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La storia di Santa Lucia, protettrice della vista. A Castelvetrano una Chiesa dedicata alla martire

di: Vito Marino - del 2022-12-12

Immagine articolo: La storia di Santa Lucia, protettrice della vista. A Castelvetrano una Chiesa dedicata alla martire

Santa Lucia, vergine e martire, è venerata dalla Chiesa Cattolica e da quella Ortodossa. Come ricorda il Messale Romano, è una delle sette donne menzionate nel Canone Romano. Nata a Siracusa nel 283, appartenente ad una ricca famiglia, orfana di padre, era stata promessa in sposa ad un pagano. Per un miracolo ricevuto, per intercessione di Sant’Agata, Lucia volle consacrarsi a Cristo. Allora erano in vigore i decreti di persecuzione dei Cristiani emanati dall’Imperatore Diocleziano; Lucia, denunciata come tale, viene imprigionata e torturata, ma esce illesa da ogni tormento, fino a quando il 13 Dicembre 304 viene decapitata.

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  • Il culto per la Santa incomincia quasi subito. Papa Gregorio Magno (590-604) inserisce già il suo nome nel Canone della Messa, indicandola alla venerazione di tutta la Chiesa.

    Nel 1039 il generale bizantino Giorgio Maniace toglie momentaneamente agli Arabi la Sicilia orientale, con Siracusa, e trasporta a Costantinopoli il corpo di Lucia; quando poi la capitale imperiale viene occupata dai crociati (1204), il doge Enrico Dandolo ordina di portarlo a Venezia, dove si trova tuttora, mentre Siracusa conserva di lei solamente delle piccole reliquie.

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  • Dal Medioevo si va sempre più consolidando la taumaturgia di Lucia quale Santa Patrona della vista e dai secc. XIV-XV viene raffigurata con in mano un piattino dove sono riposti i suoi stessi occhi. A causa del suo nome, Lucia (da Lux, luce e quindi vista), diventa, nel corso dei secoli, per devozione popolare, protettrice della vista, di ciechi, oculisti, elettricisti, e scalpellini; inoltre, è Patrona di Siracusa e una speranza di luce sia materiale che spirituale.

    Privo di ogni fondamento è l’episodio della Santa che si strappa gli occhi o che questi le sono stati tolti durante il martirio. L’emblema degli occhi sulla tazza, o sul piatto, è da ricollegarsi semplicemente alla devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista.

    A volte la tazza reca una fiaccola ed è per questo che viene accostata alla dea greca Demetra o alla romana Cerere, che venivano rappresentate con un mazzo di spighe e la fiaccola.

    Il miracolo che si ricorda maggiormente ebbe luogo durante una terribile carestia avvenuta in Sicilia nell’anno 1646. La domenica del 13 Maggio 1646, durante la Messa, una colomba volteggiava dentro la Cattedrale; appena si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di cereali. La popolazione tutta vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che Le erano state rivolte.

    Poiché tutti avevano appetito, per risparmiare tempo non si pensò alla macina del grano e alla panificazione, ma il grano venne subito bollito e mangiato. Da allora il giorno 13 Dicembre, per devozione popolare, in Sicilia si mangia soltanto “la cuccia”, grano bollito, condito con mosto concentrato, chiamato impropriamente vino cotto.

    Oggi è diventato un piatto dolce, con l’aggiunta di crema, ricotta, i cioccolato, vin cotto, cannella, polvere di cacao, zuccata, ciliege candite, granella di pistacchio. Ognuno la fa a proprio gusto. Ma il piatto più comune è l’“arancina”, a base di riso.

    Il Pitré, padre delle nostre tradizioni popolari, così scrive su Santa Lucia: “serba sani gli occhi dei suoi devoti, che rinunciano a mangiare pane e pasta il 13 Dicembre”. Cuccìa è un vocabolo siciliano, deriva da “cocciu”, che significa chicco (un chicco d’uva, un chicco di grano).

    Un proverbio siciliano per indicare le giornate che si allungano dice: “Di la Maculata a Santa Lucia, quantu un passu di cucciuvia; di Santa Lucia a Natali quantu un passu di cani; di Natali a l’annu novu quantu un passu d’omu”.

    Oggi Santa Lucia viene commemorata nel nord Europa, dove il 13 Dicembre la luce si fa molto desiderare. Ma anche in Italia il 13 Dicembre, il giorno più corto dell’anno, indica anche la data in cui i giorni iniziano ad allungarsi, vincendo con la luce le tenebre; una vittoria, quindi, del bene sul male. Senza la luce non siamo in grado di vedere quello che non è illuminato. Luce nel senso spirituale di scoperta della verità nascosta nell’ombra. Senza la luce l’uomo rimarrebbe nell’oscurantismo.

    A Castelvetrano abbiamo una bella chiesa dedicata a Santa Lucia in Via Campobello; ma ne esiste un’altra, già passata nel dimenticatoio, che si trova ad angolo fra la stessa via e Piazza Dante. Chiesa che venne dedicata all’Immacolata in data successiva. Dopo il sisma del 1968, il tetto della chiesa cadde e tutto è in rovina. Dietro l’altare resta ancora sepolto il Canonico Giovanni Vivona, studioso letterato e patriota castelvetranese, morto il 22 Luglio 1830.

    La sua salma, dopo tre giorni di solenni esequie nella chiesa della Matrice fu portata, per un’altra cerimonia funebre, nella chiesa dell’Immacolata e qui sepolto dietro l’altare. Sarebbe umano e doveroso, verso una personalità così insigne, riportare la lapide e quello che resta di lui in luogo più visibile al pubblico, per perpetuare la sua memoria.

    Nel passato, quando ancora non c’erano le mutue assistenze, in mancanza di cure mediche efficaci ed accessibili alla povera gente, gli afflitti si curavano rivolgendosi ai Santi o recitando orazioni. Così esistevano tante orazioni preconfezionate per ogni male e per ogni Santo.

    Per le malattie agli occhi ho trovato queste due orazioni, rivolte a Santa Lucia:

    “Orazioni pi l’occhi malati” <> Questa orazione si doveva recitare di mattina a digiuno per nove giorni.

    Ne cito un’altra: <>. In alternativa c’erano le normali preghiere, oppure si poteva promettere ed eseguire un viaggio presso la chiesa di Santa Lucia ed accendervi un grosso cero.

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