Il viaggio di Santa Monica e la cledonomanzia delle madri: un frammento di Castelvetrano nella memoria della Santa
di: Nino Centonze - del 2025-08-27

Oggi, nella memoria liturgica di Santa Monica, anche Castelvetrano dice la sua, custodendo nel cuore del centro storico una traccia di devozione antica verso la madre di Sant’Agostino d’Ippona, figura simbolo della fede incrollabile, della maternità dolente e della speranza tenace. Secondo la tradizione locale, presso la chiesa di San Domenico, per un periodo utilizzata come luogo di culto sostitutivo della chiesa di San Giovanni – chiusa al culto per alcuni decenni – si venerava un quadretto raffigurante Santa Monica, custodito dai Padri Rosminiani in un altare laterale. Ancor prima, si narra che una statua lignea della Santa, forse la stessa oggi conservata nella chiesa del Purgatorio, fosse oggetto di particolare venerazione.

Ma ciò che rende questa devozione davvero unica è l’antica pratica divinatoria della cledonomanzia (da kledones (da kaleo, richiedere, invocare) o phemai (da phanai, parlare) che si sviluppò intorno alla figura della santa fin dal XVII secolo e si protrasse fino al secondo dopoguerra. Era una ritualità profondamente radicata, quasi mistica, soprattutto tra le donne del popolo, che vedevano in Monica la compagna silenziosa del loro stesso dolore: figli lontani, mariti dispersi, lettere che non arrivavano più.
Dopo aver recitato la preghiera tradizionale dinanzi all'immagine della santa, pronunciata a mezza voce o cantilenata tra lacrime e speranza:
Santa Monica piatùsa,
Santa Monica gluriùsa,
pì lu viaggiu chi facistivu
di l’Egittu a Milanu
facìtimi sta grazia a manu a manu.
S'è bona nutìzia campani sunàri
e cani abbaìari...
…le donne uscivano dalla chiesa di San Domenico e cominciavano a camminare lentamente lungo il percorso che le avrebbe portate alla chiesa del Santo Padre (S. Francesco di Paola). Durante il tragitto, non parlavano, ma ascoltavano con attenzione assoluta i suoni, le parole, i rumori provenienti dalle case, dalle strade, dai balconi, persino dagli animali. Ogni cosa era segno, messaggio, “cledone”, che poteva suggerire una buona o cattiva notizia.
Un cane che abbaiava gioiosamente, una risata improvvisa, una campana che suonava a festa erano interpretati come presagi di lettere in arrivo, di figli salvi, di ritorni improvvisi. Viceversa, un silenzio pesante, un litigio udito dietro una finestra, il verso lamentoso di un animale, potevano gettare un’ombra sul cuore già affranto delle madri.

Era una preghiera in movimento, un viaggio simbolico e interiore, un cammino tra fede e divinazione popolare, che dava voce a chi non ne aveva, affidandosi alla Santa che aveva seguito Agostino per mezzo mondo, donna tra le donne, madre tra le madri.
Quest’arte divinatoria di interpretare le parole ascoltate, giunta fino a noi dall’antica Gracia – povera nei mezzi, ma ricchissima di significato – testimonia come la fede popolare abbia saputo fondere spiritualità e bisogno umano di risposte, e come anche in un piccolo angolo di Sicilia, la storia di una santa d’Africa abbia trovato eco profonda nelle speranze delle madri castelvetranesi.
Un patrimonio di memoria e devozione che merita oggi di essere narrato e custodito, come parte viva dell’identità di una comunità che nei suoi silenzi e nelle sue preghiere ha sempre cercato – e trovato – una via per credere, sperare e resistere.
















