Il bandito Giuliano ed i suoi misteri, il racconto dell'Avvocato Gregorio Di Maria
di:
Beppe Bongiorno - del 2025-12-07

"Di sicuro c'è solo che è morto" titolava il giornale "L'Europeo". Era un lungo servizio dell'inviato di quella testata, Tommaso Besozzi, pubblicato in prima pagina all'indomani della morte del bandito più famoso del XX secolo. In verità nel tempo sarebbe stata messa in dubbio anche la sua morte. Si disse che quello che giaceva la mattina del 5 luglio 1950, nel cortile Di Maria nella via Mannone di Castelvetrano, non fosse il corpo del bandito ma di un sosia e che Giuliano sarebbe stato fatto fuggire all'estero. Accertamenti disposti dal Procuratore Ingroia, che qualche anno addietro ne fece riesumare la salma, però sciolsero almeno questo mistero. Il corpo era quello di Salvatore Giuliano.

Ma i misteri circa il luogo in cui fu ucciso, come fu ucciso, i mandanti e gli esecutori dell'uccisione, sono rimasti tali, almeno per diversi storici e giornalisti, come per taluni sedicenti testimoni dell'evento. La versione ufficiale è quella del conflitto a fuoco con le forze dell'ordine. Giuliano sarebbe stato inseguito lungo la via Minghetti mentre si dirigeva verso casa Di Maria in via Mannone. Giunto all'interno del cortile Di Maria, tentava di scavalcare un muro che recintava il cortile, ma lì veniva raggiunto dai carabinieri che lo colpivano a morte. Ma come mai, inseguito per le vie del paese, Giuliano si sarebbe vestito coperto solo da una canottiera e senza cintura dei pantaloni?
Circola un'altra diversa versione che vuole il bandito ucciso in una villa di Monreale, villa Carolina, e poi, avvolto in una coperta o in un tappeto, riposto nel sedile posteriore di una FIAT 500 dell'epoca, trasportato a Castelvetrano. Giuliano, già ospite di casa Di Maria a Castelvetrano, sembra fosse solito in quel periodo di circa sei mesi spostarsi a Monreale dove quella sera avrebbe dovuto incontrarsi con esponenti della mafia monrealese per concordare tempi e modi della sua fuga dalla Sicilia. Sarebbe stato in realtà tratto in inganno. Lì Giuliano avrebbe incontrato i suoi assassini. La mafia avrebbe trattato la consegna del bandito allo Stato. Così lo Stato avrebbe inferto un gravissimo colpo alla piaga del banditismo che per gran parte degli anni quaranta aveva insanguinato la Sicilia, mentre la mafia si sarebbe liberata di un personaggio che ormai era diventato incontrollabile e assai scomodo per i troppi segreti che custodiva circa i rapporti tra mafia, politica, banditi e polizia. Ma perché si sarebbe dovuto uccidere Giuliano a Monreale per poi portarlo a Castelvetrano dove inscenare il conflitto a fuoco e l'uccisione nel cortile Di Maria?

C'è poi la versione più accreditata, quella fatta propria dal regista Francesco Rosi nel famoso film "Salvatore Giuliano" del 1962. Detta versione è per altro categoricamente confermata da un testimone assai credibile, l'avvocato Gregorio Di Maria, proprietario della casa in cui Giuliano fu ospitato e "nascosto" per circa sei mesi sino alla sua uccisione. Al riguardo appare incredibile, ma vero, come potesse essere rimasto da ricercato dalle forze dell'ordine per circa sei mesi in una casa al centro del paese entrandovi e uscendone senza problemi. Anche questo è un mistero.
"Faceva molto caldo quella sera e Giuliano consumava la sua cena nella cucina di casa mia e in mia compagnia", così testualmente riferisce l'avvocato. "Sopraggiunse ad ora tarda Gaspare Pisciotta" - prosegue Di Maria - "si misero a parlare. Io preferii lasciarli allo loro discussione e me ne andai nella mia camera per coricarmi. Dopo un po' Giuliano passò davanti la mia camera per recarsi nella sua che si apriva attraverso due finestre sulla via Mannone. Trascorso altro tempo, fece lo stesso percorso il Pisciotta che entrò nella stanza dove Giuliano aveva intanto preso sonno. Pochi secondi e sentii degli spari, vidi i lampi dei colpi di pistola. Rimasi impietrito, terrorizzato. Ancora qualche attimo e ripassò davanti la porta aperta della mia camera Gaspare Pisciotta ancora con la pistola in mano. Si fermò e, vedendomi immobile seduto sul letto, mi disse di stare tranquillo, che per me avrebbe garantito lui. Seguì confusione e concitazione. Pisciotta aprì la porta ed entrarono, dopo avere salito la scala dal piano terra, alcuni uomini, di certo carabinieri, che entrati nella stanza dove si trovava Giuliano, lo rivestirono e lo trasportarono giù nell'androne e da lì, attraverso una porta, fuori nel cortile".
Questo è il racconto testuale che il Di Maria, identificato poi come "l'avvocaticchio", portatore di altri misteri rimasti irrisolti (sarebbe stato il custode del memoriale di Giuliano), fece personalmente a me qualche anno prima che passasse a miglior vita. Non ho motivo di dubitare della veridicità del racconto. Perché avrebbe dovuto riferirne a me che non l'avevo minimamente sollecitato? Del resto è lo stesso Pisciotta nel processo di Viterbo del 1954 a confermare d'essere stato lui ad uccidere Giuliano. Ma i misteri restano.
Quali furono i segreti che Giuliano si portò nella tomba? Sono segreti drammatici che incrinano la trasparenza dello Stato nei rapporti con la mafia e con lo stesso banditismo in quell'avvio della storia della Repubblica, almeno in Sicilia. Gaspare Pisciotta al processo di Viterbo, preannunziando clamorose rivelazioni, a gran voce dichiara: "Signor Presidente, mafia, banditi e polizia siamo stati una sola cosa, padre, figlio e spirito santo".
Non sono bastati oltre settanta anni per scrivere la verità. Se sono giudiziariamente accertati gli esecutori materiali della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 (la banda Giuliano), forti dubbi rimangono circa i mandanti e i possibili coautori della strage. Sempre Pisciotta al processo di Viterbo ne indica alcuni, facendo i nomi di importanti politici dell'epoca interessati a fermare l'avanzata socialcomunista in Sicilia. Chi ha avvelenato il caffè destinato a Gaspare Pisciotta dopo il processo di Viterbo nel carcere dell'Ucciardone di Paleremo, chiudendo così la bocca di chi avrebbe potuto rivelare tante verità?
Di tutto ciò hanno scritto in tanti, Michele Pantaleone, Salvatore Nicolosi, Giuseppe Casarrubea, Mario Puzo, Francesco Renda ed altri ancora. Ma ancora oggi la storia di Giuliano resta avvolta nel mistero.
Castelvetrano, dicembre 2025 - Beppe Bongiorno
















