Castelvetrano Ricorda, la Compagnia dei Bianchi, l’ultimo atto prima della morte
di:
Salvatore Di Chiara - del 2025-12-24

(ph. La foto è una xilografia di Alfred Metzener del 1866)
“In un angolo vi sono i luoghi comuni seu cloache con sua fermata, pure in tal cortiglio vi è la cappella commoda per udirsi la messa ne i giorni di precetto, la quale pure è destinata per il conforto delli
condannati a morte, e commoda per li deputati di cappella, che sono della Compagnia dei nobili nominati dè i Bianchi [...]”.

Nella lettura della monografia di Ferrigno, gli spunti di riflessione non mancano di certo. È la bellezza dei contenuti. Ogni singolo racconto è la prova, quanto mai, di un lungo studio che ha prodotto
argomenti di diversa natura. Tra questi, le condanne a morte. Nel ribrezzo di un fine vita annunciato, entra in scena la Compagnia dei Bianchi, vera e propria istituzione. Ricopriva un ruolo di primo
piano. Di seguito, nel racconto dello stesso Ferrigno, entra in gioco un lungo “esercizio fisico e spirituale”, che rappresentava il calvario (annunciato).
Era composta da nobili cittadini e lo scopo principale era quello di assistere i condannati a morte per guadagnare a Dio le anime dei malfattori. Amministratrice del Monte di Pietà e dell’Ospedale degli Infermi, aveva l’oratorio nella Chiesa di Sant’Antonio Abate. Il compito degli adepti seguiva un protocollo definito. All'obbedienza nei confronti del governatore e la presenza durante le adunanze, non poteva mancare l’assistenza al povero afflitto. La stessa preparazione - nei piccoli dettagli - mostrava una cura minuziosa. Una volta ricevuta notizia della condanna a morte (da parte del capitano di giustizia), l’intera Compagnia si metteva in moto per ricevere in consegna il miserando. Conforto e carità erano gli atti procedurali. Ricevuta consegna, la Compagnia si riuniva per eleggere gli ufficiali di cappella: un capo di cappella dei confortanti (faceva da confessore), un secondo confortante (poteva sostituire il primo), un terzo confortante (poteva sostituire il secondo), un capo di cappella secolare, un cancelliere, due sacrestani e due bidelli.

Giunto il giorno tanto in(desiderato) - per certi versi - suonata la tornata, i confrati si congregavano nell’oratorio, vestiti con sacco e visiera, e processionalmente, salmodiando le litanie della Beata Vergine, si recavano alle carceri. Dopo i riti iniziali, la Compagnia ritornava al proprio oratorio. Qui entrava in gioco il “cerimoniale Cangiamila”. Era il protocollo dei conforti spirituali da seguire. Sin dalla prima sera si annunziava al povero condannato la sua condanna a morte e successivamente lo s’andava apparecchiando alla confessione, alla comunione e poi a sopportare il dolore. Terminato il triduo - al rintocco delle campane - tutti i confrati si riunivano all’oratorio e poi, si dirigevano alla Vicaria. Nel pomeriggio, entrati nella stanza del carceriere, si presentava il carnefice. Questo legava con funi il giustiziando.
Con l’assistenza del confortante e del capo di cappella secolare ai lati del pover’uomo, il mesto corteo si avviava al luogo delle Forche. Erano gli ultimi momenti prima dell’impiccagione, ad opera di due boia (soprano e sottano). Dai racconti (precisi e puntuali) dello storico Ferrigno si evince, nella sua disamina completa, l’immagine socio-storica di una città appesa agli eventi. Le condizioni di vita dei carcerati (condannati a morte), di cui abbiamo parlato in precedenza (la Vicaria), erano soggetti a una complessa fase pre-esecuzione. Questa è la rappresentazione di una società con regole ferree e poco inclini al cambiamento. E la Compagnia dei Bianchi era la prova di un sistema collaudato e organizzato.
















