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La storia del gruppo musicale castelvetranese S.P.A. tra amicizie, musica e divertimento

del 2014-06-20

Insieme agli “Asteroidi”, la “S.p.A.” acronimo di “Società per Azioni” è stato l’altro gruppo musicale castelvetranese che ha dato tanto lustro alla nostra città. La loro genesi (gestazione) è stata lunga e travagliata. Ogni elemento che ne ha fatto parte ha una storia a sé. Racconterò come esse si sono intrecciate fino alla realizzazione del progetto finale della “S.p.A.”.

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  • Nel 1970 Marcello Romeo, pianista-organista che cominciava a farsi notare nel panorama musicale locale, formò il suo primo gruppo, i “The Bears” o “Orsi”. Il gruppo era formato da: Marcello Romeo all’organo, Filippo Pizzo alla chitarra, che in seguito sarà apprezzato come ottimo bassista e oggi purtroppo deceduto, Filippo Giacalone alla batteria e Saro Amodeo voce solista.

    Per le prove utilizzavano una casa di proprietà dell’avvocato Signorello, sita nella via Calatafimi più propriamente detta a “lu fossu”. Essi cercavano di rubare ai loro strumenti tutte le sonorità, i ritmi, le sfaccettature musicali sfruttando solo la loro grande passione e l’innata musicalità.

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  • Il tutto era reso possibile dal fatto che madre natura aveva provveduto per fornire loro orecchio e ritmo musicali. In quel periodo, d’altronde, eravamo tutti degli autodidatta che c’improvvisavamo musicisti nella speranza di riuscire a raggiungere un livello di preparazione sufficiente a formare un gruppo musicale, altrimenti detto “complesso”, ed entrare a pieno titolo in quel fantastico mondo che è la musica.

    Personalmente fu un fraterno amico, Michele Indelicato inteso “Trispu”, che una sera di circa mezzo secolo fa si sforzò di farmi capire il meccanismo che muoveva tutti gli accordi musicali. E fu così che, dopo due ore di “scorci di coddu” scappellotti e “pirati ‘nta lu…..” pedate sul fondo schiena, a un tratto risposi positivamente alle domande che Michele mi faceva per vedere se avevo capito. Da quel momento mi rinchiusi nella mia stanzetta di casa e sviluppai tutta quella teoria in pratica, dapprima sulla chitarra e dopo su una pianola. Questa, però è un’altra storia.

    Una sera, durante le prove, si presentò nello studio degli “Orsi”, Gino Rizzo accompagnato dal padre perché era ancora un ragazzino. Questi chiese a Filippo se poteva far sedere il suo Gino alla batteria. Filippo non se lo fece ripetere due volte e lo invitò ad accomodarsi sulla sua “Premier”. Non ci volle molto a capire che quel ragazzino, apparentemente timido, sarebbe diventato la “perla” di tutti i batteristi castelvetranesi (purtroppo ce lo siamo visti rubare qualche tempo dopo, ancora giovane, in conseguenza d’un mortale incidente automobilistico).

    Il “complesso” di riferimento dei “The Bears”, come d’altronde anche di tutti gli altri gruppi musicali che ci formavamo pian piano a Castelvetrano, erano gli “Asteroidi”. Tutti andavamo spesso a sentirli suonare per rubare loro quelle tecniche di arrangiamento utili per mettere su un proprio repertorio. Il gruppo dei “The Bears” non ebbe vita lunga e nello stesso anno fu sostituito da “Le Ombre”.

    Ambedue i gruppi ebbero come managers Franco Stella e Vincenzo Giambalvo. Del primo, stimatissimo fotografo castelvetranese deceduto nell’agosto del 2003, si ricordano il suo inesauribile sorriso e la sua grande professionalità; l’altro è il padre di un altro bravo organista locale, Salvatore Giambalvo.

    Il nuovo complesso di “Le Ombre” era formato da: Marcello Romeo sempre all’organo, Bruno Musiari alla chitarra, Lilly Rosolia alla batteria, Filippo Pizzo al basso, Nino Montoleone alla chitarra e voce, Giacomino Sciacca al sax. Fra le esperienze musicali maturate ci fu quella effettuata presso il circo “Palmiros”, dove si esibirono insieme a una cantante che proveniva da Catania, accompagnata dal nonno, tale Marcella Bella, (i ragazzi non hanno saputo specificarmi se si trattasse della più famosa Marcella o d’una sua omonima, però in quel periodo quella ragazza aveva tredici anni come la famosa Marcella).

    Nello stesso circo si esibivano anche altri artisti castelvetranesi. Uno di essi era l’indimenticabile “soubrette” Peppe Salerno che fino a pochi anni orsono, prima di continuare le sue performance artistiche in un luogo certamente più aulico di quello terreno, faceva sfoggio dei suoi variopinti vestiti carioca sui carri carnascialeschi che attraversano il nostro paese durante i festeggiamenti di carnevale. Un altro era un mio vecchio amico che allora praticava il contorsionismo, Tommaso Geraci (carriera che non continuò anche perché i genitori non glielo permisero). Infine la cantante Giovanna Triolo accompagnata alla fisarmonica dallo zio Vincenzo Russo e alla batteria dalla figlia di quest’ultimo, Giovanna.

    Per ritornare alla storia della “S.p.A.”, Giovanni Siena acquistò un giorno una chitarra a cassa nel negozio di “Granata” sito in fondo alla via Vittorio Emanuele e oggi boutique “Pinuccia” (anch’io comprai la mia prima chitarra in quel negozio che oltre a vendere merceria e tessuti vendeva anche delle discrete chitarre). Anch’egli cominciò a imparare, in qualche modo, i primi accordi armonici.

    Fra i suoi amici più intimi c’era Vincenzo Leone, grande appassionato dei Beatles e dei Colosseum, batterista in erba che cominciava a fare “botti e scrusci” rumori vari, termine coniato dal mio carissimo amico Piero Chiofalo per definire goliardicamente chi suona la batteria. Un altro amico di Giovanni era Nicola Iraci, che suonava l’organo.

    I tre amici cominciarono a provare, ma solo per puro divertimento, nel garage sotto casa Leone, “‘mmezzu li scatuli di li midicinali”, fra le scatole delle medicine, essendo la mamma di Leone una farmacista. Il loro era solo un passatempo pomeridiano, uno svago dopo le estenuanti ore di studio. Giovanni Siena, da lì a poco e per problemi legati a suoi studi universitari, dovette abbandonare quel progetto. Fu sostituito dal chitarrista Giovanni Giardina.

    I giovani continuarono a provare all’interno del palazzo alto sito in fondo alla via Garibaldi. Essendo questo, però, abitato da molti condomini che si lamentavano, dovettero smammare, sloggiare. Si offerse allora Franco Messina, figlio del nostro carissimo compianto Preside Messina, che mise a disposizione dei ragazzi il suo garage di casa. Messina, nel frattempo, quando i ragazzi non provavano, ne profittava per allenarsi con la batteria di Enzo Leone sul famosissimo brano “Venus” degli Shocking Blue.

    A poco a poco anche lui imparò le tecniche per fare uscire dei suoni e dei ritmi opportunamente appropriati a quei quattro tamburi e quei quattro piatti di bronzo. Considerando, poi, che aveva anche una bella voce, per sopperire alla mancanza vocale del trio, l’anno successivo Enzo Leone gli lasciò il suo posto nel giovane complesso musicale.

    Hanno avuto, intanto, la disponibilità anche di un bassista, Mimmo Palminteri, che fu poco dopo sostituito da Nicola Santangelo. Questi aveva imparato a suonare il basso studiando su di una tastiera disegnata da Bruno Musiari su un foglio di quaderno. Il suo primo basso glielo comprò il padre presso la ditta “Bagnini” sita in Piazza di Spagna a Roma. La Bagnini vendeva, anche per corrispondenza, tutte le attrezzature necessarie per fare musica con una rata minima di mille lire al mese (anch’io ho comprato qualcosa da loro). ù

    Il basso era quasi uguale, almeno nella forma, a quello utilizzato da Paul McCartney dei favolosi Beatles. Santangelo diventò presto l’anima del gruppo e il principale promotore di tutte le loro iniziative. La prima cosa che fece fu quella di dare un nome al quartetto scegliendo i “Mahatma” (Grande Anima - titolo che in India è dato alle persone di alta spiritualità come Gandhi).

    Con questa formazione parteciparono a un festival che fu organizzato al “Circolo Pirandello” di Castelvetrano dove suonarono un brano dei “Tirannosaurus Rex”, famoso gruppo rock internazionale di quel periodo. Nicola s’interessò di prendere anche qualche impegno per farsi conoscere dalla gente che così avrebbe potuto impegnarli al momento del bisogno.

    Quando, poi, non si rese più disponibile il garage di Messina, chiesero a Nicola Iraci se poteva aiutarli a trovare un nuovo locale dove potere effettuare le prove. Nicola chiese al cugino Nicola Mangiaracina, leader degli “Asteroidi”, se quando non provavano loro, il locale e la strumentazione potevano essere utilizzati dai “Mahatma”. Nicola rispose che non c’erano problemi.

    Lo studio era sito nella via Pantaleo, di fronte il laboratorio di analisi cliniche del dottore Mulè. Il gruppo era in continua evoluzione e da lì a poco anche Giovanni Giardina si fece da parte per lasciare il posto al bravissimo Pino Leggio di S. Ninfa, segnalato loro da Lilly Rosolia che lo aveva conosciuto a una gita scolastica. In pratica cominciava a delinearsi quello che nel 1973 è diventato il miglior complesso, insieme agli “Asteroidi”, che la storia musicale di Castelvetrano abbia partorito. Per concludere questa fase iniziale uscì anche Nicola Iraci il quale non voleva adattarsi a un repertorio che poteva soddisfare le esigenze d’un pubblico più eterogeneo, per intenderci quelli che amano la musica liscio o ballabile in genere.

    Nicola Iraci si sentiva un rockettaro puro, mai si sarebbe “abbassato” a suonare la musica a suo dire “volgare”. Così preferì uscire dal gruppo cedendo il posto a Marcello Romeo che, oltre al rock, sapeva suonare un po’ tutti i generi musicali. L’esperienza e duttilità musicale di quest’ultimo si resero, infatti, più fattive non solo per i “Mahatma”, ma ancor di più per la “S.p.A.”.

    Con quest’ultimo passaggio la “Società per Azioni” in pratica aveva quasi concluso il suo cammino formativo. Romeo, per fare parte dei “Mahatma”, dovette staccarsi dagli “Echinoidi”, un gruppo di mazaresi formato, oltre che dallo stesso Marcello alle tastiere, da Baldo Ballatore che prese il posto di Vito Calia al basso, Silvano Bonanno alla chitarra, Enzo Pizzo alla batteria e Franco Crocchiolo voce solista.

    La decisione di non far più parte degli “Echinoidi” fu presa da Marcello in conseguenza del fatto che egli, per le prove, raggiungeva Mazara con un motorino a tre marce a pedale, peraltro poco efficiente, che lo lasciò appiedato più d’una volta. Così gli toccava di chiedere un passaggio che non sempre trovava con facilità. In questi casi, per il ritorno, utilizzava il treno.

    A causa della stanchezza e dell’ora tarda, però, gli capitò qualche volta d’addormentarsi e di non svegliarsi in tempo per scendere alla stazione di Castelvetrano, proseguendo per quella successiva. Costringeva, così, il padre a raggiungerlo con la sua macchina fino a Salemi. Qualche altra volta fu più fortunato, poiché profittò di qualche passaggio che Filippo Giacalone gentilmente e amichevolmente gli concesse in quanto allora era fidanzato a Mazara con colei che, poi, diventò sua moglie e con la quale continua a condividere gioie e dolori. Il professore Romeo è stato uno dei migliori insegnanti di filosofia che ho avuto al Liceo. Marcello, fra l’altro, essendo un mio compagno di classe, era anche allievo del padre.

    Tornando ai  “Mahatma”, con l’uscita di Nicola Iraci non hanno avuto più la possibilità di continuare a provare nello studio degli “Asteroidi” e con i loro strumenti. Si trovarono, così, in un sol colpo senza studio e senza strumentazione. Si rivolsero, quindi, a un loro grande amico, Pietro Di Gregorio, sassofonista e nipote del facoltoso proprietario della Concessionaria Fiat di Castelvetrano. A lui proposero di parlare con il nonno per farsi finanziare un progetto in cui quest’ultimo avrebbe comprato quanto di necessario per mettere su un complesso musicale. Loro, in cambio, avrebbero dato al nuovo complesso il nome di: “Di Gregorio S.P.A.”.

    L’idea fu di Nicola Santangelo, compagno di scuola di Pietro e di Franco Messina. Il nonno di Pietro, però, non accettò la proposta facendo saltare, di fatto, il progetto. Preso atto di questo diniego, i ragazzi seppero che a Menfi il proprietario di un negozio di strumenti musicali, un certo Giacomo Li Basci, aveva messo in liquidazione della roba rimasta in magazzino. Decisero d’andarlo a trovare per proporgli se volesse accettare di essere il loro manager. Li Basci, con acuta lungimiranza, convinto delle parole profuse dai ragazzi e stuzzicato dal loro tangibile entusiasmo, acconsentì a mettere a disposizione del gruppo, gratuitamente, gli strumenti che gli erano rimasti in magazzino. Comprò anche un furgone, un Ford Transit rosso dove, finalmente, i ragazzi del vecchio gruppo dei “Mahatma” poterono scrivere il nuovo nome, “Gruppo musicale S.p.A.”.

    Il progetto delle lettere fu ideato dall’amico Enzo Evola e per la trasposizione sul furgone si rivolsero all’autocarrozzeria dei fratelli Marascia che, allora, si trovava in via Scinà. La prima volta, però, che comparve la scritta “S.p.A.” fu sul cofano della Fiat 500 di Franco Messina, da lui stesso realizzata con delle lettere adesive e accompagnata da alcune note musicali. La stessa cosa fu realizzata sui parasole di tutte le Fiat 500 degli altri ragazzi. Il gruppo, formato da quattro elementi, una sera andò a suonare al “Cinema Signorino” di Menfi, gestito dallo stesso Li Basci.

    In quell’occasione era stato invitato anche il famoso cantante Mino Reitano insieme alla sua band. Reitano, dopo aver sentito suonare la “S.p.A.”, invitò il gruppo a considerare la possibilità d’inserire un nuovo musicista alla batteria per far sì che Messina potesse concentrarsi soltanto sul canto. I ragazzi accolsero favorevolmente il consiglio dato da un grande professionista e, dopo una breve ricerca, trovarono disponibile un giovane silente batterista, Salvatore Orlando.

    Con il suo ingresso si definì finalmente la formazione storica della “S.p.A.” che ancora oggi, dopo più di quarant’anni, ci diletta, unico gruppo rimasto in auge fra tutti quelli formatisi negli anni sessanta e settanta: Marcello Romeo all’organo e piano elettrico, Nicola Santangelo al basso e voce, Salvatore Orlando alla batteria, Pino Leggio alla chitarra e Franco Messina voce solista e percussioni.

    Si era, intanto, giunti all’anno 1973. Con loro c’era anche Mauro Fabbri, già chitarrista dei “Diamanti” che, nel frattempo, s’era specializzato nell’adoperare le nuove attrezzature elettroniche ch’erano comparse nel settore musicale. Il suo compito, quindi, era quello di tecnico del suono. Nicola Santangelo, invertendo le prime lettere del nome e del cognome di Mauro, cominciò a chiamarlo Fauro Mabbri e da allora continua a chiamarlo così.

    Un aneddoto curioso, degno di ricordo, è quello accaduto durante una serata danzante per il veglione di San Silvestro presso la sala “Milleluci” di Torre Di Gaffe (Licata). Un facinoroso mezzo ubriaco, durante la tradizionale pausa dopo il brindisi di mezzanotte, si accostò al bancone del bar pretendendo di bere gratuitamente un whisky.

    Al diniego del barman egli estrasse una pistola 7.65 che caricò pronta per sparare. Il barman, per nulla spaventato, reagì con un vibrante schiaffone che cogliendo di sorpresa il delinquente lo lasciò disarmato. A quel punto sia i ragazzi del gruppo sia tutte le persone ch’erano nelle vicinanze fuggirono per paura che la pistola potesse sparare. Sulla pista l’arma fu presa a calcioni dalla gente per allontanarla dal delinquente. Ci fu un attimo di grande panico.

    Solo il pronto intervento della polizia con l’arresto del soggetto tranquillizzò la platea, ma la serata oramai rovinata non ebbe seguito. Al proprietario del “Milleluci”, conseguentemente a quel tragico episodio, non è più stata concessa l’autorizzazione per lo svolgimento di manifestazioni danzanti. La struttura, oramai fatiscente perché abbandonata all’incuria e alle intemperie, è ancora visibile lungo la provinciale per Licata.

    I ragazzi della “S.p.A.”, nel frattempo, s’erano dileguati: chi s’era rinchiuso nei bagni, chi era scappato verso l’esterno della sala e chi come Marcello Romeo che, preso dalla paura, s’era rifugiato dietro una delle due enormi casse acustiche. Nonostante i tanti anni trascorsi, i non più ragazzi della “S.p.A.” non sono riusciti a dimenticare quell’evento così tragicomico.

    Non vorrei tediare il lettore, ma non posso fare a meno di raccontare una mia quasi simile esperienza. Suonavo presso il “Cotton Club”, un rinomato pub di Marsala. Durante una pausa ne profittai per andare in bagno. La serratura della porta d’ingresso al W.C. non funzionava bene e per chiuderla forzai la maniglia che rimase nelle mie mani. In pratica non riuscii più ad aprire la porta. Trovandosi i bagni a un piano sottostante il locale, per quanto gridassi e battessi forte i pugni alla porta, nessuno mi sentì. Questo perché, nel frattempo, il proprietario del “pub” aveva acceso lo stereo che diffondeva in mia assenza una musica ad alto volume. Dovetti attendere che qualcuno mi venisse a cercare, visto che mancavo già da un bel po’, per accorgersi dell’incresciosa situazione nella quale, mio malgrado, mi fossi venuto a trovare. Il proprietario fece tutto ciò ch’era nelle sue possibilità, utilizzando tutti gli arnesi a sua disposizione per tentare di forzare la serratura, ma invano.

    A un certo punto, non trovando altri sistemi alternativi, un cliente presentatosi come un poliziotto in borghese, si offerse d’adoperare la sua pistola d’ordinanza per fare saltare la serratura della porta. Questo anche perché m’era sopraggiunto un attacco d’ansia con tachicardia, a causa della mia asfissiante sensazione claustrofobica che non mi faceva stare bene. Il proprietario si disse d’accordo, ma quando mi proposero la cosa ero molto titubante perché non sapevo a che rischi sarei andato incontro.

    Il poliziotto mi chiese se all’interno del W.C. c’era qualcosa che mi potesse proteggere dal proiettile. Risposi che c’era una colonna portante in cemento dietro alla quale avrei potuto ripararmi. Mi disse, allora, di farlo e di non avere paura ché tutto sarebbe andato per il meglio. Non ne fui molto convinto, ma per uscire da quella trappola avrei fatto la qualsiasi.

    Quando fu il momento dello sparo ebbi come la sensazione che da lì a poco avrei provato un fortissimo dolore, ma per mia grande fortuna non fu così. Il proiettile rimase ficcato nel vano della serratura che si sfaldò consentendomi d’uscire da quella forse probabile sepolcrale trappola. Un’esperienza che non auguro certamente ad alcuno.

    Un altro aneddoto che riguarda la “S.P.A.” fu quando a una serata di Carnevale, effettuata presso il “Cinema Nuovo” di Mazara, furono costretti a suonare per terra e non sul palco interamente occupato dai “Pooh”. I ragazzi si lamentarono di questo fatto, in special modo Franco Messina soprannominato “lu baruni” per il suo portamento altero. In cambio, però, ricevettero un sonoro “Si vuliti sunari, sunati ‘ddocu, sinnò vinni putiti anchi iri a la casa”, che tradotto significa “Se volete suonare, suonate lì, altrimenti ve ne potete anche andare a casa”. A quel punto, visto che “Ubi major, minor cessat”, rimasero a suonare a terra.

    I ragazzi della “Società per Azioni”, nella loro formazione classica, hanno suonato fino al 1986 spesso impegnati quale gruppo di spalla delle più importanti “attrazioni” musicali dell’epoca come Renato Rascel, i Pooh, Mia Martini, Jimmy Fontana, I Profeti, I Dik Dik, Giovanna, Chocolat’s, Gianni Morandi, Franco Franchi, Rovescio della Medaglia, I Ricchi e Poveri, Matia Bazar, Fred Bongusto, Fausto Leali, Lucio Dalla in tour agrigentino, etc. Rimasero, poi, inattivi fino al 17 maggio del 2003, data in cui organizzarono un’indimenticabile serata presso il prestigioso “Teatro Selinus” di Castelvetrano, con un memorial in ricordo dell’amico Gino Rizzo.

    Senza provare e con un semplice ripasso del vecchio repertorio, gli oramai cinquantenni ragazzi della storica “S.p.A.” si sono accorti che il feeling fra di loro non era stato per niente scalfito dal tempo. Un rinnovato entusiasmo li pervase e ridando “fiato alle trombe”, a detta del buon Mike Bongiorno riferendosi al regista Turchetti del suo più famoso programma a quiz “Rischiatutto”, hanno provato a ricominciare daccapo.

    In poco meno di un anno di sfibranti prove, hanno messo su uno spettacolo con la trasposizione scenica del più famoso lavoro discografico dei Pink Floyd, “The dark side of the moon” e la realizzazione di una serie di concerti in tutta la Sicilia. Per questo ambizioso progetto si fecero collaborare da altri bravi musicisti, quali: Giacomo Bua alla chitarra, Giovanni Giò Augello al sax e Salvatore Di Stefano alle tastiere. Al loro fianco anche quattro eccellenti cantanti: Francesca Leo, Alessandra Messina, Francesca Giaramita e Marta Biondo.

    Quest’ultima esperienza li ha decisamente catapultati in una dimensione di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro gruppo castelvetranese e della provincia in genere. Prima d’iniziare un nuovo progetto abbiamo assistito, purtroppo, alla loro definitiva scissione in due gruppi musicali. In quello che ha mantenuto il nome della “S.p.A. Music” è rimasto Marcello Romeo e Franco Messina, mentre nell’altro, “Selinon Band”, si sono riuniti Nicola Santangelo, Salvatore Orlando, Salvatore Di Stefano, Francesca Giaramita con l’apporto di Vito Ferrantello alla chitarra.

    Pino Leggio ha preferito ritirarsi definitivamente dalle scene dedicando buona parte della sua vita alla direzione d’un coro ecclesiastico che si è rivelato il migliore della provincia di Trapani. Romeo e Messina, insieme a Mario Gammarinaro alla batteria, Bruno Musiari alla chitarra e Vincenzo Lo Porto al basso, hanno dato vita a nuovi progetti con recital sui grandi palchi siciliani in onore a Lucio Dalla “Il nostro amico Lucio”, Fabrizio De Andrè e la P.F.M. Quest’ultimo progetto li vede ancora oggi impegnati nelle grandi piazze e nelle migliori location dell’isola.

    Il grande afflusso di pubblico che interviene ad applaudirli, come i duemila presenti al parco archeologico di Selinunte innanzi al tempio di Hera, sono la tangibile testimonianza che la carica esplosiva della “S.P.A. Music” non solo non si è ancora esaurita, ma è pronta a dare sfoggio della sua magnificenza per chissà quanto tempo ancora.

    Vorrei ricordare alcune altre tappe della “S.p.A.” tra il 1980 e il 1986. Nel 1980 Salvatore Orlando parte per il servizio militare di leva e fino all’anno successivo lo sostituisce l’amico Gino Rizzo. Giovanni Orlando, fratello di Salvatore e anche lui batterista entra, nel frattempo, a far parte della grande famiglia della “S.p.A.”, ma come tecnico del suono. Egli ricorda che rimaneva seduto a terra durante le esibizioni del gruppo, sistemandosi proprio sotto la batteria suonata all’epoca da Gino Rizzo. Essendo questi molto corpulento e considerando che non si risparmiava quando s’esibiva, sudava maledettamente. Giovanni doveva quartiarisi, per non essere colpito dal sudore che grondava dalla fronte di Gino, quando questi faceva dei violenti passaggi, scuotendo la testa da una parte all’altra.

    Per non dire che il suo suonare abbastanza incisivo, faceva sì che sfondasse, regolarmente per ogni serata, almeno un paio di pelli del rullante. Cosicché Giovanni, da bravo tecnico e a conoscenza del fatto, solitamente si portava anche il suo di rullante. Questo perché quando Gino sfondava la prima pelle, per non perdere tempo a sostituirla, gli passava il suo di rullante. Operava, nel frattempo, la sostituzione per, poi, sfondata anche la seconda pelle, tornargli il suo con la pelle nuova.

    Oltre a Giovanni anche il fratello di Nicola, Filippo Santangelo, collaborava come tecnico video della “S.p.A.”. Nel 1981 torna dal servizio militare Salvatore Orlando che riprende il suo posto nella “S.p.A.”. Parte a sua volta Marcello Romeo che è sostituito, sempre per lo stretto periodo necessario all’espletamento del servizio di leva, da Salvatore Di Stefano di Partanna. L’anno successivo, col ritorno di Marcello, la formazione classica è di nuovo al gran completo nel nuovo studio di casa Santangelo in via Agesilao Milano.

    Nel 1984 Marcello va a realizzare, insieme a Nicola Mangiaracina, il progetto dei “Magma”, un gruppo musicale formato da Nicola Mangiaracina al piano, Marcello Romeo alle tastiere, Vito Ferrantello alla chitarra, Vincenzo Lo Porto al basso, Gino Rizzo alla batteria, Filippo Mezzapelle al sax e Paolo Architetto alle percussioni. Opportunamente inserivano altri due elementi di Mazara, un altro sassofonista e un eccezionale percussionista, che Gino volle portare in seno al gruppo in quanto molto bravi e di sicuro apporto positivo come, poi, effettivamente si rivelarono. Questo gruppo si fece molto apprezzare negli ambienti musicali locali e non solo per la corposità del gruppo, ma anche per l’abilità tecnica e d’improvvisazione solistica che ciascuno di essi era in grado d’offrire. Se non sono riusciti ad arrivare al grande successo è solo e sempre per il solito motivo: siamo del sud.

    Il nome i “Magma” era stato scelto dopo che nel 1981, per la produzione di un nuovo CD, a una formazione inedita e formata soltanto per quell’occasione era stato dato il nome “Magma”. Quella formazione vedeva: Nicola Mangiaracina al piano e tastiere, Vito Ferrantello alla chitarra, Pino Adorno al basso, Mario Giammarinaro alla batteria e Piero Masaracchio al sax. Il CD fu registrato a Catania presso la casa discografica di Gianni Bella. Conteneva nella facciata A “Piccole emozioni” e nella facciata B “Ma che bella compagnia”. Tutti e due i brani erano stati composti dal ginecologo castelvetranese Vito Signorello. Lo stesso è l’autore di “E camminare” il brano con il quale il nostro bravissimo cantante Peppe Clemente ha vinto l’edizione del “Cantagiro 1991”, di Ezio Radaelli, nella categoria “Primo applauso”.

    Anch’io ebbi una piccola e breve esperienza con la formazione storica degli amici della “S.p.A.”. Il progetto riguardava la realizzazione d’un album con brani inediti da me composti che contenevano dei testi un po’ strani e il rock come arrangiamento di base. Non eravamo, però, giunti nemmeno a metà del lavoro che, per problemi contingenti, il progetto abortì. Di quell’esperienza mi è rimasta soltanto un’audio cassetta stereo sette dove abbiamo registrato quei pochi brani ch’eravamo riusciti a definire. Racconto questo fatto perché l’anno successivo alcuni nuovi gruppi musicali nazionali si presentarono con un nuovo genere fatto di testi demenziali (tipo quelli che avevo scritto io) e il rock come arrangiamento musicale. In pratica io e la “S.p.A.” avevamo trovato la formula del “rock demenziale” e non sapevamo di essere stati, involontariamente, i precursori di questo particolare genere.

    Tornando alla storia della “S.p.A.”, dopo l’uscita di Marcello, entrarono a farne parte: Salvatore Barone di Menfi alle tastiere, Roberto Messina di Partanna e il castelvetranese Michele Lentini, grande maestro di banda, ambedue al sax. Nel 1986 il gruppo si sciolse definitivamente per problemi relativi alle varie attività professionali di ognuno di essi. Il rock, fra l’altro, aveva esaurito tutta la forza prorompente degli anni settanta (il nuovo interesse dei giovani adesso era la “Disco Music”) e la “S.p.A.”, da sempre gruppo prevalentemente rock, non si sentiva più a suo agio nel rappresentare quei giovani che richiedevano altra tipologia di musica.

    Nicola Santangelo è stato l’unico che non ha mai smesso di suonare, cercando e inventando sempre nuove formule per rimanere al passo coi tempi e grazie al quale la stella fulgente della rinata “S.p.A.” ha potuto risplendere nuovamente per irradiare nuova e più lucente luce.

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    Arredo Gulotta P1