"Ittari, sarbatu e talia" . Alle scoperta delle origini delle espressioni dialettiali tra Arabi e Francesi e non solo
di:
Carolina Ragusa - del 2020-06-10

Cari amici di CastelvetranoNews come sempre ben trovati! Dove ci porterà oggi il nostro consueto appuntamento dedicato alle origini del dialetto siciliano? Vi anticipo da subito che, come spesso accade all’interno di #Siculamente, ad allietare questo nostro viaggio saranno gli anziani del mio piccolo paese che, con le loro parlate dialettali, mi danno sempre una gran mano per portarvi alla scoperta delle origini della lingua che caratterizza la nostra amata isola. In questo caso, mi avvarrò di una squisita chiacchierata tra la Signora Cettina e suo marito Giuseppe che, in quanto vicini di casa di mio nonno, incontro spesso quando vado a trovarlo. Preciso che mio nonno abita nel quartiere di San Giovanni e qui, come molti quartieri storici di Chiaramonte, le case sono molto vicine le une con le altre. Qualche giorno fa, mi trovavo affacciata al suo balcone e, ad un certo punto, dall’abitazione di fronte assisto ad una conversazione molto divertente tra questa simpatica coppia di signori ottantenni. Parlavano così ad alta voce che mi è stato impossibile non ascoltarli. E allora, siete pronti ad entrare nel vivo della loro conversazione? Andiamo! “Pippinu”, esclamava Cettina, “ta nsayari stu paltò!” E Giuseppe rispondeva: “Ma quali Cettì?” “Chistu! Era sarbatu nall’armuarru. Se ti piaci, va bene, sennò mi ni sbarazzu!”, replicava Cettina. E la stessa continuava: “Ah! E talè stu paracqua. È tutto scassatu!” “Nun ittare nenti!”, rispondeva a sua volta Giuseppe. E mi fermo qui! Avete capito il nocciolo della discussione? Beh, riassumendo potremmo dire che la Signora Cettina vuole che suo marito provi il cappotto che ha nell’armadio. Se gli sta bene, lo conserva altrimenti lo butta via. E lo stesso vorrebbe fare con l’ombrello rotto . Il Signor Giuseppe, però, pare essere poco convinto ed infatti a gran voce le dice di non buttare nulla. Insomma, una classica conversazione tra una moglie che tende a sbarazzarsi delle cose poco utili e un marito che, al contrario, ha la mania di conservare tutto. Ma se non ci fosse stato dietro lo zampino dei Francesi, degli Arabi e anche degli Spagnoli, questi due simpatici signori avrebbero mai potuto parlare di tutto ciò? Chiaramente la risposta è no! In questo breve dialogo ci sono infatti ben nove termini di origine straniera. E quindi arriviamo al punto! “Nsayari” e “paracqua” sono due termini di origine spagnola. Il primo deriva dall’infinito del verbo “ensayar” cioè “provare”; il secondo, da “paraguas” cioè “ombrello”. “Paltò”, “armuarru”, “sarbatu”, “scassatu”, “sbarazzu” e “ittari” sono invece tutte parole che ci sono state trasmesse dai nostri cugini d’Oltralpe. Questi sei vocaboli derivano infatti dal francese. Nello specifico: “paltò” e “armuarru” da “paletot” e “armoire” cioè “cappotto” e “armadio”; “sarbatu” e “scassatu”, dai due participi passati “sauvé” e “cassé”, ovvero “conservato” e “rotto”; “sbarazzu” e “ittari” dalla prima persona singolare del presente indicativo “se debarasser” e dall’infinito del verbo “jeter” che traduciamo rispettivamente come “sbarazzarsi” e “buttare”. Infine, la parola “tale’”, che potremmo tradurre “guarda” e considerare come un imperativo di seconda persona singolare del verbo “taliari” deriva dal verbo arabo “ţalla”. Bene! Eccoci giunti anche oggi alla fine del nostro viaggio. Ringrazio Cettina e Giuseppe che, seppur a loro insaputa e dal balcone di mio nonno, mi hanno permesso, con la loro voce squillante, di “entrare” in casa loro, di ascoltare la loro conversazione e di svelare dunque a tutti voi, miei cari lettori, queste piccole curiosità! Io al solito vi saluto con tanto affetto e vi do appuntamento alla prossima settimana sempre qui su #Siculamente. Dear friends of CastelvetranoNews as always well found! Where will our usual appointment dedicated to the origins of the Sicilian dialect take us today? I immediately anticipate you that, as often happens within #Siculamente, our trip will be cheered by the elderly people of my small town who, with their dialectal speeches, always give me a great hand to help you discovering the origins of the language of our beloved island. In this case, I will use a nice chat between Mrs. Cettina and her husband Giuseppe who, as my grandfather's neighbors, I often meet when I go to visit him. My grandfather lives in the district of San Giovanni and here, as many historic districts of Chiaramonte, the houses are very close to each other. A few days ago, I was facing his balcony and, at a certain point, from the house opposite, I witness a very funny conversation between this nice eighty years old couple. They spoke so loudly that it was impossible for me not to listen to them. So, are you ready to get into the heart of their conversation? Let’s go! “Pippinu”, exclaimed Cettina, “ta nsayari stu paltò!” And Giuseppe replied: “Ma quali Cettì?” “Chistu! Era sarbatu nall’armuarru. Se ti piaci, va bene, sennò mi ni sbarazzu!”, Cettina answered. And she continued: “Ah! E talè stu paracqua. È tutto scassatu!” “Nun ittare nenti!”, Giuseppe replied in turn. And I’ll stop here! Do you understand the core of the discussion? Well, in summary we could say that Mrs. Cettina wants her husband to try the coat that there is in the wardrobe. If it suits him, she keeps it otherwise she throws it away. And she would like to do the same with the broken umbrella. Mr. Giuseppe, however, seems to be unconvinced and in fact loudly tells her not to throw anything away. In short, a classic conversation between a wife who tends to get rid of the unnecessary things and a husband who, on the contrary, has an obsession for keeping everything. But without the French, the Arabs and even the Spanish, could these two nice people ever have talked about all this? Clearly the answer is no! In this short dialogue there are in fact nine terms of foreign origin. So let's get to the point! “Nsayari” and “paracqua”are two terms of Spanish origin. The first derives from the infinitive of the verb “ensayar” that is “to try”; the second, from “paraguas” that is “umbrella”. “Paltò”, “armuarru”, “sarbatu”, “scassatu”, “sbarazzu” and “ittari” are six words that come from French. Specifically: “paltò” and “armuarru” from “paletot” and “armoire” that is “coat” and “wardrobe”; “sarbatu” and “scassatu”, from the two past participles “sauvé” and “cassé”, that is “preserved” and “broken”; “sbarazzu” and “ittari” from the first person singular of the present tense “se debarasser” and from the infinitive of the verb “jeter” that we translate respectively as “to get rid” and “to throw”. Finally, the word “tale’”, which we could translate “look” and consider as the singular second person of the imperative of the verb “taliari” comes from the Arabic verb “ţalla”. Well! Here we are today at the end of our journey. I thank Cettina and Giuseppe who, even without their knowledge and from my grandfather's balcony, have allowed me, with their high voice, to “enter” their home, to listen to their conversation and therefore to reveal to all of you, my loved readers, these little curiosities! As usual, I greet you with a lot of affection and I give you appointment next week, always here on #Siculamente.


















