In memoria di Ignazio De Blasi, il toccante ricordo di Gigi Simanella
del 2023-07-03

Oggi 3 luglio 2013 ci ha lasciato Ignazio De Blasi il “Cantastorie della Valle del Belìce”. Come non
ricordare questo grande artista che, almeno per me, è stato quasi come un fratello e
artisticamente forse di più. Con Ignazio condividevamo lo stesso anno di nascita, il 1954, le
origini (anch’io provengo da Partanna, almeno da parte di madre), l’amore per la musica
(Ignazio suonava egregiamente l’armonica a bocca, strumento con il quale s’esibiva negli anni
settanta con la “Morgan Blues Band”), per il disegno e la poesia, e la passione per tutto ciò ch’è
stato il mondo rurale del novecento.

Morgan, famoso pirata gallese vissuto nel 1600, è stato lo pseudonimo scelto da Ignazio con il quale, oltre ad aver dato il nome alla sua band, ha anche firmato le sue opere pittoriche giovanili che trattavano temi di astrattismo, metafisica e surrealismo. Ignazio, da sempre fedele alla sua sicilianità, è stato un grande cultore delle vecchie tradizioni popolari. Sin da bambino ha coltivato questa passione dopo avere assistito al disfacimento d’un mondo che vedeva suo e al quale apparteneva visceralmente: il mondo contadino. Un mondo che vide sfaldarsi piano piano sotto i suoi occhi tristi, un ricambio
generazionale, della cultura e della società, che si è sviluppato a livello mondiale, ma che ha
inciso maggiormente nella valle del Belìce subendo un’accelerazione a causa dei tragici fatti del
terremoto del 1968.
D’allora tutto è cambiato e Ignazio ha cercato, con tutte le sue forze e un impegno sempre costante nel tempo, di raccogliere tutto ciò che stava andando perduto: gli oggetti di casa, gli attrezzi agricoli, le usanze, le tradizioni, i racconti, le storie. Storie che, grazie alle conoscenze pittoriche acquisite nel tempo, ha immortalato in cartelloni istoriati raffiguranti le scene mitologiche ed epiche delle lotte tra i paladini di Francia contro i saraceni, le vite dei Santi o le storie e le leggende di personaggi tipici d’una Sicilia che scompariva inesorabilmente.

Fu così che nacque il personaggio del “Cantastorie del Belìce”, il cronista d’allora, con il quale Ignazio ha calcato i palchi di moltissime città siciliane facendosi portavoce d’una realtà che, nonostante la modernità volesse seppellire per sempre, torna ancora in auge grazie al suo costante impegno e di tanti che, come lui, rimaniamo (mi ci metto modestamente anch’io) saldamente vincolati a un mondo che all’interno del nostro cuore ci appartiene ancora. Ignazio cantava e “cuntava” (raccontava) la sua Sicilia, terra ch’egli amava sopra ogni cosa. Il suo cantare “a la carrittera”, ereditato dal padre carrettiere di professione che ne faceva ampio uso quando si spostava col suo carretto da un “funnacu” (fondaco) a un altro, il suo poetare con versi sempre originali, rigorosamente in dialetto siciliano, traevano spunto dalla visione o da ricordi di cose e persone appartenenti al suo vissuto, alla sua fanciullezza.
Dalla madre, contadina, ha imparato molti canti sulla vendemmia, sulla mietitura e sulla raccolta delle olive. Sue opere sono state acquistate dai francesi e dai turisti in visita a Parigi, nella “Place du Tertre”
del più famoso quartiere di Montmartre. Qui Ignazio, negli anni settanta e ottanta, ha esposto i
suoi quadri con soggetti paesaggistici del luogo, insieme ai tanti artisti che affollano
quotidianamente quel magico e romantico luogo. Ci sono stato anch’io qualche anno fa e in ogni
pittore che incontravo mi sembrava di vedere al lavoro il mio amico Ignazio. Esperienza che lo
stesso portò, nell’anno 1976, nella sua Partanna, dove aprì “La piccola Montmartre”, un centro
d’arte dove dipingeva i suoi quadri esponendoli al pubblico insieme ad altre opere di suoi
colleghi pittori e scultori. Esperienza che ha bissato anche a Castelvetrano dove, a seguito del
suo matrimonio con una castelvetranese, si trasferì nell’anno 1990. Conclusa quest'interessante
fase della sua vita, Ignazio si è dedicato anima e corpo alla sua passione per il cantastorie, il
poeta ambulante. Cominciò, nel frattempo, a dipingere tanti altri cartelloni e creò anche un
teatrino di burattini, il “Teatrinu Bilìciotu”, i cui personaggi, Mastru ‘Gnaziu lu cuntastatorii,
Spingulidda e Canazza, erano animati da lui stesso. Ignazio ha portato i suoi spettacoli anche
all’estero, oltre che all’interno delle comunità scolastiche che lo invitavano spesso a esibirsi
davanti ai tanti bambini curiosi e strabiliati dal suo estro artistico. Ha anche dipinto un piccolo
furgone Fiat Fiorino con scene della mitologia greco-romana (nella foto) e un autocarro, sempre
Fiat, con scene dei quadri dei paladini di Francia. Più di recente Ignazio ha ampliato i suoi
soggetti rappresentativi, rivolgendo il suo interesse verso personaggi reali appartenenti sia al
mondo della cronaca sia a temi sociali e politici. Uno per tutti la storia di Rita Atria, sua
concittadina, suicidatasi dopo avere appreso la triste notizia dell’uccisione del giudice Borsellino,
con il quale lei collaborava per tentare di scardinare quella rete omertosa che ancora oggi
opprime tanti siciliani onesti. Anch’io, nella mia lunga carriera artistica, mi sono cimentato in
questo tipo di spettacolo itinerante formando, nell’anno 1995, un duo folkloristico proprio con
Ignazio. Mi limitavo ad accompagnarlo con la chitarra o a cantare dietro a lui i ritornelli delle sue
stornellate. Proponevamo anche i canti più famosi del repertorio folclorico e i nostri vestimenti,
naturalmente, rispecchiavano perfettamente quelli della tradizione popolare siciliana. Che dire
ancora di Ignazio?
Forse ch’è stato l’ultimo infaticabile cultore di un’epoca oramai scomparsa, ma che continua a vivere nell’impegno quotidiano e nella totale abnegazione personale verso un mondo che non vuole scomparire dalla memoria di tanti. Rimane il cordoglio per una grave perdita a Castelvetrano d’un uomo buono e d’un vero grande artista. Voglio credere e sperare che la sua nutritissima collezione privata possa essere messa a disposizione del mondo della cultura castelvetranese e che l’amministrazione comunale, come già fu per l’aperura del “Museo della Civiltà Contadina F. Simanella”, possa trovare i locali per ospitarla e renderla fruibile ai tanti visitatori che sicuramente l’affolleranno, magari e giustamente intestandola allo stesso.
Ciao mio fedele e amatissimo amico, riposa nella pace dei giusti con l’onore che ti sei meritato in questa vita e che ti sarò sicuramente tributato nell’altra.
















