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Nel ricordo dei “Condor” e dei “Cristalli” che si esibirono al Discomare

del 2014-11-02

In foto: I Condor

Dopo avere raccontato la storia dei complessi castelvetranesi nell’era pre-Beatles e nell’era Beatles, non ci rimane che avviarci verso la fine di questo lungo, ma credo interessante e coinvolgente, viaggio raccontando quella nell’era post-Beatles.  

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  • ANNI  1977-1980 

    Nell’anno 1977 suonavo ancora con l’“Orchestra 2000”. A quel tempo, oltre a me, Leonardo Tumbiolo e Vito Valenti (già chitarrista dei “Dioscuri”) che aveva preso il posto di Alberto Tumbiolo al basso, c’erano i Giammarinaro al gran completo: Vito e sua moglie Tina, Nello e Mario.

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  • Un giorno Leonardo venne a proporre al gruppo, per il mese di dicembre di quell’anno, una tournèe in Tunisia. In pratica un suo cugino, proprietario di un’agenzia viaggi di Mazara, stava organizzando un tour per dei suoi clienti e aveva bisogno d’un complesso che animasse la comitiva nei giorni di soggiorno in albergo. Non mancò, naturalmente, l’entusiasmo, ma dovendo rimanere con i piedi per terra abbandonammo l’idea.

    I fratelli Giammarinaro, però, vedendo che alcuni di noi ci tenevamo a fare quell’esperienza, ci diedero l’assenso ad accettare l’offerta. Ci rassicurarono anche che ci avrebbero pensato loro per assolvere agli impegni già presi facendosi collaborare da altri amici musicisti. Leonardo trovò disponibile Salvatore Turiddu Pipitone, detto lu biciclittista per via della sua officina di riparazione di biciclette e bravissimo chitarrista di Mazara. Con lui la classica formazione a quattro fu al gran completo: io al pianoforte, Salvatore alla chitarra, Vito al basso e Leonardo alla batteria e voce.

    Per noi fu un’esperienza unica. Fra l’altro, dopo qualche giorno ch’eravamo lì, mi raggiunse anche mia moglie con mio figlio Daniele, che allora aveva appena due anni e mezzo. L’albergo che ci ospitava e in cui suonavamo tutte le sere era l’“Hotel Justinia” di Sousse (Susa), distante duecento chilometri da Tunisi, vicino a Sfax e Monastir. Conoscemmo l’allora console di Sousse, Joseph Salsedo, un pantesco che dopo tante vicissitudini, e a seguito della guerra del ’45, era andato a finire lì con la moglie, anche lei italiana con nobili origini.

    Con loro nacque un sentimento d’amicizia  e, siccome non avevano figli, s’affezionarono talmente a Daniele che spesso c’invitavano a pranzare a casa loro facendoci gustare la gustosa cucina sia pantesca sia tunisina. Impossibile dimenticare quelle due eccezionali persone oramai passate a miglior vita. Di loro mi rimane soltanto una foto scattata durante la cena del Veglione di Capodanno quando vollero, a tutti i costi, ospiti al loro tavolo, mia moglie e mio figlio. Io e i ragazzi eravamo impegnati a rallegrare la serata. Tornati a Castelvetrano, dopo un mese di soggiorno a Sousse, ricomponemmo i “2000” per come li avevamo lasciati.

    Nello stesso anno quattro volenterosi ragazzini si misero insieme per formare un complesso per soddisfare la loro esigenza di fare musica della quale erano tanto appassionati. Non possedendo niente dovettero arrangiarsi a trovare qualsiasi cosa che somigliasse, anche vagamente, a uno strumento musicale. Il batterista, a esempio, l’unica cosa che riuscì a trovare fu una batteria giocattolo acquistata nell’allora negozio di Nastasi nel Corso Vittorio Emanuele di fronte l’allora Cine Teatro Palme e, oggi, sede di una delle boutique di Pinuccia per Benetton. La batteria era stata realizzata interamente in plastica dalla ditta “Babyband”. Questo, fra l’altro, fu il nome che ritennero appropriato da dare al quartetto.

    Nessuno, allora, avrebbe immaginato che da quella embrionale formazione fossero scaturiti, in seguito, alcuni fra i più quotati musicisti castelvetranesi. I loro nomi erano: il baby-chitarrista Vito Ferrantello, il baby-tastierista Silvio Pisciotta, il baby-bassista Eugenio Adorno ed il baby-batterista Giuseppe Vinci. Il papà di Eugenio acquistò al figlio un basso marca Framus a quattro corde, ma si fece promettere che non avrebbe trascurato gli studi per la musica.

    A stimolare Vito, invece, fu lo zio Mauro Giovanbattista, chitarrista degli anni cinquanta, emigrato in Svizzera, dove ripara e costruisce chitarre di prestigio nel suo laboratorio di liuteria. Mauro era figlio d’un altro musicante, nonnu Ninu, il nonno materno di Vito. Egli suonava molto bene “lu friscalettu di canna”, da lui artigianalmente realizzato. “Lu friscalettu”, ai quei tempi, era uno strumento molto usato, anche perché era facile da costruire e adatto per suonare la musica popolare della tradizione folklorico-culturale siciliana: tarantelle e quadriglie. I musicanti d’allora, la sera, facevano deliziare con la loro musica le comunità che abitavano negli antichi bagli e nei numerosi cortili siciliani. Da ricordare che a quei tempi non era stata inventata ancora la televisione.

    Lo zio Mauro, durante una sua successiva permanenza a Castelvetrano, regalò a Vito per il suo decimo compleanno una chitarra tre quarti acustica e un opuscolo sul quale erano indicate le posizioni degli accordi musicali sulla stessa. L’anno dopo, tornato ancora una volta a Castelvetrano per trascorrervi le vacanze estive, rimase sbalordito dai progressi che Vito aveva fatto, nel frattempo, sullo strumento e in maniera assolutamente autodidattica.

    Voglio ricordare per l’ennesima volta che a quei tempi, e già con Vito siamo almeno un decennio avanti rispetto al mio, ci si doveva arrangiare da soli perché non c’erano dei veri insegnanti ai quali affidarsi con fiducia. Il tutto scaturiva da quell’innata passione che ciascuno di noi possedeva verso la musica.

    Vito, pian piano e con molta pazienza, cominciò a imparare quelle tecniche che in seguito, soprattutto dopo il diploma scolastico, sviluppò maggiormente accostandole allo studio sistematico della musica fino al conseguimento del diploma di teoria e solfeggio. Ebbe modo di studiare anche il pianoforte sotto la guida di Guido Asaro, uno dei più preparati esecutori di musica classica castelvetranesi, figlio del carissimo dottore “lu zu Cicciu Asaro”, che ci ha lasciato da poco per raggiungere praterie più verdi della palude che ci circonda. Vito Ferrantello, ancora oggi, approfondisce lo studio della musica, in particolare quella jazzistica, genere che ama moltissimo.

    Molto ambito da tanti complessi castelvetranesi e non, il gruppo con il quale alla fine suonò per molto più tempo, quasi dodici anni, fu quello dei “Magoo” di Mazara del Vallo del mio amico Salvatore Accomando. Vito rappresenta, oggi, una pietra miliare per la storia musicale di Castelvetrano, sicuro punto di riferimento per tanti artisti castelvetranesi che a lui si rivolgono per delle consulenze artistico-musicali. Possiede anche una discreta sala di registrazione, dove anch’io ho registrato alcuni dei brani che ho, poi, inserito nella mia produzione discografica. Ha fatto parte, insieme a Silvio Pisciotta, della band che mi ha accompagnato nel concerto che ho effettuato presso il “Teatro Selinus” di Castelvetrano nell’anno 2005, dedicato al “Teatro Canzone” di Giorgio Gaber.

    Per quanto riguarda Silvio Pisciotta, l’amore per la musica, molto probabilmente, gliel’ha tramandato il nonno Giacomo Favoroso, suonatore di violino. Il primo organo sul quale il piccolo Silvio, aveva soltanto undici anni, poté posare le sue candide manine fu un Farfisa a doppia tastiera sul quale cominciò a imparare i primi accordi armonici. L’organo gliel’aveva comprato il papà che assecondava la passione del figlio. Anche il signor Pisciotta, come papà Adorno, chiese in cambio al figlio la promessa che questa sua passione non interferisse negativamente con i suoi studi scolastici.

    Un aneddoto simpatico che voglio raccontare è il seguente. Due giorni dopo l’arrivo a casa del nuovo organo Farfisa il papà di Silvio invitò un amico, Zino Calamia, già competente pianista-tastierista, a visionare lo strumento per un parere. Dopo la perizia, unita a una mostruosa esecuzione musicale posta in essere dal maestro Zino, il piccolo Silvio s’intimorì. A nulla valsero i ripetuti inviti da parte del padre e di un altro parente presente a farlo suonare, “Avà, facci sentiri a Zinu ‘na canzuna di chiddi chi ‘sa fari tu. Avà, un ti vriugnari!”, Silviuzzu lu nicu si rifiutò categoricamente.

    Pressato con insistenza e psicologicamente provato Silvio, a un certo punto, scoppiò in lacrime. A quel punto il papà borbottò: “E bravu a Zinu chi fici mettiri a chianciri lu picciliddu” “Bravo Zino che ha fatto mettere a piangere il ragazzino”, naturalmente senza averne alcuna intenzione. Tutto, comunque, si risolse nel migliore dei modi, anche perché quel ragazzino, poi, diventò grande e oggi, Silvio e Zino, suonano insieme in un gruppo jazz di grande respiro musicale. In quest’ultimo gruppo Silvio suona il basso, strumento per il quale ha, oramai, abbandonato completamente le tastiere.

    Il passaggio al basso avvenne quando un altro grande musicista castelvetranese, Ciro Signorello, insieme a Vito Ferrantello, decisero di formare un gruppo per eseguire soltanto musica metal, della quale Ciro è un grandissimo esecutore e compositore. Alla batteria, in un primo momento, c’era Salvatore Orlando, futuro batterista della mitica S.P.A., poi sostituito da Gino Rizzo.

    Essendo il metal prevalentemente un genero molto duro che necessitava non tanto d’armonie da tastiera, ma di un’altra chitarra che facesse da rinforzo alla prima, si rese necessario che Silvio imparasse a suonare il basso, così d’avere Vito e Ciro alle chitarre, Salvatore alla batteria e naturalmente lui al basso.

    Gli altri membri del gruppo lo incoraggiarono moltissimo dicendogli: “Un ti preoccupari, ci semu niatri ‘ccà chi t’aiutamu a ‘nsignariti a sunari lu bassu…tantu tu cacchi cosa già cu la chitarra la sa fari. ‘Ccà c’è lu bassu e l’amplificaturi…macina” “Non ti preoccupare, ci siamo noi qui ad aiutarti ad imparare a suonare il basso, tanto tu qualche cosa con la chitarra già la sai fare. Qui c’è il basso e l’amplificatore…datti da fare”. Il basso era un Fender di colore bianco e l’amplificatore, sempre marca Fender, con cassa e testata valvolare di proprietà di Ciro.

    Grazie sia alle conoscenze armoniche acquisite sull’organo sia all’innato possesso d’un notevole orecchio musicale, Silvio sviluppò una tecnica e una velocità invidiabili. Egli fu in grado, una volta divenuto padrone dello strumento, d’affrontare qualsiasi passaggio musicale anche il più elaborato strutturalmente. Ciò gli ha permesso, nel tempo, di collocarsi fra i migliori bassisti castelvetranesi e non solo.

    Eugenio Adorno era un suo compagno di scuola, nonché un amico sincero con il quale, ancora oggi, condivide sentimenti di reciproca stima, fiducia e rispetto. Fu grazie a questo solido rapporto d’amicizia che Silvio convinse Eugenio a imparare anch’egli a suonare il basso e s’impegnò di trasmettergli tutte le conoscenze che lui, nel frattempo, aveva acquisito. “Un ti preoccupari, ‘pi comu n’inzignamu niatri, t’inzigni puru tu” “Non preoccuparti, per come abbiamo imparato noi, imparerai anche tu”.

    Eugenio, approfittando del fatto che il fratello Pino, nonché mio compare, suonava in modo egregio il basso, si fece prestare quello ch’era stato il suo primo basso e che, oramai, non utilizzava più. Su di esso Pino aveva imparato i primi rudimenti, i giri armonici e tutto ciò di utile per accompagnare i vari brani in repertorio. Inizialmente per Eugenio le quattro corde del basso furono soltanto delle corde che lui doveva picchiare. A poco a poco, però, con l’aiuto di Vito e  Silvio, cominciò a imparare a suonarle trasformandole in note musicali, perfettamente inserite nel contesto dei brani che man mano andavano provando.

    A loro si unì anche Peppe Vinci con quella mini batteria di cui abbiamo già parlato. Nel giro di pochi mesi furono in grado d’andare a suonare. Il loro battesimo musicale fu a una festa di compleanno all’interno d’un garage. In quell’occasione si esibì insieme a loro anche un altro giovanissimo batterista, Giovanni Orlando, che aveva già preso il posto di Vinci, e Piero Spadaro come ospite cantante.

    Quella primissima esperienza si rese utile dopo, quando alcuni di essi andarono a formare il complesso de “I Condor”. Esso era composto da: Eugenio Adorno al basso, Vito Ferrantello alla chitarra, Giuseppe Occhipinti alla batteria e Silvio Pisciotta alle tastiere, coadiuvato in seguito da Salvatore Giambalvo anch’egli alle tastiere. La loro prima uscita fu quando parteciparono a una manifestazione canora svoltasi presso l’ex villa Garibaldi, oggi villa “Falcone-Borsellino”.

    In quell’occasione quei cinque carmuci si classificarono primi dando inizio a una carriera che li ha visti spesso protagonisti indiscussi nell’agorà musicale castelvetranese. Ricordo benissimo quella serata e quell’esibizione che lasciò noi tutti, musicisti e non, quasi increduli per la bravura che quei ragazzini riuscirono a dimostrare. Presentarono, fra l’altro, un brano musicale che s’avvicinava molto al genere fusion, genere che non è certo alla portata di tutti i musicisti.

    La passione di Giuseppe Occhipinti per la batteria si era sviluppata già all’età di tre anni quando, utilizzando dei cucchiai di legno da cucina e dei coperchi delle pentole, faceva disperare la madre con l’assordante rumore. Quando, poi, Peppe cominciò a frequentare la scuola, il padre gli comprò una batteria giocattolo sulla quale poté dare sfogo a tutta la sua voglia di suonare. La sua prima esperienza con un vero complesso fu quando, studiando in un istituto religioso di Erice, fece amicizia con dei ragazzi che suonavano nella messa beat presso la chiesa Madre di Trapani. Il complesso si chiamava “I Diapason”. Con loro suonò anche in occasione d’alcune serate di carnevale, effettuate sempre a Erice.

    Allora aveva soltanto quattordici anni. Ritornato a Castelvetrano, entrò a far parte dei “Condor”. In quel periodo contrattarono una serata in piazza allo scaro di Selinunte, nel mese di Agosto, serata resa a totale titolo gratuito e per farsi conoscere, tale era la loro grande voglia di suonare. Non essendo, però, in possesso d’alcun mezzo di trasporto, cominciarono a fermare tutte le persone che passavano con le loro auto chiedendo loro se potevano fargli la cortesia di portare gli strumenti a Selinunte.

    Dopo vari tentativi andati a vuoto, essendosi fatto tardi e non trovando un’alma buona che si fermasse, furono costretti a impegnare un noleggiatore di moto ape tra quelli che solitamente sostavano e continuano a sostare intorno la villa di piazza San Giovanni. Ne trovarono uno disponibile a essere pagato dopo l’effettuazione della serata, anche perché aveva garantito per i ragazzi il maresciallo Adorno, padre di Eugenio. Caricate, finalmente, tutte le cianfrusaglie sulla moto ape, giunsero alfine a Selinunte sotto il sole cocente delle ore 15,00.

    Trovarono sul luogo gli orchestrali d’un altro gruppo del nord, già affermati, ai quali “I Condor” avrebbero fatto da spalla aprendo il pomeriggio musicale in occasione della Festa della Madonna. Questa si svolse in piazza “Scalo di Bruca” con giochi di società del tipo “rumputa di li pignateddi”. L’incarico di presentare la serata era stato affidato al mio amico avvocato Elio Indelicato.

    “I Condor”, sistemati quei pochi strumenti a disposizione sul palco e sprovvisti, fra l’altro, dell’impianto d’amplificazione, fecero finta di niente e cominciarono a fare tutte le prove di regolazione del tipo: “Ah…prova”, “Ssà, ssà…. regolazione microfonica”, ”Sei…sei….prova microfono”, “Test wan”, “Test wan, cyu” (traduzione letterale dei numeri one, two inglesi), bleffando un bel po’ sulla loro capacità tecnica e sulla loro esperienza musicale. Gli altri orchestrali stavano a guardare chiedendosi: “Ma questi dove vogliono andare con quella robetta?”.

    Quando “I Condor”, chiamati affettuosamente “Li Condorini”, ebbero finito, toccò al gruppo del nord scaricare le loro attrezzature: una mostruosa strumentazione completa, provvista anche di fari alogeni, macchina del fumo, nonché di tutte quelle diavolerie moderne che ancora dalle nostre parti non s’erano viste. Occuparono totalmente il vastissimo palco per almeno il 90% dell’area disponibile, dato che il restante 10% era già stato occupato dalla strumentazione dei “Condorini”.

    I “Condor” provarono profondo disagio e imbarazzo a confrontarsi con l’altro gruppo, ma non si persero d’animo e, quando fu il loro turno, suonarono lo stesso eseguendo pezzi dei Santana e dei New Trolls, almeno per quello che riuscirono a fare. Essi, invece di piazzare i due amplificatori in loro possesso, uno di Silvio e uno di Eugenio, alle loro spalle, li posizionarono davanti per sopperire alla mancanza dell’impianto vocale.

    Fece grande figura l’enorme amplificatore per organo di Silvio da 200 watt R.M.S., denominato “l’armadiu”, in quanto era alto almeno un metro e sessanta per un metro di larghezza. A esso erano collegati sia l’organo sia il microfono, gli unici strumenti che quella sera si sentirono e che coprivano, fra l’atro, gli altri. Possiamo dire, pertanto, che quell’esperienza può essere annoverata come “Silvio in concerto”.

    I pochi pescatori rimasti in piazza divertiti dalla tenerezza che dimostravano i ragazzi nella loro ingenua incompetenza, tornarono a casa storditi dal volume eccesivo, almeno per quei tempi, di quell’“armadio”. Altra nota tecnica di “sound engineering” fu la miscelazione sonora prodotta dalla connessione della chitarra e del basso in un unico amplificatore valvolare marca Steelphon, oltretutto di quarta mano. Da rilevare, inoltre, che la batteria non era stata amplificata. Essa di colore rosso tigrato era composta, oltre che da un tom, una cassa e un timpano, da un unico piatto, per giunta “manciatu” “rosicchiato”, come se avesse subito un morso. Probabilmente, in precedenza, era caduto a terra e si era rotto.

    Il confronto alla fine fra i due gruppi non ci fu, anche perché era eccessivo il divario fra essi. Ne nacque, invece, una reciproca simpatia che si tradusse in forme di genuina ilarità, poiché fra musicisti ci si capisce sempre e si sa quali sono le difficoltà che si devono affrontare per gestire un complesso, specialmente agli inizi della carriera. La serata, a ogni modo, ebbe esito positivo.

    Passo adesso al 1978. Nicola Mangiaracina decise di dare vita a un complesso formato tutto da musicisti donne che chiamò: “I Cristalli”. Vi fecero parte: Francesca Fasulo (figlia di “Tanu Piricuddu”) al sax, Clelia Clemente alla tromba, Anna Maria Prinzivalli al basso e voce, Maria Pia Cardinale alla chitarra (figlia di Giovanni alias Johnny Teschio), Caterina Russo (moglie di Ciccio trasparente alla batteria).

    Il loro esordio fu al matrimonio di Nicola e Diana Kovaceff, la cui festa ebbe luogo, dalla mattina alla sera, presso la sala ”Asso di quadri” di Castelvetrano. Nicola e Diana invitarono di mattina i parenti e la sera tutti gli amici che avevano il piacere di condividere con loro quel magico giorno di festa. C’ero anch’io e ricordo che fu una serata all’insegna della buona musica, dove si esibirono tanti amici musicisti e, naturalmente, anche gli “Asteroidi”. La sala “Asso di Quadri”, di proprietà dell’ingegnere Agate, divenne, poi, il ristorante “La Ruota”, così chiamato perché teneva una ruota di carretto siciliano posta davanti all’ingresso e, oggi, ristorante, “Golden”, con una nuova gestione dopo quella più che ventennale dei fratelli Maggio.

    Nella formazione originaria dei “Cristalli”, dopo circa un anno, entrarono a fare parte anche due maschietti: Gaspare Spanò alla batteria e Sebastiano Sino Pizzo alle tastiere. Gaspare accettò di suonare con “I Cristalli” poiché a quel tempo stava facendo il servizio militare di leva nei Vigili del Fuoco e ciò gli consentì d’avere più permessi per andare a suonare e meno giorni di naia. Il loro impresario fu il cavaliere Santo Savarino.

    Clelia, il cui maestro fu Francesco Mangiaracina (padre di Nicola), mi racconta che quando le pelli delle ance del sax (cosa che capita non di rado) s’asciugavano, specialmente nel periodo estivo, versava un litro di latte nella campana del sax e agitandolo faceva in modo che il liquido lattico andasse a inumidire le pelli asciutte. Il problema si risolveva, ma rimaneva il fatto di dover sopportare per tutta la serata il cattivo odore degli effluvi del latte che diventava acido.

    I “Cristalli” si esibirono anche in una delle serate del “Discomare” che si organizzò presso i templi di Selinunte. Fu la prima volta che noi castelvetranesi abbiamo avuto la possibilità di vedere, tutti in una volta, i più famosi big della canzone italiana. Ennio Morricone, allora direttore artistico dello spettacolo, diede credito alle ragazze e acconsentì per la loro esibizione dal vivo.

    Sempre in quell’anno, presso la chiesa dei Frati Cappuccini di Castelvetrano, i monaci pensarono di ripetere l’esperimento della “messa beat”. Si rivolsero ad alcuni ragazzi appassionati di musica che frequentavano la loro parrocchia. Chiesero loro s’erano disposti a suonare tutte le domeniche per accompagnare la Santa Messa con i canti moderni della messa-beat. In cambio promisero che avrebbero acquistato tutta la strumentazione necessaria.

    I ragazzi accettarono e da lì nacque il complesso denominato “Gruppo K”, formato da: Nino Catalano alla chitarra e voce, i fratelli Salvatore e Lillo Ficili rispettivamente all’organo e al basso e Peppe Dilluvio alla batteria. Quell’anno suonarono anche al “Royal Party” per le quattro serate di carnevale, insieme a due nuovi acquisti: Peppe Asta al basso al posto di Lillo Ficili e Francesco Silistria al sax.

    L’anno 1979 fu quello in cui lasciai l’“Orchestra 2000” in quanto avevo vinto un concorso nella Pubblica Amministrazione come amministrativo e mi trasferii a Milano, dove feci altre esperienze musicali: nyght e pianobar.

    Quell’anno le serate di carnevale le facemmo presso la sala “Moulin Rouge” di Campobello. In una di quelle serate arrivai con un po’ in ritardo. Entrando in sala, la trovai colma di persone come non mai e notai altri musicisti che stavano suonando al posto nostro. Non sapevo né cosa pensare né che giustificazione plausibile addurre per il mio ritardo. M’avvicinai con fatica al palco facendomi largo tra la folla asserragliata davanti al nuovo gruppo. Vidi, poi, i miei colleghi seduti lì vicino. Chiesi loro che cosa stesse succedendo e chi erano quelli che stavano suonando al posto nostro. “

    Come chi sono?”, disse Tina, “Non li hai riconosciuti? Sono i Matia Bazar”. “I Matia Bazar?”, domandai meravigliato. “Sì, proprio loro”, mi confermò sempre Tina. “E che ci fanno qui?”, chiesi ancora. E ancora Tina: “Niente!

    Il bassista, Aldo Stellita, (purtroppo dopo qualche anno è prematuramente deceduto), è originario di Campobello e più tardi dovranno suonare a Mazara. Stellita ha voluto accontentare i suoi parenti facendo un pezzo qui da noi prima di partire per Mazara”. Il brano che eseguirono fu quello che avevano presentato al Sanremo di quell’anno e con il quale si erano imposti, meritoriamente, al vasto pubblico: “Cavallo bianco”.

    Sentire cantare Antonella Ruggiero, con quella sua voce così celestiale, fu un’emozione veramente struggente e per tutta la serata sfottemmo Tina dicendole: “E tu sei capace di cantare come Antonella?”. Sapevamo, naturalmente, che Tina non si offendeva perché la stimavamo tantissimo, poiché anche lei era una grande cantante un po’ meno fortunata dell’Antonella. Questo, purtroppo, è quello che succede a tutti i talenti locali che rimangono in questa patria di nessuno.

    Dopo un paio di mesi partii per Milano. Il mio posto nell’orchestra fu preso da Franco Calcara che, evidentemente, aveva deciso di seguire le mie orme artistiche. Il fatto di seguirmi, fra l’altro con mio immenso piacere, non era dovuto al fatto che io potessi essere più bravo di lui, ma per il semplice fatto di essere più grande di quattro anni, quindi lo precedevo solo per una questione anagrafica. Ciò ha favorito la crescita d'un sentimento di stima e d’amicizia che, nel tempo, si è accresciuto consolidandosi, tale che la nostra amicizia è diventata, oggi, un’idilliaca fratellanza.

    A forza di seguirmi, com’era prevedibile, alla fine mi ha agganciato e, poi, sorpassato. Questo con mia profonda e sincera ammirazione per un grande amico con il quale ho condiviso tanti momenti belli della nostra vita artistica, e con il quale, ancora oggi e più di prima, mi fregio essere l’amico più fedele e vicino, almeno nel comparto musicale, arrivando a definirci “fratelli”.

    In quel periodo la tanta rimaneggiata formazione dei “2000”, oltre a Franco al pianoforte, era così composta: Vito Giammarinaro, capo orchestra storico e sempre presente alla chitarra, sua moglie Tina Di Maio voce solista, il fratello Nello Giammarinaro alla tromba, Vito Ingrasciotta lu francisi alla batteria e Vito Valenti cachì al basso.

    Una sera, al ritorno da un matrimonio a Salemi e alla fine d’una ripida discesa, sono stati investiti da un’auto il cui tremendo urto causò loro ematomi e distorsioni varie. Allora viaggiavano col furgone Ford Transit che avevamo comprato nuovo, qualche anno prima, mentre c’ero io. Quando andavamo a suonare vi ci sistemavamo tutti, musicisti con strumenti al seguito. Con l’urto la griglia che separava i due ambienti, quello dei passeggeri e quello per il carico, cedette e buona parte degli strumenti andarono a finire sugli occupanti il sedile posteriore del furgone, tra cui Franco Calcara.

    L’investitore scese subito dalla sua auto preoccupandosi se c’erano stati dei feriti. Costatato che, per fortuna, non erano successi danni gravi alle persone, invitò i ragazzi alla sua vicina macelleria per prendere del ghiaccio da mettere sui bernoccoli. Quando, però, giunsero sul luogo e l’investitore aprì la cella frigorifera per prendere il ghiaccio, Franco preferì rifilare qualche mezzo metro di salsiccia, lì appesa, che farsi curare la botta in testa. Un’esperienza, sicuramente unica, per il nostro furbo Franco.

    Lo stesso, nell’anno 1981, partecipò al 1° Festival Jazz svoltosi a Selinunte. In quell’occasione ebbe l’immenso piacere professionale di suonare niente po’ po’ di meno che (alla Mario Riva), con il grande Nicola Arigliano. Il suo nome d’arte divenne da allora Ciccy Calcara. Visto che al pianoforte accompagnava il maestro Renato Sellani, Ciccy  suonò il basso. Alla batteria c’era il nostro indimenticabile Lilly Rosolia. Da quell’incredibile esperienza Ciccy cominciò a coltivare maggiormente la passione per la musica in generale e per il jazz in particolare.

    Dopo alcuni anni d’intenso studio, infatti, ha prodotto, nell’anno 2003, il suo primo CD dal titolo “The jazz and the sea”. A questo ne seguì un altro “Jazz in the world” realizzato nell’anno 2004 dove, oltre a lui al pianoforte, hanno partecipato Claudio Forti alla batteria e Paolo De Vita al basso. Oggi, Ciccy Calcara trasferitosi, nel frattempo, a Marsala dove vive, rappresenta uno dei più rappresentativi musicisti del quale la nostra bella Castelvetrano va orgogliosa, molto noto in tutta la provincia di Trapani e non solo.

    Nello stesso anno il nostro bravissimo Mimmo Accardo, tornato da Milano dopo le esperienze fatte nel ramo cabarettistico, decise di formare una “Dixieland band” e così la chiamò. Ne fecero parte: Mimmo al banjo, Renato Garifo che dalla chitarra degli “Idea 2000” passò al basso per esigenze musicali, Paolo Ingrasciotta al trombone, Gaspare Aggiato al sax, Marcello Romeo al piano, Angelo Mazzotta alla tromba e tutta una ridda di batterista che si alternavano uno dietro l’altro, da Gaspare Galfano a Michel Giacalone proprietario di “Triscina Mare”, da Vito Ingrasciotta “lu francisi” a Lilly Rosolia. Il gruppo continuò a esibirsi fino al 1983. Dovette, poi, sciogliersi poiché la gente non era sufficientemente matura per capire il genere musicale che loro proponevano.

    L’anno 1980 vide i “Condor” coronare due grandi sogni: la partecipazione nei palchi di due piazze, rispettivamente Castelvetrano e Poggioreale, per le cosiddette “Feste patronali” dedicate, cioè, al santo patrono. Loro, nel frattempo, erano cresciuti sia in età sia in capacità e competenze musicali ed erano in grado, oramai, d’affrontare qualsiasi tipo di festa. In quella di Poggioreale, in particolare, furono acclamati esageratamente come se fossero stati “…a tipu li bitols!” “….tipo i Batles”. Da evidenziare che in quel paese sperduto tra le montagne, l’“arrivu di li cantanti” era considerato un evento straordinario.

    “I Condor” successivamente si divisero e, cambiando qualche elemento tra cui Silvio Pisciotta che non poté più continuare perché le esigenze di studio liceale prima, e universitario poi, non glielo permisero, formarono il nuovo complesso de “La Controfigura”. Esso era composto da: Eugenio Adorno al basso, Vito Ferrantello alla chitarra, Vincenzo Trapani alle tastiere e piano Rhodes, Giovanni Orlando alla batteria, Filippo Aggiato al sax e clarinetto con Nicola Giardina (di Campobello) voce solista.

    Formazione che durò fino al 1987 e che, nel corso degli anni, subì ulteriori trasformazioni tipo: Peppe Leone, tastierista di Campobello, subentrato a Vincenzo Trapani e Vito Ferrantello sostituito da Maurizio Filardo. Di Maurizio, considerata la sua successiva incredibile ascesa e conseguente carriera artistica, mi riprometto di parlare più dettagliatamente in un prossimo articolo a lui interamente dedicato.

    Nel 1986 entrò nel gruppo anche Gaspare Pompei, come voce solista. Come impresario si rivolsero a Nino Battaglia che di mestiere faceva il barbiere, morto per un infarto un po’ d’anni addietro. I ragazzi, affettuosamente, lo chiamavano “lu varveri”. Lo ricordo, buon amico, con quel suo sorriso spontaneo e quel suo carattere allegro. Aveva l’abitudine di raccontare spesso delle barzellette e si divertiva a storpiare apposta le parole.

    Un giorno informò i ragazzi che c’era la possibilità di fare un “moplen” e i ragazzi dovettero faticare un bel po’ per capire che, in effetti, avrebbe dovuto dire un “long playing”. Con le sue battute faceva ridere tutti creando un clima sereno e armonicamente unito.

    Una sera d’estate i ragazzi della “Controfigura” furono impegnati per una serata a Triscina presso la discoteca “Champ ‘80”. Essi dovevano suonare insieme a un gruppo folcloristico marsalese. La discoteca si riempì ben presto di tanti ragazzi giovani, accorsi per ascoltare il nuovo gruppo che proponeva dei brani prevalentemente di musica rock. Quando la “Controfigura” cominciò a suonare, infatti, fu accolta con molto entusiasmo da parte dei ragazzi che partecipavano attivamente alle loro performance rockettistiche.

    Quando, però, toccò esibirsi al gruppo folclorico il cui repertorio, chiaramente poco adatto per l’occasione, non suscitò l’entusiasmo d’una utenza composta prevalentemente da giovani, iniziarono dei veri e propri atti di pirateria vandalica. In pratica, alcuni ragazzi fra i più temerari riuscirono a procurarsi alcune casse di pomodori abbastanza maturi con i quali, nascosti dietro il muro di recinzione della discoteca, organizzarono un tiro al bersaglio contro i malcapitati componenti del gruppo folcloristico. Alla fine, essi, furono costretti a interrompere il loro spettacolo scappando per evitare il peggio.

    Da ricordare l’impegno profuso da Giovanni Orlando nel caricare i pezzi della sua batteria su una Vespa ’50, diventata ancora più mitica dopo l’omonimo brano dei “Luna Pop”, ogni volta che si cambiava posto per le prove. In pratica riusciva, in soli due viaggi, a caricare in maniera molto sistematica tutto l’armamentario di cui è composta una batteria, fra l’altro completa di tutto.

    Il gruppo de “La controfigura” continuò il suo percorso musicale con altre temporanee sostituzioni e integrazioni quali, per esempio, il reingresso di Silvio alle tastiere, almeno quando aveva del tempo a disposizione, o di Peppe Prinzivalli, anch’egli alle tastiere, con Leo Santacroce alla batteria. Come pure Vito Bua alle tastiere insieme a Silvio e con Maurizio Filardo alla chitarra. In quel periodo essi effettuavano le loro prove nella casa di campagna di Vito Bua, ma spesso più che provare preferivano pensare per la pancia. La mamma di Vito, infatti, preparava per loro una calda, odorosa e saporita pizza che solo le abili mani delle nostre care mamme sapevano fare. A quei tempi tutto era genuino, bastava poco per divertirsi, anche se se ne combinavano di tutti i colori.

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    Effeviauto P1 dal 21 maggio 2024