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Elezioni anticipate o larghe intese, le due strade dopo il trionfo di Grillo

di: Francesco Verderami - (fonte: corrieredellasera.it) - del 2013-02-26

Immagine articolo: Elezioni anticipate o larghe intese, le due strade dopo il trionfo di Grillo

(ph. agi.it)

Il responso delle urne pone il PD e il PDL  dinnanzi a una scelta: suicidarsi o assumersi quelle responsabilità che hanno delegato per un anno e mezzo ai tecnici. L’inseguimento al Movimento Cinque stelle per formare una maggioranza in Parlamento è tempo perso, o meglio è un modo di Pd e Pdl per prender tempo, in attesa di far metabolizzare la larga coalizione.

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  • Anche perché il vero obiettivo di Grillo — che è stato capace di un exploit non riuscito nemmeno a Berlusconi nel ’94 — è proprio quello di tornare al voto «nel giro di sei mesi », per capitalizzare il successo in una nuova tornata elettorale e sbaragliare ciò che resta delle forze nate nella Seconda Repubblica.

    Certo, mettere insieme due progetti alternativi è a dir poco complicato, perciò il passaggio si preannuncia drammatico. E non sarà a costo zero.

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  • L’unica variabile è quella profetizzata alcune settimane fa dal ministro Fabrizio Barca, che in un’intervista al Corriere della sera disse come «senza una maggioranza stabile potrebbe accadere, una volta eletto il capo dello Stato, di tornare alle urne», magari con un cambio della legge elettorale. Una opzione da mettere in preventivo, dato che il governo Monti non si è formalmente dimesso, e dunque potrebbe andare avanti per il disbrigo degli affari correnti e di una nuova sfida elettorale. Ma tanto il Pd quanto il Pdl sono consci che in quel caso il «vaffa voto» li sommergerebbe.

    Ecco perché, per calcolo politico e numerico, devono prendere in esame le larghe intese, un’alleanza che vedrebbe il centro montiano ininfluente. Bersani farebbe volentieri a meno di una simile intesa, ma se il Pd optasse per le elezioni anticipate, l’attuale leader dei Democratici  dovrebbe passar subito la mano, lasciando a Renzi un partito «rottamato» dal risultato.

    E con Bersani verrebbe fatta fuori l’intera classe dirigente attuale, che certo non ha interesse a capitolare. Ecco allora che, dopo le prime dichiarazioni a caldo — tutte incentrate sulla necessità di «tornare a votare » — lo stato maggiore del Pd ha assunto una linea meno intransigente, Enrico Letta ha rettificato il tiro, la Finocchiaro ha spiegato che «serve un governo pienamente politico». Una posizione certamente condivisa da D’Alema.

    Non a caso, in modo speculare, dal fronte berlusconiano sono giunti i primi segnali di apertura: «Se nessuna delle coalizioni avrà la maggioranza — ha detto il pdl Palma — andrà trovata una soluzione per garantire la governabilità». Persino la Lega con Tosi si predispone all’evenienza, pur prospettando una «opposizione costruttiva » a un eventuale gabinetto di larghe intese.  Condannati a governare, per espiare le colpe commesse ancora nel recente passato, Pd e Pdl sanno che dovrebbero fare le riforme — anche quelle istituzionali — prima di tornare al voto, per evitare il «suicidio».

    È una missione (quasi) impossibile, non solo per l’incompatibilità delle ricette economiche ma anche per le difficoltà di comporre il governo: a chi, per esempio, spetterebbe indicare il premier? Potrebbe rivendicarlo il partito che vincesse alla Camera, ma sarebbe necessaria una figura «terza». Uno schema che andrà comunque applicato per la corsa al Colle, dove i candidati di «parte» come Prodi perdono terreno.

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