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Quando "Lu zu Giuvanninu" andava a piedi da Campobello a Castelvetrano per le orazioni per i defunti

del 2014-07-14

Immagine articolo: Quando "Lu zu Giuvanninu" andava a piedi da Campobello a Castelvetrano per le orazioni per i defunti

Prima dell’ultimo conflitto mondiale, tra gli anni ’30 e ’40, tutti quelli che sapevano suonare la chitarra, il mandolino o la fisarmonica si univano in duo o in trio per andare ad allietare le feste paesane. La musica che suonavano per fare divertire la gente era quella cosiddetta liscio: tango, valzer, mazurka e tarantella. Fra un ballo e l’altro era offerta loro: calia, simenza e favi caliati.

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  • Si suonava spesso anche nelle feste in famiglia, specialmente in occasione di matrimoni che si festeggiavano in casa. S’invitavano soltanto i parenti ai quali era offerto del rosolio, cunfetti e dolci di riposto: tetù, muscardini e taralli. Solo dopo la guerra arrivò anche la Torta Nuziale.

    In quel periodo i matrimoni erano di prima, seconda e terza categoria. Alla prima appartenevano i ceti medi, mentre alla seconda quelli più o meno poveri o di mezza scaccia. Questa locuzione l’avevano coniata gli stessi musicanti i quali ritenevano talmente incompetente il loro pubblico che a volte suonavano stonando le note apposta, tanto nessuno se n’accorgeva continuando a ballare senza obiettare né fare appunti di alcun genere.Spesso, addirittura, si congratulavano con loro per l’ottima musica. Alla terza categoria appartenevano le classi meno abbienti o di mala cunnutta.

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  • Ai musicanti di allora toccava andare a suonare anche nei postriboli, le case chiuse o di tolleranza, i luoghi del piacere a pagamento, insomma i bordelli con le loro maitresse e le meretrici di turno (fu la Legge n. 75 del 1958, proposta e fortemente voluta dalla senatrice socialista Lina Merlin, che ne decretò la chiusura).

    Uno dei gruppi che solevano suonare in questi posti era quello formato da: Nino Guarino alla fisarmonica, Giacomino Mengiassi alla batteria e Giovanni Fasulo (inteso Piricuddu) alla chitarra. La sera del 4 luglio 1950 essi prestavano la loro opera presso una tenutaria molto nota a Castelvetrano, Maria detta La pazza.

    Quella sera fra gli astanti c’era un giovanotto di bell’aspetto e di carattere gioviale che li aiutò con delle barzellette un po’ piccanti a intrattenere le gentili signorine e i loro clienti. Improvvisò qualcosa anche alla fisarmonica, strumento che suonava discretamente. S’intrattenne, poi, privatamente con una delle cortigiane e quando ebbe finito salutò i suoi colleghi musicanti di una sera promettendo loro che si sarebbero rivisti presto, ma non fu così. L’indomani mattina, era l’alba del 5 luglio 1950, lo trovarono cadavere nel cortile Di Maria di via Mannone: si trattava di Salvatore Giuliano il più grande bandito del dopoguerra.

    Altre orchestrine che si componevano in quel periodo erano quelle formate esclusivamente dagli ottoni: tromba e clarinetto, basso, corno e trombone cantabile. Fra gli altri musicanti che aiutavano a rendere più ameno l’ambiente castelvetranese ricordiamo Don Pippinu Ricupa, detto l’orvu, il cieco. Egli col suo violino suonava ‘ncasa ‘ncasa nei nove giorni della Ninnaredda, la novena di Natale, ricevendone in cambio qualche dolcetto casereccio. L’ultimo giorno della Ninnaredda capitava che si radunassero delle donne attorno a lui all’interno dei tanti cortili castelvetranesi.

    Le signore invitavano Don Pippinu a suonare per loro una bella mazurka. Egli non se lo faceva ripetere due volte, però richiedeva che lo accompagnassero con la voce a tempo. In pratica dovevano intonare quel particolare motivetto che fa: ‘nzumpàmpà,  ‘nzumpàmpà. Così, mentre le signore facevano il ritmo con la bocca, Don Pippinu le dilettava con le dolci note del suo inseparabile violino. Lo accompagnava anche il figlio che creava un po’ di ritmo con lo ‘ncincirincin, il cerchietto.

    Un altro musicante, cieco anche lui, era Nicola Catalanotto "l’orvu". Suonava la chitarra nei saloni da barba per qualche spicciolo che raccoglieva facendo il giro col classico piattino. Egli riusciva, senza l’aiuto di un cane guida, utilizzando soltanto un bastone e facendosi trasportare dal suo sesto senso, a indovinare tutti gli usci dei saloni da barba di Castelvetrano. La sera, poi, si recava in tutti e quattro i lupanari autorizzati, dove intratteneva i clienti che aspettavano il loro turno di un’ora d’amore, cantando e accompagnandosi con la sua indispensabile chitarra.

    Infine c’era Lu zu Giuvanninu, guarda caso cieco anche lui, originario della vicina Campobello. Egli veniva tutti i giorni a piedi a Castelvetrano, col suo violino, per suonare le orazioni ‘ncasa ‘ncasa in commemorazione dei defunti.

    Un altro personaggio della Castelvetrano folclorico-musicale è “lu tammurinaru”. Il primo che possiamo ricordare, molto bravo a suonare il tamburo, fu Mario Pompei detto “Mariddu lu tammurinaru”. A lui, con le sue tammurinate e le vigorose abbanniate, ci si rivolgeva a esempio nei casi di furto o smarrimento di animali (“lu sceccu” o “la crapa” - l’asino o la pecora). Mariddu cominciava a girare in lungo e in largo per le strade di Castelvetrano e, dopo una sonora tammurinata, abbanniava: “Va datici lu sceccu” o “Va datici la crapa a cu l’ha truvatu”.

    Un altro caso in cui si rendeva necessaria la presenza e l’opera di Pompei era quando un allevatore scannava una mucca. Mariddu, girando per le strade e soffermandosi maggiormente ai quadrivi, abbanniava: “Va manciativi la carni di vitedda a lu mircatu di li pisci”. Questa era una carne di bassa macellazione, cioè o da animale non più produttivo o perché morto per cause le più diverse. Se, poi, come spesso accadeva, si smarriva un bambino Mariddu abbanniava: “A cu ha truvatu un picciliddu, va daticcillu”. Con Mario Pompei collaboravano anche il fratello Calcedonio e, in seguito, il figlio Giovanni, oggi tutti deceduti.

    Un altro notissimo “tammurinaru” è stato Francesco Cicciu Misuraca. Egli aveva imparato a suonare il tamburo alla “calatafimara”. Il sistema l’aveva appreso da un maestro di tamburo proveniente, per l’appunto, da Calatafimi. I vari comitati organizzatori delle feste paesane lo impegnavano proprio per la sua bravura e per come rullava le bacchette sulla pelle del tamburo producendo ritmi incessanti.  “Lu zu Cicciu” Misuraca con tutta la sua famiglia riceveva anche l’incarico, da parte sia del comune sia delle varie associazioni, d’organizzare a Castelvetrano i giochi pirotecnici, “li jochi di focu”.

    Non possiamo dimenticare, poi, Filippo Pellicane che annunciava, col suo battere cadenzato e incisivo sul tamburo, le processioni, nonché tutte le manifestazioni più importanti. L’ultimo “tammurinaru” che è rimasto in attività è Vincenzo Di Gregorio, meglio noto come “lu pignaru”. Questo perché il padre, quando andava a raccogliere “li pigna” in campagna, era solito infornarli per farli aprire dopo che aveva sfornato il pane caldo dal forno a legna. In seguito si sistemava “a la chiazza”, in piazza, e vendeva le pigne intere o soltanto i semi: “un cuppiteddu deci centesimi”.

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