Diga Delia, il giorno in cui divenne il cimitero delle auto
di: Salvatore Di Chiara - del 2025-02-27
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Diga sì o diga no? Il 2025 castelvetranese si è aperto con un grosso dubbio. Nella terra dei principi, a ridosso degli ex feudi Delia, Galasi e Mandranuova, tiene banco la questione strutturale di un’opera fortemente voluta dalla società civile (da ricordare le proteste sostenute da Danilo Dolci). Terminati i lavori nel 1959, l’invaso, con il Parco Marcita-Trinità, sono i luoghi prediletti dai curiosi. Oltre alle bellezze paesaggistiche, l’aspetto socioeconomico è il nodo da sciogliere nelle prossime settimane. Mettendo da parte gli eventuali sviluppi, la storia è stata protagonista di un episodio abbastanza curioso (non troppo a conti fatti).
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Correva l’anno 1961 e precisamente il mese di ottobre. Nel bel mezzo del boom economico, Castelvetrano viveva un periodo di grandi manovre. In attesa delle nuove direttive dell’Assessorato all’Agricoltura siciliana per un possibile potenziamento del tabacco (nella provincia) e la forte richiesta per reclutare personale nelle forze armate (la nostra città fu tra le più impegnate in tal senso), da mesi si registravano furti di auto. Un numero rilevante che alla lunga, causa mancate denunce, era diventato insostenibile. Lo stratagemma usato era il medesimo (uguale): rubare l’auto, smontare tutti i pezzi possibili da rivendere nel mercato nero (dal motore ridotto in parti fino alle gomme) e poi, noncuranti, abbandonare il mezzo in un luogo lontano da occhi indiscreti.
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Superato il primo step, la zona adatta per seppellire le carcasse fu appunto la diga Delia. Fin quando, nell’incredulità generale dei cacciatori e del guardiano del bacino, apparvero magicamente alcune carcasse. Se i primi erano alla ricerca delle anatre presenti in acqua, il secondo fu scosso da una certa “insicurezza”. Quando fu scavata la buca e come vennero a galla le vetture? Le acque - causa periodo di siccità - si erano ritirate di circa tre-quattro metri, provocando l’affioramento dei pezzi. Presumibilmente la stessa “fossa” fu scavata in piena notte, lontano da “spiacevoli presenze”. Allertate le forze dell’ordine, una volta raggiunto il posto, il brigadiere Vincenzo Raciti si trovò di fronte a una scena impensabile: una serie di vetture di cui molte irriconoscibili.
Tra esse (quelle riconosciute) figuravano tre Fiat 600, l’Alfa Romeo Giulietta e una Fiat 1100/103. Gli accertamenti evidenziarono “tempi di sosta” abbastanza lunghi nella diga. Un altro punto di domanda, o meglio ancora dubbio, fu posta al riguardo la strada percorsa (dai furfanti) per raggiungere la struttura. Se a Ovest era chiusa, l’unica via d’accesso possibile era dal paese. Allo stesso tempo, i tre chilometri per raggiungerla erano segnati da ostacoli “quasi insormontabili”. Tra asfalti effettivi e mancanti, si erano creati dei veri e propri scivoli fangosi in grado di rendere difficile il collegamento. E quindi, tra indagini e misteri, il caso non ebbe soluzione immediata.
In tal senso, tra dilemmi e imprecisioni, qualcuno paventò l’idea che solo “li mura di la Santissima Trinità putia a truvari la soluzioni”. Nei mesi successivi le sparizioni non cessarono. Rispetto all’evoluzione precedente, le carcasse vennero abbandonate altrove. Nonostante la nostra diga sia stata (spesso) teatro di episodi incresciosi, oggi, rimane pur sempre uno dei pochi paradisi che il territorio custodisce gelosamente.