Messina Denaro, dal narcotraffico al tesoro occulto, arrestati padre, ex moglie ed il figlio
di: Redazione - del 2026-05-28

Su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, coordinata dal procuratore Maurizio De Lucia (nella foto a sx in copertina) il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere per Giacomo Tamburello, 65 anni, il figlio Luca, 42 anni, e l’ex moglie Maria Antonia Bruno, 62 anni, nell’ambito della maxi operazione internazionale coordinata dalla Dda e condotta dalla Guardia di finanza sul patrimonio riconducibile a Matteo Messina Denaro.

Secondo gli investigatori, i tre sarebbero stati coinvolti nella gestione di fondi patrimoniali, società di investimento e immobiliari, attività commerciali, immobili e capitali trasferiti all’estero. L’inchiesta avrebbe ricostruito un sistema di reimpiego dei proventi del narcotraffico internazionale riconducibile alla famiglia mafiosa di Castelvetrano.
Determinanti per le indagini sarebbero state le dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia, Vincenzo Spezia e Francesco Bruno. Secondo quanto emerso, sin dagli anni Ottanta la famiglia Messina Denaro avrebbe percepito una quota pari al 10% dei traffici internazionali di droga. Giacomo Tamburello, già gravato da precedenti e condanne, sarebbe poi divenuto socio d’affari del boss Matteo Messina Denaro.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito alcuni episodi ritenuti significativi. Nel 2025, mentre si trovava in Spagna, Luca Tamburello avrebbe confidato a un’impiegata di banca che il padre aveva lasciato “un patrimonio alla madre”.
Tra gli elementi agli atti figurano anche intercettazioni del 2016 tra Giacomo Tamburello e l’avvocato Messina, con il quale aveva condiviso un precedente processo e una condanna. In una conversazione captata dagli investigatori, Tamburello avrebbe fatto riferimento all’invio di denaro destinato alla “famiglia” Messina Denaro e, in particolare, “a quelli che sono all’ospedale”.
Secondo gli inquirenti, il riferimento temporale coinciderebbe con il periodo in cui Matteo Messina Denaro, sotto la falsa identità di Andrea Bonafede, si sottopose a un intervento chirurgico per un’ernia inguinale. Per tutti gli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

















