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La storia degli “gnuri” e degli autonoleggiatori castelvetranesi

del 2015-06-05

Prima del boom economico italiano degli anni settanta che permise, fra le altre, a ogni famiglia di possedere una macchina, i primi complessi che si formarono a Castelvetrano per raggiungere il locale dove si dovevano esibire, in occasione di matrimoni o feste in genere, si rivolgevano dapprima agli ‘gnuri e, poi, agli autonoleggiatori.

  • clemente a7 novembre 2021
  • Gli ‘gnuri erano i conduttori di carrozze o cocchieri o anche vetturini. La carrozza allora era il mezzo di trasporto più diffuso in città. ‘Gnuri era una parola “offensiva” poiché è il diminutivo di ‘gnuranti, cioè ignorante, anche se essi, in tempi remoti, portavano in giro con le loro artistiche e sfarzose carrozze la ricca nobiltà.

    Nel periodo invernale, per ripararsi dal freddo e dalla pioggia, erano soliti indossare una mantella nera o anche soltanto un grembiule, sempre nero. Erano muniti di zotta, ovvero la frusta che serviva per spronare il cavallo a camminare per le vie dei paesi siciliani.

    I posti sulla carrozza erano quattro, due dietro al conducente, quasi spalla con spalla, quindi in direzione opposta, e due sempre dietro il cocchiere, ma nella stessa direzione. I due posti vicino ai vetturini erano meno prestigiosi, poiché chi li occupava doveva mal sopportare gli effluvi, gli umori putredinosi delle puzzolenti scorreggie che il conducente era solito emanare, costretto dalle continue sollecitazioni che gli provocavano le numerose scaffe, buche disseminate lungo il tragitto cittadino.

    Da qui la famosa frase: “‘Gnu’, scaffi scaffi”, in cui i malcapitati clienti seduti di spalla avvertivano lo gnuri sperando che questi riuscisse, con un’abile manovra, a evitare lu pirtusu, la scaffa per l’appunto.

    Oppure quell’altra che recita, “…ma va sucati li pirita di lu gnuri”, anche se c’è da considerare che il grande Salvadore Dalì, in una delle sue tante epifrasi, definisse la scoreggia come: “…un apostrofo marrone tra le parole “mi” e “cago”.

    Il cavallo, invece, oltre alle rumorose scorreggie, non potendo trattenere la cacca, la faceva lungo il percorso sporcando le vie cittadine. Si pensò, poi, di sistemare una coffa, una cesta, proprio sotto l’ano del cavallo, così da permettere che il materiale derivato dalla sua defecazione andasse a finire all’interno della stessa.

    “‘Gnuri, ‘nà ‘zzuttata” era, poi, il grido con il quale alcuni ragazzi avvisavano il conducente della carrozza che c’era qualche viaggiatore abusivo, ragazzi che s’aggrappavano al fuso o asse nel dietro della carrozza stessa e, quindi, non visibili dal conducente. La zuttata, però, quasi sempre andava a vuoto poiché i ragazzi appena sentivano quella frase immediatamente, sapendo che ne sarebbe seguita una bella frustata sulle spalle, saltavano dalla carrozza e scappavano.

    La figura dello ‘gnuri esiste ancora oggi, anche se serve soltanto, in special modo a Palermo e Monreale, per portare in giro i numerosi turisti. Essi, durante la loro visita alla città, vogliono provare le stesse emozioni e sensazioni precedentemente descritte, anche se poco stimolanti, ma che suscitano tanta ilarità.

    Agli ‘gnuri ricorrevano anche i musicisti dell’epoca, prendendo la carrozza in affitto quando c’era un impegno di matrimonio, per portare gli strumenti alla sala ricevimenti. A Castelvetrano il preferito era Giovanni Chiofalo (forse perché aveva preso la patente per guidare la carrozza all’estero o perché riusciva a dialogare con il suo cavallo con un linguaggio tutto loro, ma efficace).

    Chiofalo, dopo gli anni cinquanta, vendette la sua carrozza e aprì, sempre a Castelvetrano, ‘na putia di vinu, un’osteria. Essa, sita in via Sirtori, era il luogo dove si ritrovavano tanti amici che, oltre a degustare qualche pezzetto di pizza preparato dalle abili mani di Giovanni, erano soliti fare il classico toccu.

    Esso consisteva nel nominare un padrone della bottiglia (di vino) il quale, a sua volta, nominava un sutta, padrone del bicchiere. Questi, però, di fatto diveniva il vero padrone del gioco in quanto, quando il padrone della bottiglia invitava a bere uno dei commensali, era il padrone del bicchiere che dava l’assenso o lo negava concedendolo a qualcun altro di suo gradimento. Al padrone della bottiglia, comunque, toccava bere fino a tre bicchieri di vino a suo piacimento.

    Il divertimento consisteva nel cercare di far bere sempre la stessa persona in modo da farlo ubriacare con tutto quello che ne sarebbe conseguito in termini di divertimento per gli altri. Il tocco fu, poi, allargato anche alla birra ed è praticato ancora oggi non solo nelle osterie, ma anche “‘nta li manciati”, “li tavuliddi”, le abbuffate che si organizzano fra amici.

    Gli altri ‘gnuri che operavano a Castelvetrano erano: Paolo Scarpinati, Calogero (Lillo) Fiordaliso, Giuseppe (Pino) Cannata fratello del famosissimo pittore mio intimo amico Antonio Cannata, Vito Craparotta padre e Francesco figlio, Salvatore (Don Turiddu) Musso, Paolo Accardi monco della mano sinistra, i fratelli Paolo e Giovanni Lo Sciuto e il cugino Giuseppe Lo Sciuto.

    A fianco gli ‘gnuri, un’altra categoria di noleggiatori fu quella degli autisti: Giovanni Esposito, Paolo Comacchio, Felice Ancona, Salvatore Vella, Giovanni Gulotta, Giovanni Frazzino che, da ragazzo, suonava anche la tromba nella banda comunale, Giuseppe Corseri, Giovanni Ebbreo, Giacomo e Domenico Montepiano, detto dagli amici e colleghi “Tuppitinere”, Saro Selvaggio, Salvatore Leone, Giuseppe Vinci che guidava una seconda macchina di proprietà di Esposito. Le macchine erano: la Fiat “1100”, la Lancia “Aprilia”, la Fiat “2300” e l’Alfa Romeo “Giulietta.

    Molti di questi autonoleggiatori non sono più presenti, ma quelli rimasti ricordano con grande soddisfazione quei bellissimi giorni andati in cui tutto era genuino, dai sentimenti al piacere di lavorare, dal gusto della moralità, della puntualità, dell’onore al piacere di stare insieme.

    Sia gli ‘gnuri sia gli autonoleggiatori, negli orari dei pochi treni che passavano per Castelvetrano, sostavano ad aspettare gli eventuali clienti in piazza Stazione oppure, negli altri orari, in piazza della Verdura, poi piazza Municipio, poi ancora piazza Garibaldi e infine, oggi, piazza Carlo D’Aragona Tagliavia nel Sistema delle Piazze. Altre volte erano impegnati anche per trasportare gli strumenti musicali dei vari complessi, quando impegnavano un matrimonio fuori da Castelvetrano.

    Paolo Comacchio, aveva una Fiat 1100 strapuntinata o Station Wagon, come si usa definirla oggi. Gli strumenti si caricavano sia sul tetto della macchina sia sul portabagagli, mentre tutti gli orchestrali (la 1100 era a sei posti) dentro la macchina. L’autista rimaneva tutto il giorno con loro assistendo anche al matrimonio.

    Una volta, dovendo andare a suonare a Mazara, Salvatore Triolo impegnò la 1100 di Giovanni Gulotta che, pur non essendo strapuntinata, riuscì ad accogliere sia gli orchestrali sia tutti i loro strumenti utilizzando al massimo lo spazio disponibile fra interno, cofano e portabagagli.

    Durante il viaggio i ragazzi sistematisi dietro, cominciarono a fumare e nell’offrire una sigaretta al conducente lo distrassero facendogli perdere il controllo della macchina. Salvatore Triolo, ch’era seduto davanti, emanò un grido che servì sicuramente a evitare il peggio, ma non a evitare all’auto d’andare a sbattere contro un “guard-rail”. In pratica gli strumenti sistemati sul portabagagli volarono per aria e gli orchestrali, per loro fortuna, se la cavarono con qualche escoriazione.

    A quel punto uno di loro fece ritorno a Castelvetrano profittando d’un passaggio. Qui giunto prese un’altra auto in affitto, raggiunse i compagni, insieme caricarono il tutto sulla nuova 1100 e poterono così raggiungere Mazara dove, ansioso, (non c’erano i telefonini allora) li attendeva Francesco Castelli che aveva procacciato l’impegno.

    Un fatto curioso è che Salvatore Triolo, la notte precedente, aveva sognato il proprio genitore, deceduto da qualche mese, che lo invitava ad avvicinarsi a lui. Salvatore ubbidì, ma quando gli fu vicino, il padre gli disse: “Vai, non è ancora venuto il tuo tempo”.

    A un altro matrimonio, sempre il nostro Turiddu Triolo, essendo abbastanza corpulento, cercava sempre un posto dove sedersi mentre suonava la chitarra e, avendo trovato un bel posticino a un angolo del palco, pensò bene di sistemarsi lì. Non si accorse, però, d’essersi seduto sotto la cassa d’un altoparlante che, ironia della sorte, dopo tanti anni ch’era rimasto fermo lì inchiodato al muro, proprio quel giorno decise di lasciare il suo bel chiodo e si lasciarsi andare giù.

    Toccò proprio al malcapitato Turiddu sorbirsi la botta che gli procurò una quasi commozione cerebrale e un vistoso bernoccolo sulla testa. Da quell’episodio Turiddu non si sedette più, durante le sue esibizioni, e si contentò di rimanere in piedi sperando che qualche palco un po’ precario non gli cedesse sotto i piedi. Turiddu vive ancora in discreta salute all’età di quasi novant’anni facendo la gioia dei figli e dei tanti nipotini.

    Una “bella” avventura capitata a Felice Ancona, fu quando prelevò con la sua Fiat “2300” due ragazzoni alla stazione di Castelvetrano per portarli a Campobello. Era il periodo natalizio e al ritorno, all’altezza del casello di Campobello di Mazara, fu fermato da una pattuglia della Benemerita. I due carabinieri che la occupavano, dopo avere controllato i documenti, gli chiesero che cosa ci facesse lui a quell’ora lì, in un periodo in cui erano tutti a casa intenti a giocare alle carte con amici e parenti. Ancona rispose ch’era andato a lasciare due ragazzi a Campobello, poiché faceva di mestiere l’autonoleggiatore.

    A quel punto pretesero una descrizione dettagliata dei due occasionali clienti. Ancona diede loro le informazione richiestegli, al che i carabinieri lo informarono che la descrizione corrispondeva esattamente a quella di due ragazzi ricercati che avevano commesso un omicidio. Per non farla lunga, al povero Ancona toccò passare quasi tutta la notte presso il Comando dei carabinieri, a dare informazioni utili per le indagini. Poco c’è mancato che non arrestassero anche lui per favoreggiamento e reati connessi.  

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