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"La Festa di tutti gli Italiani", libertà e coesione sociale: riflessione sul 25 aprile

di: Beppe Bongiorno - del 2026-05-18

Immagine articolo: "La Festa di tutti gli Italiani", libertà e coesione sociale: riflessione sul 25 aprile

Una riflessione sul significato del 25 aprile come festa di tutti gli italiani, a partire dalla memoria storica della Resistenza e del secondo dopoguerra, con un invito a superare le contrapposizioni ideologiche attraverso una lettura critica e condivisa degli eventi del Novecento.

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  • Da un intervento svolto il 21 aprile 2026 a Palermo Palazzo d’Orleans (ARS) “Fare memoria della Resistenza, della lotta di liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, resistendo all’oppressione, rischiando per la libertà di tutti, significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al tricolore. Nasceva allora una nuova Italia.” (dal discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella tenuto il 25/4/2020, “La nostra libertà”, pag. 60, Ed. Interlinea Novara).

    A dispetto di queste nobili premesse, si avverte oggi in Italia l’esigenza di superare contrapposizioni ideologiche e politiche spesso violente e talvolta strumentali, che dilaniano lo spirito di unità nazionale. Si assiste a dimostrazioni di piazza inconsuete per una nazione civile e democratica, che sfociano in manifestazioni di guerriglia e di anelito al disordine sociale. Si avvertono pulsazioni di separazione e allontanamento tra corpi sociali. Si assiste ad una contrapposizione politica antistorica come se il tempo non fosse passato, quando invece c’è bisogno di guardare al passato con una comune visione critica, mettendo da parte la tentazione di impossibili ricostruzioni di stampo giornalistico contemporaneo e operando invece una analisi storica scientificamente condotta su fatti verificati e accertati, su dati e documenti opportunamente acquisiti.

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  • E’ un lavoro complesso ma necessario. Bisogna che da ogni parte si compia uno sforzo di analisi storica autentica, filtrata e purificata dal tempo trascorso. Operando in tal modo, tentiamo adesso di offrire degli spunti innanzi tutto per un “processo” al fascismo, quindi per una verifica veritiera della contrapposizione al fascismo attraverso la lotta partigiana della resistenza. Il fascismo, nato nel 1919 a piazza Sansepolcro a Milano come atto rivoluzionario, antiborghese, antimonarchico, anticlericale, si trasformò presto nel suo contrario, affiancandosi, in una patologica triarchia, al Re cui facevano riferimento esercito e arma dei carabinieri e al Papa cui faceva riferimento il potente clero e la radicata e articolata organizzazione dell’azione cattolica, verso i quali il regime con il concordato del ’29 si mostrò molto accondiscendente. Il fascismo si rivelò subito un regime dittatoriale, nelle mani di uno solo, che negli ultimi anni, soprattutto dalla seconda metà degli anni trenta in poi, dopo la conquista dell’impero, degenerò nello scempio delle leggi razziali, della guerra, dell’alleanza con la Germania nazista della quale divenne addirittura succube nei mesi della Repubblica di Salò.

    I grandi propositi, realmente innovatori, del sistema corporativo, della socializzazione delle imprese, dello stato etico, videro un principio velleitario di attuazione solo alla fine degli anni trenta e negli anni quaranta, troppo tardi per produrre effetti e per essere credibili. Il progetto di “stato corporativo”, inteso come superamento dei conflitti tra lavoro e capitale tramite l’azione conciliatrice dello stato che avrebbe operato con le istituzioni del Consiglio Nazionale delle Corporazioni prima e poi della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, in realtà vide concretamente la luce solo nel 1939 con l’insediamento della Camera dei Fasci e delle Corporazioni che si risolse però nella prevalenza delle organizzazioni di partito e minoritariamente nella presenza delle organizzazioni delle categorie economiche. La seduta di insediamento fu una parata di camicie nere e di uniformi, piuttosto che la rappresentazione del mondo del lavoro e della produzione. L’idea rivoluzionaria del corporativismo, che nella fase di studio e di elaborazione aveva destato grande attenzione anche all’estero, finì nella inoperosità più assoluta, travolta dai tragici eventi bellici.

    L’idea di “socializzazione” delle imprese, legata al principio della organica cooperazione tra capitale e lavoro, quindi tra lavoratori e datori di lavoro, volgeva al risultato rivoluzionario della cogestione e della partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese. Ma tale principio venne introdotto formalmente solo sotto la Repubblica di Salò, quasi una rivalsa nei confronti delle grandi imprese del nord che avevano preso le distanze dal fascismo repubblicano. Non trovò mai pratica realizzazione e rimase solo sulla carta. La stessa riforma gentiliana della scuola fu ripetutamente attaccata dalle frange più oltranziste del regime. Finì con il subire le varianti apportate dai vari ministri succeduti a Gentile, sino ad arrivare al ministro Bottai che, pur dichiarando la validità della riforma Gentile, tuttavia rilevò che erano già trascorsi tre lustri e impose il suo pensiero con la sua Carta della Scuola. Questa tuttavia si risolse in un elenco di postulati e di regole senza mai acquisire dignità di legge.

    Per Benedetto Croce il fascismo fu una “parentesi” nella storia italiana tra il 1922 e il 1945, tra lo stato liberale risorgimentale e lo stato repubblicano, dopo di che avrebbe dovuto riprendere il suo corso fisiologico la condizione politica antecedente. Croce rimase isolato in tale suo convincimento, in una posizione estremamente minoritaria rispetto all’orientamento di De Gasperi e di Togliatti che vedevano invece dal dopoguerra in poi una Italia completamene diversa che avrebbe trovato nei partiti lo spirito rinnovatore repubblicano. Si sostiene che se non fosse stata istituita la “Repubblica di Salò” non ci sarebbero state la resistenza e la guerra civile. Probabile. Tuttavia si sviluppò una guerra fratricida che vide orrori e scempi da entrambe le parti, una guerra che produsse odio e spirito di vendetta e di rivalsa che si protrasse a lungo dopo il 1945, dopo la fine della guerra, e che ancora oggi paradossalmente, spesso strumentalmente, continua a produrne.

    Per comprendere bene la tragedia della guerra civile e l’orrore che ne derivò basta leggere le ricostruzioni che ne fa Gianpaolo Pansa, storico e giornalista, tra i più acuti analisti delle fasi e degli eventi verificatisi tra il 1943 e il 1945 e del periodo successivo. Dice Pansa in “Controstoria d’Italia” (pagg. 12 e ss. della introduzione): “Dobbiamo porci il problema della revisione critica di tutto quanto si è scritto sino a oggi a proposito della resistenza. Bisogna farlo in modo sistematico, per non dire spietato, anche a costo di veder crollare qualche mito”. Entrando nel merito storico Pansa, dopo avere dichiarato di condividere l’assunto secondo il quale senza il PCI non ci sarebbe stata in Italia nessuna resistenza, aggiunge: “Il PCI era una delle filiali del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Voleva la lotta di classe e sperava di conquistare il potere per costituire anche in Italia una repubblica popolare comunista dopo la fine della guerra civile. Siamo di fronte a un protagonista assoluto della Resistenza. Ma che presenta davvero troppe zone d’ombra, eccessi brutali e aberrazioni crudeli, per rifarsi alle parole di Napolitano, un dirigente che conosce nel profondo il proprio partito e la sua storia”. E continua: “I comunisti italiani volevano fare la rivoluzione.

    Tra il 1943 e il 1948 ci hanno provato, ma non ci sono riusciti. Si sono mossi con troppa faziosità cieca, troppa arroganza, troppa crudeltà nei confronti di chi combatteva accanto a loro per la liberazione dell’Italia”. Tutto questo, sia nel campo della degenerazione del fascismo, sia nel campo degli eccessi dell’antifascismo, merita di emergere in una condivisa ricostruzione storica, senza la quale non si arriverà mai al superamento effettivo delle contrapposizioni ideologiche. Bisogna fare spazio a quella visione critica della storia cui si è accennato. Solo così il 25 aprile diventa festa di tutti gli italiani. Ed è necessario che questa asserzione la si gridi tutti, senza eccezioni, senza timori, trovando il coraggio di dirlo con forza, e senza che nessuno vi si opponga per farne invece festa di parte. Diversamente non è festa di libertà, ma, a distanza di quasi un secolo, ancora memoria di vendetta e di rivalsa di una parte sull’altra. Questa però è tutta un’altra storia, non è la nostra storia.

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