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Messina Denaro, dalle rivelazioni di Vincenzo Spezia ai nuovi blitz antimafia: il sistema del “10%” può allargare l’inchiesta

di: Redazione - del 2026-05-28

Immagine articolo: Messina Denaro, dalle rivelazioni di Vincenzo Spezia ai nuovi blitz antimafia: il sistema del “10%” può allargare l’inchiesta

Non un semplice sistema estorsivo, ma una vera partecipazione agli affari. È il quadro che emerge dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Spezia, ex boss della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, agli investigatori che hanno portato all’arresto del narcotrafficante Giacomo Tamburello, dell’ex moglie e del figlio. Secondo il pentito, Matteo Messina Denaro pretendeva una quota fissa del 10 per cento sui traffici internazionali di droga gestiti dal clan e sugli affari delle principali attività economiche del territorio, dai costruttori ai produttori di vino e olio.

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  • Le dichiarazioni di Spezia delineano un sistema economico-mafioso strutturato, in cui il boss di Castelvetrano non si limitava a garantire protezione o a imporre il pizzo, ma agiva come socio occulto delle attività criminali e imprenditoriali che prosperavano sotto la sua influenza.

    “I soldi i Tamburello li hanno sempre dati a Matteo Messina Denaro perché altrimenti li ammazzava”, ha raccontato il collaboratore ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Una percentuale che, secondo il pentito, veniva versata “per ogni carico di droga che arrivava dal Marocco”, destinato ai mercati italiani ed europei.

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  • Il racconto ricostruisce una filiera internazionale del narcotraffico. La droga, proveniente dal Marocco, transitava dalla Spagna per poi raggiungere Brescia, considerata uno snodo strategico dello smistamento nazionale. Da lì, lo stupefacente veniva distribuito nel resto d’Italia. Messina Denaro, secondo Spezia, era perfettamente informato sui movimenti dei carichi e sui canali di distribuzione grazie ai rapporti con i gruppi incaricati dello smercio.

    Il collaboratore parla apertamente di un “rapporto societario” tra il padrino e Tamburello. Inizialmente il boss non avrebbe partecipato direttamente agli affari, ma il suo coinvolgimento sarebbe aumentato parallelamente alla crescita dei profitti. “Quando cominciarono a muoversi i soldi, si immischiò u siccu”, ha spiegato Spezia riferendosi al soprannome di Messina Denaro.

    Un episodio raccontato dal pentito descrive il momento in cui il padrino avrebbe rivendicato apertamente la propria quota: “Ah, che mi dici? Chisti mi detteru u 10% degli introiti”, avrebbe detto Messina Denaro parlando dei Tamburello.

    Secondo Spezia, il sistema imposto dal capomafia andava ben oltre il tradizionale racket. “Lui non prendeva il pizzo, lui voleva la percentuale”, ha spiegato. Una differenza sostanziale: non una somma fissa per garantire protezione, ma una partecipazione diretta agli utili. Il boss si sarebbe fatto consegnare mensilmente la propria quota nei territori di Castelvetrano e Partanna, cuore storico della sua influenza criminale.

    Nelle informative dei magistrati, le dichiarazioni del collaboratore vengono considerate decisive per comprendere il ruolo di Tamburello all’interno dell’organizzazione mafiosa. Gli inquirenti ritengono che proprio il rapporto di fedeltà con Messina Denaro abbia consentito al narcotrafficante di gestire “senza limiti” i profitti derivanti dal traffico internazionale di stupefacenti.

    Tamburello, secondo la ricostruzione investigativa, operava con una sorta di autorizzazione diretta del capo di Cosa nostra, che gli permetteva di instaurare accordi per l’acquisto e la vendita di ingenti quantitativi di droga. In cambio, una parte dei guadagni finiva stabilmente nelle casse del latitante.

    Tra gli elementi ritenuti significativi dagli investigatori emerge anche un’intercettazione del 2016. In una conversazione con un socio, Tamburello parlava di somme di denaro da consegnare a una persona che “si doveva operare”. “Il tempo che si fa il coso… l’operazione…”, diceva. Per gli investigatori il riferimento sarebbe stato proprio a Messina Denaro, che nello stesso periodo si era sottoposto a un intervento per un’ernia inguinale durante la lunga latitanza.

    Il dettaglio rafforzerebbe l’ipotesi di un rapporto diretto e continuativo tra il narcotrafficante e il boss mafioso, basato non soltanto su interessi criminali condivisi, ma su una struttura economica consolidata capace di intrecciare narcotraffico, consenso mafioso e controllo del territorio.

    Da semplice negoziante di abbigliamento a narcos internazionale legato al clan di Matteo Messina Denaro. È la parabola criminale di Giacomo Tamburello, 66 anni, arrestato ancora una volta dalla Guardia di finanza su ordine della Dda di Palermo insieme all’ex moglie Maria Antonina Bruno e al figlio Luca. Secondo gli inquirenti, la famiglia avrebbe gestito per decenni un impero economico alimentato dal traffico di droga e protetto da Cosa nostra.

    L’inchiesta, nata da una segnalazione bancaria arrivata da Andorra, ha portato al sequestro di beni per 200 milioni di euro tra conti, società, immobili e investimenti all’estero. Per i magistrati Tamburello avrebbe reinvestito i proventi del narcotraffico attraverso prestanomi e società schermo, mantenendo rapporti diretti con il mandamento mafioso di Castelvetrano. Il figlio Luca, laureato in discipline bancarie internazionali ed ex dipendente di Morgan Stanley a Londra, avrebbe affiancato il padre nella gestione dei patrimoni illeciti.

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