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Ricordando i “Magma”, i “Duemila” e l'amico Ludovico Leister ancora oggi tra musica e circo

del 2014-11-10

Dopo avere raccontato la storia dei complessi castelvetranesi nell’era pre-Beatles e nell’era Beatles, non ci rimane che avviarci verso la fine di questo lungo, ma credo interessante e coinvolgente, viaggio raccontando quella nell’era post-Beatles.

  • Fratelli Clemente Febbraio 2023 a7
  • ANNI 1981-1984

    Nell’anno 1981 terminò la bellissima avventura degli “Asteroidi”, gruppo che lasciò un segno indelebile nella storia dei complessi a Castelvetrano. Nicola Mangiaracina, nel frattempo, formò un nuovo complesso che chiamò “Magma”. Con lui c’erano: Mario Giammarinaro alla batteria, Vincenzo Lo Porto al basso, Vito Ferrantello alla chitarra e Pietro Masaracchio al sax.

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  • Il nome “Magma” fu scelto poiché il gruppo era formato da un amalgama di musicisti provenienti da esperienze diverse. Iniziò, intanto, la collaborazione con il nostro bravissimo compositore Vito Signorello, primario di ginecologia all’Ospedale “Vittorio Emanuele” di Castelvetrano, nelle cui mani sono nati tantissimi bambini tra cui i miei due figli Daniele e Desirée.

    Oggi il dottore Signorello si gode la tanto meritata pensione e dedica tutto il suo tempo libero alla composizione e al volontariato. Lo stesso, nell’anno che sto trattando, affidò alle cure di Nicola e del suo nuovo gruppo una sua canzone: “Piccole emozioni”.

    Fu realizzato un 45 giri prodotto e registrato a Catania presso la sala d’incisione “La Ciminiera” di Gianni Bella. Al basso c’era mio compare Pino Adorno in sostituzione di Vincenzo Lo Porto che in quel periodo aveva preso altri impegni. Il lato B del disco conteneva un altro brano composto sempre da Vito Signorello, “Ma che bella compagnia”. Il disco non ebbe un grande successo, almeno a livello nazionale, ma sul ritornello della canzone “Piccole emozioni” si creò un caso.

    Dopo tre anni dalla sua uscita, Stefano Palatresi, bravo cantante swing nipote di Renzo Arbore, si presentò al Festival di Sanremo del 1984 con una canzone targata Arbore/Mattone dal titolo, “Una carezza d’aiuto”. Con questo brano Palatresi risultò secondo nella classifica dei primi tre vincitori di quel Sanremo. Vito, quando ascoltò il brano in diretta TV, rimase esterrefatto: il ritornello di quel brano, almeno nella parte melodica, era identico a quello della sua “Piccole emozioni”.

    Egli si meravigliò moltissimo di questo fatto e si chiese come mai un grande compositore come Mattone avesse potuto, in qualche modo, plagiare un motivo già composto da un altro autore. Quando riuscì a mettersi in contatto con lui, egli si dimostrò disponibile a riceverlo a casa sua.

    Quando Mattone ascoltò “Piccole emozioni” diede atto a Vito della palese somiglianza fra i due ritornelli. Gli chiese scusa dichiarando che sicuramente si era trattato d’una eccezionale casualità, visto che quello stesso ritornello aveva una struttura armonica e melodica facilmente imitabile, data proprio la sua estrema orecchiabilità. Vito, però, non fu molto convinto di questa giustificazione.

    Un paio d’anni prima, infatti, aveva inviato al maestro Franco Bracardi, pianista del “Maurizio Costanzo Show” e oggi deceduto, una musicassetta con inciso il brano in questione. Bracardi, dopo averla ascoltata, si complimentò con Vito dicendogli che aveva giudicato la sua canzone molto interessante apprezzandone, in particolar modo, il refrain. Si può facilmente intuire ch’egli in un secondo momento possa averla fatta ascoltare all'amico Mattone, possibilmente senza informarlo che quel brano era già stato depositato.

    Cosa vieta pensare, a questo punto, che Mattone possa avere costruito una nuova canzone lavorando sul quel ritornello di facile presa in chi lo ascoltava. Operazione commercialmente molto produttiva, ma artisticamente poco professionale. Oltretutto, già nell’anno 1981, il reato di plagio era stato giudicato costituzionalmente illegittimo con la conseguente cancellazione dell’articolo 603 del Codice Penale che disciplinava questa materia.

    Si può ben pensare che Mattone può avere approfittato di questo fatto per compiere quell’azione di pirateria discografica. Si mise, comunque, a disposizione di Vito Signorello per riparare all’involontario incidente artistico. Vito gli chiese solamente di prestare un po’ d’attenzione alla sua produzione nella speranza di poter fare qualcosa insieme.

    Ne nacque una discreta amicizia che non portò, però, a niente di concreto. Vito, comunque, continuò a comporre e la sua ostinazione fu premiata quando, più avanti, portò il nostro bravissimo Peppe Clemente a vincere il Cantagiro. Mi riservo di parlare di questa bellissima esperienza di Vito e Peppe in un prossimo articolo a loro interamente dedicato.

    Il gruppo dei “Magma”, dopo l'esperienza del disco, fu rimaneggiato più volte. Ne fecero parte in momenti diversi: il batterista Gino Rizzo, il sassofonista Filippo Mezzapelle, il tastierista Marcello Romeo, momentaneamente prestato dalla “S.p.A.”. A essi si aggiunsero altri due bravi musicisti provenienti da Mazara: il sassofonista Gaspare Messina e il percussionista Paolo Architetto. Fu Gino che li volle portare in seno al gruppo poiché, secondo lui, avrebbero garantito un sicuro e concreto apporto musicale come, poi, effettivamente avvenne.

    I “Magma” si fecero molto apprezzare negli ambienti musicali locali e non solo per la loro corposità strutturale, ma anche per l’abilità tecnica e d’improvvisazione solistica che ciascuno di essi era in grado d’offrire. Se non sono riusciti ad arrivare al grande successo è solo e sempre per il solito motivo: siamo del sud.

    Sempre nell'anno 1981 giunse a Castelvetrano un grande musicista proveniente dal fantastico mondo del circo, Ludovico Leister. Nato a Beirut, ma di padre tedesco, dopo avere girato per mezza Europa lasciò il fantastico mondo del circo per entrare in un altro mondo meraviglioso che è quello del ”Luna Park” con la gestione di una sala giochi mobile.

    Poiché la figlia Susy si era, nel frattempo, sposata col comandante della locale stazione dei Vigili Urbani, dottor Paolo Natale, che ha anche ricoperto il prestigioso incarico di Dirigente del nostro comune, Ludovico pensò bene di sistemarsi anch’egli nella nostra città. Da grande appassionato di musica è in grado di suonare molto bene diversi strumenti: dalla fisarmonica alla batteria, dal piano al sassofono.

    A introdurlo nel mondo dei musicisti castelvetranesi fu un vecchio amico, Tanuzzu Indelicato in arte “Napoleone”, proveniente anch’egli dal mondo circense dove vi suonò per quasi tutta la sua vita artistica per, poi, ritirarsi nel nostro paese.

    Dopo poco tempo Tanuzzu e Ludovico  pensarono di formare un nuovo complesso al quale, però, non diedero un nome poiché quando andavano a suonare lo facevano soltanto per il gusto di farlo. Esso risultò formato da: Ludovico alla fisarmonica, Massimo Trapani alla batteria, Gino Sciortino alle tastiere, Nino Nastasi al basso e Tanuzzu Indelicato alle percussioni.

    Oggi Ludovico, dopo la grave perdita dell’amata moglie, grande soubrette del circo, dedica il suo tempo libero a fare divertire, travestendosi da clown, i ragazzini che vanno a festeggiare i loro compleanni nel tendone-ludoteca di proprietà della figlia Linda e del di lei marito Carlos Alberto Gonzales, tutti provenienti dal mondo del circo. Il tendone è sistemato in bella vista nella via Marinella, di fronte a quell’Istituto Alberghiero presso il quale ho prestato servizio sin dal primo giorno della sua apertura.

    Vorrei dedicare adesso uno spazio, certo di rimanere nel tema musicale, ad alcuni fra i più noti particolari strumenti che sono utilizzati dai clown nel circo, apparentemente musicisti improvvisati, ma nella realtà eccezionali esecutori. Questo per ringraziare Ludovico che me ne ha parlato diffusamente, ma anche perché mi sembrano notizie che dovrebbero suscitare interesse nel lettore.

    Questi strumenti sono: Il “Flut”. E’ uno strumento fatto da un cilindro di legno di ebano lungo cm. 25 con uno stantuffo di ferro che scorre all’interno. Il tirare e lo spingere dello stantuffo fa in modo che l’aria che è spinta all’interno soffiando dall’estremità opposta attraverso un bocchino, sia espulsa in maniera tale da provocare dei sibili più o meno acuti che, modulati opportunamente, emettono dei suoni con i quali si possono comporre melodie. Il suono somiglia molto al fischio. Strumento originale inglese usato molto dagli scozzesi, accoppiato alla cornamusa. Oggi solo pochissimi suonano questo fantastico strumento relegato a un ruolo subalterno e, in ogni caso, grazie alla bravura dei clown musicisti del circo.

    La “Concertina”. Fa parte della grande famiglia delle fisarmoniche, ma molto più piccola. Si suona con tutte e due le mani usando le quattro dita della mano, senza il pollice che serve per trattenere, sui bottoni, tipo quelli della fisarmonica cromata, e aprendo e chiudendo il piccolo mantice posto al centro fra le due piccole tastiere. Il “Pallone”. E’ un normale pallone, più o meno grosso, che dopo averlo ben gonfiato si fa svuotare l'aria facendola uscire tenendo stretto il beccuccio del pallone. Sta all’abilità del musicista dirigere l'aria così compressa da formare note musicali. I palloni in modo naturale possono suonare in determinate tonalità: SOL maggiore, DO maggiore, RE maggiore. Si preferiscono i palloni indiani perché sono più resistenti e più intonati rispetto ai nostri e per questo tipo di singolare strumento.

    La “Sega”. E’ una comunissima sega, preferibilmente d’acciaio e di buona qualità. Si suona facendo scorrere il classico archetto da violino sulla parte non dentellata della stessa. L'abilità del musicista sta nel flettere o arcuare la lama secondo le note che si vogliono suonare. Il suono è magico, tipo il vento del deserto solo sulle note acute.

    Le “Campanelle”. Sono di diversa misura, una per ogni nota del pentagramma. Anche qui il musicista sa quale fare tentennare opportunamente e in sequenza per produrre un brano musicale.

    I “Bicchieri”. Debbono essere rigorosamente di cristallo, tipo coppe di champagne. Si riempiono d’acqua tanto quanto per riprodurre ognuno una nota diversa. Per farli suonare il clown musicista e fantasista o chi per lui deve bagnare l’estremità del dito medio della mano destra e farlo scorrere sul bordo dei bicchieri cambiando coppa a seconda della nota che si vuole intonare, La giusta sequenza darà il motivo musicale.

    Le “Pompette”. Sono quelle utilizzate per fare i clisteri. All’interno di ogni pompetta al posto del beccuccio è inserita una linguetta per ogni nota musicale. Basta premere la pompetta e l’aria, attraversando la linguetta produce il suono di quella nota. La giusta sequenza da il motivo che si desidera suonare.

    La “Pompa”. E’ la classica pompa per gonfiare le ruote delle biciclette. Non quella moderna, bensì quella all’antica con lo stantuffo a braccia e un tubo di gomma lungo. Si suona in due. Uno deve stantuffare, l’altro il vero musicista, tenendo un dito all’estremità del tubo di gomma e facendo uscire l’aria in maniera da regolare le note musicali.

    Sempre nello stesso anno 1991 Mario Giammarinaro, rientrato a Castelvetrano dopo un trasferimento da Alessandria in provincia di Trapani, riprese il suo posto nell’“Orchestra 2000”. Vituzzu lu francisi dovette lasciare, a malincuore, il gruppo e andò a suonare con altri complessi. La formazione dei “Duemila” per quell’anno fu: il sempre presente capo orchestra Vito Giammarinaro, i fratelli Mario e Nello, la moglie Tina, Vito Cachì e Ciccy Calcara.

    Un giorno, durante un matrimonio al “Royal Party”, s’avvicinò all’orchestra Giovanni Cirabisi, meglio noto come “Pacchiteddu”, che oggi non è più con noi poiché è passato a miglior vita.

    Il curioso nomignolo glielo aveva involontariamente attribuito mio zio Salvatore Leonardi, “lu zu Turiddu”, gestore dell’allora impianto di rifornimento “Total”, di fronte all’allora “Jolly Hotel” di Castelvetrano, dove Giovanni lavorava da ragazzo. Siccome Vannuzzu era ben paffuto, mio zio un giorno lo chiamò dicendogli: “Pacchiteddu, veni ‘ccà”. Fu così che d’allora questo simpatico soprannome gli rimase fino ai giorni nostri.

    Giovanni, diventato in seguito proprietario d'un noto ristorante di Lazise, sul lago di Garda, propose a tutta l’orchestra un contratto di lavoro nel suo locale “Da Giovanni” per un’intera stagione. I “2000” avrebbero accettato ben volentieri, ma non potevano lasciare in asso una clientela affezionata con degli impegni già presi per quel periodo.

    L’unico che volle accettare l’offerta, a qualsiasi costo, fu Franco Calcara consapevole che un’occasione del genere non si sarebbe ripresentata, forse, mai più. Franco venne a cercarmi e mi mise la pulce all’orecchio. Io ero tornato da Milano da poco tempo e, avendo perso sia il posto nell’orchestra sia il giro di lavoro, ero discretamente disponibile.

    Lu ‘zu Giuvanninu pacchiteddu aveva detto a Franco che anche un trio poteva andare bene. Mettendosi, quindi, Franco al basso, che lo suonava bene oltre al pianoforte e trovando un batterista disponibile, la cosa poteva essere anche fattibile. Pensai subito a mio compare Renato Adorno che allora lavorava all’I.M.A.M., famosa fabbrica castelvetranese di marmitte, oramai chiusa da un bel po' di tempo. Quando gliene parlammo, egli dimostrò grande entusiasmo ed interesse per la proposta di lu zu Giuvanninu, che conosceva.

    Cominciammo subito a provare un repertorio che andasse bene per quei posti in cui la maggior parte dei clienti era formata da tedeschi e, in ogni caso, da turisti stranieri. Serviva, in pratica, un repertorio internazionale. A fianco di questo repertorio curammo anche quello folcloristico della terra nostra.

    Questo perché una richiesta che ci fece, allora, lu zu Giuvanninu, fu quella di suonare vestiti in costume prettamente siciliano con pantaloni neri alla zuava e jumma rossi, calzettoni e camicia bianchi con fazzoletto rosso al collo e fascia addominale, sempre rossa, che pendeva da una parte.

    Durante il corso d’ogni serata dovevamo lasciare gli strumenti tradizionali, pianoforte, basso e batteria, ed eseguire dei canti folcloristici girando per i tavoli con la fisarmonica (Franco), la chitarra (io) e il cin ci rin ci o tamburello (Renato). Questi dovette imparare a suonare anche la “lancedda” gettandola per aria per, poi, riprenderla soffiandovi dentro a ritmo di musica producendo un suono che avrebbe dovuto sostituire il basso, per com’è nella tradizione siciliana.

    Dopo un paio di mesi arrivammo a Lazise, dove facemmo l’esperienza più bella della nostra vita sia artistica sia musicale. Il 10 giugno di quell’anno il proprietario si avvicinò al palco e ci disse che per quella sera potevamo anche smettere di suonare. Questo perché alla televisione avevano dato la notizia d’un bambino di appena sei anni ch’era caduto in un pozzo artesiano: si chiamava Alfredo Rampi.

    Spegnemmo, quindi, tutti gli strumenti e ci siamo incollati alla televisione come quasi tutti gl’italiani d’altronde. Mezzo mondo seguì quei tragici fatti. Assistemmo allibiti, quella tragica e indimenticabile notte, all’inutilità dei mezzi di salvataggio, al coraggio di Angelo Licheri, un volontario di origine sarda che rischiò la vita per cercare di salvare quella di Alfredino, all’umanità dell’allora nostro Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, malgrado la sua veneranda età, rimase lì immobile tutta la notte a pregare che qualcuno salvasse quel bambino. Dopo 62 ore il suo corpo, oramai spento, fu estratto dopo inutili e vani tentativi di salvarlo. Alfredino lasciò in quel maledetto pozzo la sua giovinezza, la sua voglia di vivere, di giocare, d’amare, davanti al mondo che ha potuto solamente costatare tutta la sua impotenza di fronte all’imponderabile.

    Un pomeriggio venne a trovarci a Lazise il nostro amico Mimmo Accardo. Il motivo della sua visita fu per il fatto che, avendo sciolto il suo trio dei “Naufraghi”, aveva bisogno di Ciccy che lo affiancasse in una scena del film “Dancing Paradise” di Pupi Avati. Ciccy accettò ben volentieri e noi fummo molto contenti per lui, magari con un pizzico di buona e sana invidia che non guasta mai. 

    Mimmo compose per l’occasione il brano “A luci blu” che cantò accompagnandosi al banjo, mentre Ciccy suonava la fisarmonica e la moglie del compianto maestro Claudio Abbado, la bellissima Viktoria Mullova, il violino. Ricordo la scena di loro tre che suonavano accovacciati su un letto matrimoniale in stile novecento.

    L'anno successivo, il 1982, ritornai a suonare a Lazise, però da solo e soltanto per il mese di giugno. Per luglio e agosto mi sostituì il mio amico Nicola Mangiaracina. Facevo il pianista di pianobar e, volendo cambiare repertorio almeno settimanalmente, fui costretto a imparare tanto di quei brani che alla fine possedevo un repertorio vastissimo. Da allora alcuni miei colleghi mi hanno definito l’enciclopedico, musicalmente parlando.

    Tornando da Lazise ebbi l’opportunità di rientrare nel gruppo “Duemila”, poiché il mio amico Franco Calcara aveva vinto un concorso presso l’Anas di Torino. Lo stesso anno ho pensato d’iscrivermi alla S.I.A.E. Per me era un’impresa certo non facile, perché non avevo mai studiato solfeggio, se non quel po’ che si studia alla scuola media.

    In pratica per superare gli esami d’ammissione alla S.I.A.E., dovendo effettuare un esame di composizione, dovevo per forza conoscere il solfeggio. Il mio carattere impulsivo, ardimentoso e impavido m’indusse, però, a presentare ugualmente la domanda nella speranza che qualche santo da lassù mi avesse potuto aiutare.

    Non sto qui a raccontare tutti i particolari di quell’incredibile esperienza, ma dopo due anni, quando avevo perso oramai ogni speranza d’essere stato ammesso, un bel giorno arrivò un assegno a mio nome da parte del “Banco di Roma” con la stratosferica cifra, almeno per quel tempo, di 4.469.833 lire per proventi S.I.A.E. maturati nel periodo 1982-1984. Quei soldi erano qualcosa come circa 15.000 euro di oggi, c’era proprio da svenire, oh no?

    Mi sembrò la manna piovuta dal cielo che m’aiutò moltissimo nel pagamento della casa che avevo acquistato da poco. Da allora, puntualmente ogni sei mesi, la S.I.A.E. ha erogato a mio favore una somma di un po’ inferiore alla prima, ma ugualmente consistente che premiò quella mia impossibile sfida. Racconto questo episodio di vita vissuta per dire ai giovani che stanno leggendo queste pagine di storia che non bisogna mai darsi per vinti, non ci si deve arrendere mai e si deve avere sempre il coraggio di sfidare la qualunque se si vuole essere vincitori nella vita di tutti i giorni.

    Nell’anno 1983, Giuseppe Peppe Occhipinti mise su un nuovo complesso che fu chiamato “Modulor”. Oltre a lui alla batteria vi fecero parte: Salvatore Catalano al basso, Diego Leggio alle chitarre, Sandro Palazzo alle tastiere e Ciccio Tortorici al sax. Quest’ultimo in quel periodo era compagno di classe di Giuseppe Peppe Clemente all’“Istituto per Geometri” di Campobello e, avendo notato che nelle ore di pausa Peppe dava sfogo alla sua squillante voce, gli propose di provare con il suo gruppo ch’era alla ricerca d’un cantante. Bastò una piccola prova e Peppe fu accolto con grandissimo entusiasmo fra i ragazzi dei “Modulor”.

    L’anno successivo entrò con loro anche Massimo Sciortino alle tastiere. Massimo Sciortino, figlio del mio carissimo amico Franco, l’11 giugno del 2003 ad appena 33 anni perse la vita insieme ad altri due sfortunati operai impiegati presso una nota azienda vinicola di Campobello di Mazara.

    Erano scesi in un locale sotterraneo dove avveniva la lavorazione del mosto e, in assenza d'aria, furono tutti e tre colpiti dall’esalazioni d’idrogeno di cui quel locale era impregnato. Fu una tragedia immane per tutta la collettività sia castelvetranese sia campobellese. Per la cronaca gli altri due operai erano: Giovanni Bellafiore di anni 22 e Vincenzo Pipitone di anni 38.

    Peppe Clemente lasciò il gruppo, fra l’altro proprio pochi giorni prima del carnevale, a causa dell’impegno del “Cantagiro” col dottore Vito Signorello, di cui mi sono ripromesso parlare in altra sede. In quell’occasione i “Modulor” dovettero accomodare con un ragazzo che cantava discretamente, ma che non era bravo quanto Peppe.

    A un matrimonio al “Paradise” di Marsala i ragazzi, dopo avere caricato tutto l’armamentario sul furgone e dopo essere saliti sulla macchina di uno di loro, partirono alla volta di Campobello. Ivi giunti, però, il furgone non ne volle più sapere d’andare avanti. Ai ragazzi toccò: tornare a Castelvetrano, prendere un’altra auto, trovare un mezzo di fortuna, in quel caso un tre ruote e un camion scoperto del papà di Franco Tortorici, recarsi dove avevano lasciato il furgone guasto, scaricare tutta la strumentazione per ricaricarla sugli altri mezzi e raggiungere, finalmente, la sala.

    Vi arrivarono che sembravano degli zingari girovaghi facendo divertire il complesso che aveva suonato nella stessa sala in un matrimonio precedente al loro. I “Modulor” montarono in fretta e furia gli strumenti e, quando ancora non avevano finito di sistemare il tutto, giunsero gli sposi in sala. Occhipinti dovette suonare la gran cassa della batteria colpendola con delle  energiche pedate in quanto non aveva ancora avuto il tempo di montare il pedale.

    Peppe Clemente, terminata l’esperienza con i “Modulor”, accettò d’unirsi al nuovo gruppo della “Traccia” formato da: Calogero Caliddu Critti al basso, Franco Mangiaracina e Tonino Mangiaracina alle tastiere, Marco La Cascia alla batteria e Angelo Gulotta alla chitarra, tutti di Campobello di Mazara. Il loro impresario era Santino Conforto che procurava ai ragazzi numerose serate anche nei paesini più sperduti della Sicilia.

    Fu proprio in uno di questi che i ragazzi della “Traccia” furono accolti, alla fine della serata, con un entusiasmo che solitamente è riservato ai divi della televisione. La gente andò in visibilio, mentre una folla delirante cercava d’accaparrarsi un autografo, un abbraccio per una foto ricordo e quant’altro. Dovettero intervenire i carabinieri per sedarla e per accompagnare, scortandoli, i nuovi idoli nelle stanze del vicino palazzo comunale. Vista, poi, l’insistenza della gente, fu chiesto loro d’affacciarsi dal balcone del gabinetto del sindaco per farsi vedere ancora una volta dai loro fan. Qui ancora urla d’acclamazione con scene di puro delirio.

    Situazione surreale che appartiene a un periodo molto lontano, oramai sicuramente scomparso. Scene del genere, oggi, possono vedersi soltanto in alcuni stadi, dove sul palco c’è una star di chiara fama internazionale.

    Nello stesso anno ancora un cambio d’elementi nel complesso della “Controfigura”, che questa volta fu composto da: Maurizio Filardo alla chitarra, Eugenio Adorno al basso, Filippo Aggiato al sax, Silvio Pisciotta al piano elettrico, Vito Bua alle tastiere, Giovanni Orlando alla batteria. L’impresario era sempre Nino Battaglia. Il loro primo impegno fu sulla spiaggia di Porto Palo per una festa di piazza. Il service lo curava Ciccio trasparente che aveva già montato tutte le attrezzature in quanto, oltre ai ragazzi della “Controfigura”, quella sera si doveva esibire anche la bravissima cantante Gabriella Fava.

    Vincenzo Trapani con a fianco Eugenio Adorno, partirono davanti col pulmino. Lungo lo stradale per Selinunte, però, una pattuglia della “Guardia di Finanza”, vedendoli sopraggiungere e accortisi che si trovavano in evidente stato d’infrazione al codice della strada, alzarono la paletta e intimarono l’alt. Chiesero dove stessero andando così carichi e i ragazzi risposero “A sunari”. A quel punto ai finanzieri non rimase altro che invitarli ad andarsene perché, se avessero dovuto fare i rilievi del caso, le cose si sarebbero messe molto male per i ragazzi: “Itivinni prima chi un vi lassumu mancu li piatta” “Andatevene prima che non vi lasciamo nemmeno i piatti”.

    In un’altra occasione, la mattina prima di partirsi per un matrimonio presso la sala “Samantha” di Partanna, Silvio Pisciotta, avendo la barba lunga, approfittò del fatto che Nino era un barbiere e che lo studio era proprio nella casa di Battaglia, sopra il salone da barba.

    Mentre aspettavano gli altri, egli chiese a Nino se gli andava di dargli una bella ripulita. L’impresario rispose che non c’erano problemi e cominciò a raderlo. A quell’età, però, con il viso pieno di brufoli, andò a finire che Silvio alla fine del trattamento rasante uscì fuori “fidduliatu”, per come gli hanno fatto rilevare i suoi amici colleghi quando lo videro con il viso pieno di cerotti.

    Quel giorno Eugenio, avendo finito di caricare il furgone nuovo, un Bedford, ed essendosi accorto che uno sportello laterale era ancora aperto, sapendo che si chiudeva male lo spinse con grande determinazione. Non si accorse, però, che Nino Battaglia si era appoggiato al furgone e che il dito pollice della sua mano destra era rimasto scacciato dallo sportello.

    Adorno, non essendosi accorto di nulla anche perché Battaglia aveva contenuto il dolore, stava per riprovare nuovamente a chiudere lo sportello visto che non si era chiuso bene. Questa volta, però, s’accorse del dito di Battaglia e, preoccupato, gli chiese cosa si fosse fatto. Nino rispose con un fievole filo di voce, “Neeenti”, soffocato dall’immenso dolore.

    Ad assistere alla fantozziana scena c’erano Vito Bua e Maurizio Filardo che aspettavano in macchina per partirsi tutti assieme in quanto quel giorno avevano due matrimoni. Essi scoppiarono, per come è nostra cattiva abitudine, in una fragorosa risata, in special modo quella di Maurizio che sembrava fosse stato colpito da una crisi convulsiva.

    Lì per lì sembrò che Nino non si fosse fatto male, ma la sera lo videro arrivare in sala con il dito tumefatto, ma fortunatamente non fratturato. Questo episodio ancora oggi i presenti al fatto lo ricordano con tenerezza quando s’incontrano. Essi, nel ricordo del loro amico Nino, ne esaltano le doti di persona semplice e sempre disponibile.

    Quel giorno giunsero un po’ in ritardo alla sala “Samantha” e trovarono gl’invitati già lì ad aspettarli. In poco tempo montarono il tutto e, dopo essersi andati a cambiare, cominciarono a suonare. Arrivò, nel frattempo, Nino con il dito di mille colori e gonfio all’inverosimile. A questo si aggiunse il fatto che, proprio sotto il palcoscenico, si era sistemata un’intera famiglia composta da: nonni, padre, madre e nipoti. Manco a farlo apposta, quei poverini, erano tutti con gli occhi storti, difetto evidentemente tramandato di padre in figlio. Praticamente, invece di pensare per suonare, i ragazzi non riuscirono a contenersi e scoppiarono in fragorose risate che imbarazzarono un po’ tutti.

    L’anno successivo, il 1984, decisi di lasciare, definitivamente per questa volta, i “2000” e continuare la mia carriera da solista. Durante un matrimonio presso la sala ricevimenti “Samantha”, poco prima che gli sposi giungessero in sala, il papà della sposa mi presentò un certo maestro Zito di Ribera invitandomi ad accompagnargli qualche pezzo durante la festa.

    Il signor Raffaele Ottavio Zito era una persona non più giovane che aveva con se una custodia con dentro un violino. Ebbi modo di costatare, poi, che egli era un grande musicista che, anche se da tanti anni non suonava più, aveva mantenuto un’abilità violinistica con dei virtuosismi e un’intonatura dello strumento non indifferenti. Da quell’improvvisato connubio nacque un duo, piano e violino, che per dieci anni imperversò per tre province: Trapani, Agrigento e Palermo.

    Posso dire, con molto orgoglio, d’essere stato il precursore di questo tipo di formazione a due che da allora prese piede e che, ancora oggi, è la più richiesta durante i trattamenti nuziali.

    Cominciò in quell’anno anche la carriera di mio figlio Daniele. Sin da bambino dimostrò un innato interesse per la musica e questo, credo, era del tutto naturale visto che i Simanella siamo tutti dei pianisti da tre generazioni.

    Avendo, oltretutto, una bella voce lo feci partecipare ad alcuni festival canori locali. Aveva appena nove anni. Ricordo che a uno di questi, svoltosi presso la villa “Parco delle Rimembranze”, vinse il primo premio cantando un brano che avevo composto per l’occasione che s’intitolava “Il mio papà”. Potete capire di chi parlava quella canzone.

    Un altro brano che allora composi per farlo partecipare a un festival, svoltosi sempre a Castelvetrano, fu “Cotta che cotta”. In quell’occasione Daniele cantò in coppia con Maria Teresa Clemente, sua coetanea diventata, poi, un’eccellente violinista. Il terzo brano che composi per Daniele e che mandai allo “Zecchino d’oro” fu “Io sono un siciliano”.

    In quell’anno 1984 nacque un altro singolare gruppo a Castelvetrano. Più che un gruppo si trattava d’un trio. Nino Signorello, padre della pianista Rosalinda e della chitarrista Vitalba, nonché collega di lavoro del violinista Gaspare Scirè, invitò un giorno a casa sua, in occasione d’una festa privata, il collega Scirè dicendogli anche di portare il violino. Scirè era da tempo che non lo toccava, poiché, per motivi di famiglia e personali, non aveva avuto più il tempo di dedicarsi allo strumento. Per quella volta, comunque, volle accontentare il collega.

    Durante la serata le sorelle Signorello coinvolsero Scirè a suonare ed egli alla fine ricevette molti complimenti, specialmente da parte della signora Ingrasciotta, moglie del Signorello. Costei, fra l’altro, appartenendo a una famiglia di suonatori e avendo l’orecchio abituato, era in grado di capire il valore d’ogni musicista. In parole povere e forse un po’ anche per scherzo, si formò quella sera stessa un trio al quale diedero il nome di “Smile”, sorriso, che già dal nome era tutto un programma.

    La collaborazione fra i tre durò per ben dieci anni durante i quali hanno raccolto consensi in tutte le parti dove sono andati a suonare, nei matrimoni e in tutte le feste che capitavano loro. In special modo nelle cerimonie nuziali in chiesa, al dolce suono del violino e dell’organo, si univa la calda voce delle sorelle Signorello quando intonavano l’“Ave Maria” di Schubert o di Gounoud.

    Purtroppo, dopo la decisione dell’allora vescovo Emanuele Catarinicchia di non far suonare più persone estranee alla chiesa nelle cerimonie nuziali, ma solo organisti che appartenevano alla parrocchia, fu proibito a loro come anche a me e al mio violinista, d’allietare con la nostra musica le messe di matrimonio. La cosa, cominciò così pian piano a scemare fin quando tutto finì con grande dispiacere sia nostro sia delle persone che gradivano avere il dolce suono del violino a ricordo del loro matrimonio.

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