lungo il Belice e lo spinello è una varietà di carciofo. Sigarette, discoteche, sballi e alcool sono roba di altri mondi. Ma non fa nulla: una vita parva sed apta mihi.

    Ci sono in compenso immagini e momenti che non avrei mai più sperimentato in seguito. Piccoli, davvero piccoli, eppure smisurati per me. C’è il profumo del legno della sede scout, l’odore del muschio e del freddo ancorato alle dita dopo la raccolta per il presepe, ci sono le grida di una  partita di pallone interrotta a metà perché la materia prima, quella di forma sferica, era finita nelle voragini che si aprivano nei tetti delle case che circondavano la piazzetta.

    Il nostro campo assomigliava a un altopiano andino, a strapiombo su duemila metri. Se la palla finiva fuori (e ci finiva spesso), finiva fuori davvero. Toccava andarla a recuperare tra le tegole malferme delle case abbandonate o in fondo a un’interminabile scalinata che, secondo un’antica leggenda, portava al Canalotto.

    Un’altra causa di interruzione del gioco erano i raggi del sole. Non nel senso che facesse troppo caldo per giocare, ma nel senso letterale del termine: i raggi del sole. Dovete sapere che proprio sopra al cancello della chiesa (e la nostra porta da calcio erano due cantuna piazzati proprio davanti al cancello) il fabbro aveva posizionato una sua opera dell’ingegno. Un semicerchio di ferro battuto, sormontato da lance aguzze a ricordare i raggi del sole. Bellino da vedere e nulla di male, in sé: se non fosse che Peppe, ispirato dalla vicinanza della chiesa, tentava spesso i suoi celebri tiri a campanile. Che terminavano la loro parabola infilzando il pallone proprio sui suddetti raggi e spedendolo nel Paradiso dei Palloni, visto che da vivo era stato un Super Santos.

    Una partita normale, senza intoppi del genere, finiva quando una delle squadre arrivava a 12 gol. E le squadre non erano distinguibili per il colore della casacca o per un nome tipo Juventus, Milan o Partanna. Di solito si chiamavano Peppe-Vicenzu-Gigi-Angelo-Mimmo-Salvo-e-Giuvanni.

    Un sistema che allenava la nostra memoria più di quanto non allenasse i muscoli delle gambe. Il fuorigioco non esisteva, ma spesso l’azione veniva fermata da uno di noi che chiedeva confuso: “Aspè, cu ccu sugnu?”. Facevamo anche il calciomercato, che si concludeva dopo una botta di paru e scricchiu seguita da un’accesa discussione. Per la cronaca, mi finiva di culo se ero il penultimo a essere scelto, mezza sega com’ero. I ct delle squadre erano di solito i calciatori più bravi, Angelo, Peppe o Mimmo.

    Tutte le volte che ci vado, in quella piazzetta mi pare di sentire ancora gli scherzi e il vociare di ragazzi di sedici anni. Che non combinano niente di straordinario, a parte incontrarsi, capire che esistono le ragazze, correre loro dietro sprezzando il rischio di abbuscare una coffa, crescere un po’ insieme.

    Peppe, il tuttofare, capace di costruire qualsiasi cosa con i materiali rimediati nelle vecchie baraccopoli, capace di raccontare storie incredibili derivate (e abbondantemente abbellite) dalle escursioni scout. Stefano, capace di far ridere chiunque con le sue trovate; Enzo, compagno di chitarra e di mille canzoni; Ciccio, incredibilmente imprevedibile e divertente; Franco, il nostro capo dalle mille risorse, poeta coltissimo e musicista pensoso.

    E le ragazze, teneri fiori in boccio. Vitalba, Anna Maria, Simona, Sara, Barbara, Lucia, Rosalinda. Lì ho conosciuto la mia compagna di vita, Rosalba. E gli amici più cari e più veri, anche di adesso, sono loro. Ci riconosciamo subito: abbiamo lo stesso cuore. Lo vediamo chiaro e forte anche sotto le stratificazioni dei decenni. San Giuseppe. È quello, il luogo del mito.

    Il Gruppo Scout Partanna I, che come sede aveva un luogo che avrebbe colpito l’interesse di Alberto Angela. Sorgeva sulle rovine della chiesa di San Carlo, completamente distrutta dal terremoto del 1968. Lo spazio lasciato vuoto dal crollo era stato ricoperto da uno strato di cemento. Sul ripiano grigio era stata posata una chiesa prefabbricata di stile incerto. Il tetto era a cassettoni in simil-legno che si staccavano durante le funzioni religiose, garantendo ai fedeli raccolti in preghiera una scorciatoia rapida verso la Gerusalemme Celeste.

    Il sagrato era abbellito da alberelli di tuia rachitici, curati con affetto da Padre Ragalbuto e seviziati con accanimento scientifico dall’allegra combriccola di noi giovani scout, che giocavamo a scarricacanali con i cespuglietti, procurandoci spesso degli infortuni molto singolari e talvolta  imbarazzanti.

    Così come erano interessanti gli infortuni che ci procuravamo giocando a calcio nella piazzetta. Un palo della luce, che spuntava a tridicinu proprio a centrocampo, ha dato vita a spettacolari traumi cranici. Per noi, ALT non significava “fermati”: era la sigla dell’Associazione Lattonieri Trapanesi, che sicuramente aveva piantato proprio lì quel palo, visto che le traiettorie delle nostre prime, insicure, manovre di retromarcia, intersecavano rovinosamente l’illuminante corpo estraneo, con grande vantaggio per i carrozzieri iscritti all’ALT.

    Adesso la chiesa prefabbricata non c’è più. Probabilmente imputata in un processo per strage, è stata demolita per evitare il reiterarsi del reato. Là dove c’era la spianata di cemento ora ci sono le fondamenta della vecchia chiesa di San Carlo. Lo spazio asfaltato che voleva proditoriamente spacciarsi per campo da calcio è stato ricoperto da un più elegante strato di mattoni chiari. Dei muretti sconsigliano vivamente la corsa dietro a un pallone, mentre la statua della Madonna del Belice, che sorge sul luogo esatto dove si ergeva il famigerato palo, offre una luce di tutt’altro genere e invita al raccoglimento mistico, piuttosto che alle corse scatenate di sedicenni.

    Ebbene, in quella piazzetta si può dire che ci siamo nati. Forse eravamo fuori dal mondo, forse quello spazio bruttissimo e incantato era un altro mondo. Per noi era il migliore dei mondi possibili. In certi momenti, soprattutto nei momenti di solitudine, mi arrivano dal fondo della memoria delle immagini isolate, mai storie compiute. Luoghi, rumori, situazioni.

    Le partite a roulette rinchiusi nella squadriglia Falchi, un ambiente ricco delle invenzioni di Peppe: aggeggi strabilianti costruiti con tela di sacco, rami raccolti nelle campagne dei dintorni, pannelli di truciolato rimediati nella vecchia baraccopoli abbandonata.

    Rivedo Eustachio che anima una sera di carnevale, Renzo che inventa una scenetta divertente, Filippo e Ciccio che battono come dei matti sulle sedie per accompagnarsi in una danza tribale, sotto lo sguardo sorridente di Don Calogero Russo. E la strada.

    La strada su cui camminavo tutti i pomeriggi, dopo i compiti, per raggiungere questo paradiso in terra, questo luogo del mito in cui le speranze mie prendevano forma. E poi i fuochi di bivacco (l’odore del fumo sui vestiti, la sera!) con le storie divertenti recitate da Peppe e da me, dopo che avevamo passato i pomeriggi a cercare tra le vecchie cose che affollavano la soffitta di casa Fontana.

    In questa fase preparatoria l’abilità di Peppe emergeva con inarrestabile forza creativa. Costruivamo i teschi amletici scarnificando le teste portaparrucca, riadattavamo vecchi vestiti. Ci inventavamo il teatro. Un tronco poteva diventare una telecamera a spalla, quasi a dar forma alla mia passione che cominciava a farsi sentire. La televisione era già nei miei pensieri, e il fatto che facessi le imitazioni dei miti di allora è un indizio chiaro.

    Ho sentito la necessità di diventare un personaggio dello spettacolo così come la può sentire un ragazzo che non ha ancora avuto una vita e, già che c’è, ne vorrebbe una grandiosa; un ragazzo che vive in un angolino di mondo lontano da tutto e che vorrebbe invece trovarsi al centro, sempre e comunque. Perché? Per rovesciare la percezione che avevo di me: bruttino e imbranato, incapace di rispondere e per questo sempre sorridente e timidamente silenzioso. E poi, per essere amato.

    Semplificando all’osso, potremmo dire che tutti quelli che almeno una volta nella vita abbiano desiderato “calcare le scene” vogliono solo essere amati. Una persona affettivamente appagata può accontentarsi tranquillamente di fare il ragioniere. Io no. Sentivo emergere, dalle fatture a due aliquote Iva che compilavo sul modulario di Tecnica Commerciale, un desiderio irrefrenabile.

    L’ho realizzato, per molti anni. Prima scrivendo soltanto, per giornali e agenzie di stampa. Redazione Spettacoli, fianco a fianco alla gente del piccolo schermo che avevo ammirato e imitato da ragazzo. Poi in televisione, conducendo il telegiornale e altri programmi in una tv privata umbra con sede a Roma. E in voce, in radio, anche per mamma Rai.

    Oggi qualcosa è cambiato. Finalmente, a mezzo secolo più che suonato, posso sentirmi adulto. Non faccio più il giornalista a tempo pieno, ma ho realizzato un altro sogno: comunicare ad altri quello che ho imparato e amato io. Posso conciliare la gioia di condividere idee con dei ragazzi con il desiderio di respirare ancora il profumo di una classe. Quel misto tra fòrmica dei banchi, respiro e merenda della ricreazione che mi catapulta indietro a quando lo studente ero io, in quel tempo del mito tra i sedici e i diciannove anni.

    Oggi i ragazzi del Liceo di Ladispoli, Roma, mi chiamano prof e giocano alla Letteratura Inglese con me. Ogni volta che mi capita di sentire ancora i profumi di allora (mnemagoghi, direbbe Primo Levi: il muschio, il legno, la juta, i banchi; il misto di sigaretta, valvole, cavi e microfoni che ho respirato a Radio Stereo Belice, dove ci portava il maestro Bucaria, e che ho ritrovato in tv e in radio, da grande) mi arrivano alla memoria immagini nitide, chiare, impossibili da fermare.

    La più bella e potente è la prima volta che ho visto la Matrice, prima che fosse riaperta al pubblico, nel 1983. Noi scout, in pratica il solito gruppetto di amici, davamo una mano per le pulizie, armati di secchi e pagliette d’acciaio. Avremmo dovuto strofinare il pavimento, ma io mi ero incantato a guardare le statue, i dipinti, il grifo dell’organo, il soffitto di legno. Colpito fino in fondo e sopraffatto da una bellezza che non avevo mai conosciuto prima. Che forse, così viva, non conoscerò mai più.

    Fonte: Gruppo "Sei di Partanna se" e Associazione "Partanna 'mpinta a mala banna"

    Vuoi essere aggiornato in tempo reale sulle notizie dalla Valle del Belìce? Clicca “Mi piace” su Castelvetranonews.it o seguici su Twitter

  • Catalanotto Ottica 2 nuova promo ferragosto H2
  • Super Conveniente H2 dal 21 gennaio
  • a4 lisciandra
  • Tenuta Repiè A4 dal 17 luglio
  • keidea A4 modificato 9 aprile 2025
  • Pierrot Marinella apertura a pranzo 2025 A4
  • Il mercatino dei lettori

    Invia il tuo annuncio

    Dopo aver selezionato l'immagine sarà necessario attendere la conferma, che verrà visualizzata qui in basso

    I più letti