“Lu nannu e la nanna” a Castelvetrano: rito, memoria e identità nel Carnevale siciliano
di: Nino Centonze - del 2026-02-14

Nel patrimonio immateriale della tradizione popolare siciliana, la figura di “Lu nannu e la nanna” occupa uno spazio simbolico di particolare rilievo. A Castelvetrano, questa allegoria carnevalesca non costituisce un semplice elemento folklorico, ma un vero e proprio dispositivo rituale collettivo che intreccia memoria, satira sociale e ciclicità del tempo. La coppia dei fantocci — Lu nannu e la nanna — rappresenta la personificazione del Carnevale nella sua interezza: da un lato l’elemento maschile, caricaturale e spesso dissacrante; dall’altro la figura femminile che richiama fertilità, continuità e dimensione domestica. La loro presenza culmina tradizionalmente nella lettura del testamento, momento di ironica riflessione pubblica sui fatti dell’anno trascorso, e nell’“abbruciatina”, il rogo rituale che sancisce la fine del tempo festivo e l’ingresso nel periodo quaresimale.

Origini storiche
Le radici documentabili di questa tradizione si collocano almeno nella seconda metà dell’Ottocento. Due opere fondamentali consentono di inquadrare storicamente la figura:
Enrico Onufrio, “La morte di un anno” (1882), testo che si inserisce nel filone simbolico-allegorico ottocentesco, nel quale l’anno viene personificato e condotto a una morte rituale, metafora del passaggio temporale. Questo schema narrativo riflette la medesima struttura simbolica che si ritrova nella morte del nannu carnevalesco: la fine di un ciclo che prepara l’inizio di uno nuovo.
Giuseppe Pitrè, “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano” (1889), opera cardine dell’etnografia siciliana, nella quale il “nannu di carnalivari” è descritto come la personificazione del Carnevale, oggetto di gioia collettiva e centro della teatralità popolare. Pitrè osserva come tale figura, pur variando localmente, conservi una struttura simbolica comune: rappresentare il tempo che si consuma e che deve essere ritualmente eliminato.
Nel quadro interpretativo antropologico, lu nannu rientra nei cosiddetti riti di passaggio e nei riti stagionali di morte e rinascita, con probabili ascendenze nei Saturnali romani e nelle feste agro-pastorali dell’area del meridione d’Italia, dove la distruzione simbolica di una figura rappresentava la purificazione della comunità.

Castelvetrano e la continuità rituale
A Castelvetrano, la tradizione di “Lu nannu e la nanna” assume una dimensione identitaria precisa. La lettura pubblica del testamento in dialetto diventa uno spazio autorizzato di critica sociale, un momento di sospensione delle gerarchie e di auto-narrazione collettiva. L’“abbruciatina di li nanni” non è solo un epilogo scenico, ma un atto rituale che ristabilisce l’ordine dopo la trasgressione carnevalesca.
La ripresa contemporanea della coppia tradizionale nel carro allegorico e nelle manifestazioni cittadine conferma come la comunità castelvetranese abbia riconosciuto in questa figura un elemento qualificante della propria memoria culturale.
“Lu nannu e la nanna” non sono soltanto maschere carnevalesche: sono la rappresentazione plastica del tempo che muore e rinasce, della comunità che si specchia nella satira, della tradizione che si rinnova. A Castelvetrano, questa figura continua a vivere non come reliquia folklorica, ma come patrimonio culturale dinamico, capace di tenere insieme storia, rito e contemporaneità.
Bibliografia
• Onufrio, Enrico, La morte di un anno, 1882.
• Pitrè, Giuseppe, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, L. P. Lauriel di C. Clausen, 1889.
• Pitrè, Giuseppe, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, Palermo, 1871-1913 (ristampe successive).
• Buttitta, Antonino, La memoria lunga. Simboli e riti della religiosità tradizionale, Meltemi, 2002.
• Bonanzinga, Sergio – Sarica, Mario (a cura di), Tempo di Carnevale. Pratiche e contesti tradizionali in Sicilia, Istilla, 2008.
Per la foto si ringrazia Carmelo Certa.
















