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"La ricetrasmittente e le comunicazioni da Castelvetrano con gli americani, l'atterraggio di Roosvelt e non solo". I ricordi di un castelvetranese

di: Salvatore Di Chiara - del 2022-06-23

(ph. Vincenzo Napoli)

La comunicazione spontanea lascia poco spazio all'immaginazione. Un'ora di conversazione nata casualmente all'interno di un'officina meccanica, tra ricordi, aneddoti, esperienze di vita e cambiamenti.

  • clemente a7 novembre 2021
  • Spesso ci affidiamo alla saggezza di qualcuno per descrivere luoghi e momenti storici, approfittando della bellezza di una conversazione semplice e dai modi garbati.

    Questa volta non iniziamo con il solito “ai miei tempi” ma, da un pozzo dove caddero due capre e alcuni militari italiani aiutarono una donna a recuperare gli animali.

    Da quel momento, inizia un percorso a ritroso con una descrizione dettagliata di fatti e immagini.

    Nel racconto del signor Saraò (classe 1931), colpisce la serietà dei concetti espressi in italiano con frammenti dialettali.

    Il sabato “fascista” era vissuto dai ragazzi come momento di aggregazione. Si riunivano in Piazza Dante e venivano addestrati alla disciplina (detto pre - militare).

    Lui faceva parte dei balilla (ragazzi compresi tra gli otto ed i quattordici anni) e dai maestri col fascio littorio (visibile per evitare l'espulsione immediata) imparavano alcuni concetti di difesa militare.

    Nel suo racconto viene illustrata la figura di un certo Bonsignore, fratello del più noto professore castelvetranese. Era un ragazzo imponente, affascinante, alto, muscoloso e rappresentava la figura del capo avanguardista. Si occupava della formazione dei ragazzi appena maggiorenni e incuteva timore agli stessi. I gruppi erano composti da maschi e femmine e ognuno di essi, indossava il completino inviato dal governo centrale.

    I maschi vestivano con calzettoni lunghi blu, i pantaloncini in formato militare, la camicia nera che si annodava formando un fiocco e un medaglione con ciondolo e foto ritraente Benito Mussolini.

    Il padre e uno zio avevano combattuto la prima guerra mondiale e in particolare lo zio, era stato fatto prigioniero vicino al fiume Piave e portato in Russia dove perì di stenti e freddo senza far ritorno nel paese d'origine. Stessa sorta accadde a Serafino Montalto menzionato precedentemente in un articolo di cui si persero le tracce durante il primo conflitto.

    Molti castelvetranesi parteciparono ad alcune spedizioni di conquiste territoriali (Spagna, Eritrea, Etiopia e Libia). Nelle parole traspare una tranquillità manifestata dalla lucidità descrittiva senza farsi sfuggire i particolari.

    Durante la battaglia in terra libica, alcuni cittadini scapparono e fecero ritorno in Italia con lo status di profughi. Vennero accolti nelle caserme e sfamati senza subire vessazioni (anche una parente dello stesso Saraò).

    Dalle testimonianze dei castelvetranesi che parteciparono alla spedizione, l'Italia contribuì alla civilizzazione del territorio con la costruzione di alcune infrastrutture importanti.

    Purtroppo, secondo il suo racconto, l'alleanza distrusse un intero Paese e consegnò di fatto l'Italia ai tedeschi. Senza il Patto d'Acciaio del '39, saremmo stati bersagliati e conquistati da Hitler.

    La situazione degenerò dopo lo scoppio della guerra. In quel momento, si avvertì un cambiamento sostanziale e le notizie provenienti dal fronte non prospettarono scenari positivi per i militari italiani.

    Castelvetrano rappresentava uno snodo cruciale e divenne importante grazie al suo aerodromo (voluto espressamente da Mussolini per i suoi viaggi e permanenze in terra sicula).

    Lo sbarco degli Alleati venne accolta con soddisfazione ma nascose parecchie insidie. I marines avevano organizzato il bombardamento di alcuni punti strategici della nostra città e tra questi, lo stesso aeroporto. Dagli aerei vennero lanciati parecchi volantini raccolti in massa dai ragazzi e lo stesso Saraò ne afferrò uno e lesse testuali parole “allontanatevi dagli obiettivi americani”. Era un monito per invitare i castelvetranesi ad andare via.

    Il padre decise di spostarsi in campagna ed evitare il centro cittadino. Venne sganciato un ordigno che colpì il quartiere della Badia e venne presa d'assalto la zona aeroportuale che mise in allerta l'intera cittadinanza.

    Un ricordo interessante è legato alla famiglia Piccione, titolare di una ricetrasmittente in grado di comunicare con gli americani. Cercava in qualsiasi modo di evitare che venisse colpito il loro palazzo e al contempo, la città non fosse bombardata.  Una situazione in fibrillazione e un popolo scosso dalle vicissitudini della guerra.

    L'8 dicembre del '43 atterrò l'aereo presidenziale statunitense con il Presidente Roosevelt accompagnato da Eisenhower in un blitz nella nostra città ben descritto nel libro " l'Immacolata segreta del '43" di Maurizio Tosco.

    La fine del conflitto portò a un periodo di notevole crisi economica e seppur liberò l'Italia dal fascismo, la nostra e tante cittadine vissero una lunga fase di appannamento economico. Molti castelvetranesi decisero di trasferirsi altrove e altri, ripresero lentamente in mano la propria vita. Anni di insoddisfazioni, elemosinando un tozzo di pane e in preda allo sconforto. Parole struggenti, senza alibi e in grado di fornire un quadro generale della situazione instabile della nostra società. Castelvetrano non seppe rimediare con celerità e pagò dazio amaramente.

    Il racconto del nostro concittadino ha delimitato i confini tra pre e post conflitto, con considerazioni personali senza distaccarsi dal concetto base (la nostra cittadina).

    Tra le domande poste di cui non trova risposta, la più interessante riflette sull'abolizione definitiva dell'obbligo di leva. Secondo il pensiero espresso, la formazione umana e di valori durante quei mesi era fondamentale per una crescita personale e collettiva. Il quesito posto non troverà mai risposta.

    Il pensiero corre velocemente ai cittadini caduti in guerra e mai più ritornati nelle rispettive famiglie. La speranza che il ricordo non venga spento dalla scellerata sete di potere presente nella quotidianità.

    Un ringraziamento speciale e unico allo storico Vincenzo Napoli per l'ineguagliabile manifestazione fotografica concessa.

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