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Quando la passione per la musica passa da padre a figlio: la storia di Gigi Simanella

del 2014-07-16

Luigi Simanella (n. il 13.08.1954 a Castelvetrano)  “Un artista è per sempre. Mezzo secolo di vita dedita alla musica e all’arte”  a cura di Luigi Simanella    Dopo aver raccontato la storia di Raffaele Caravaglios, degli “Asteroidi”, della “S.p.A.”, dell’illustre preside Luciano Messina, proverò a raccontare anche la mia personale esperienza con il mondo della musica. Sarà un lungo viaggio attraverso mezzo secolo di esperienze, progetti, vita vissuta e quant’altro. Spero di non annoiarvi. Buona lettura.    Nel mio curriculum artistico c’è scritto: “Pianista, cantante, presentatore, cabarettista, animatore, istrionico intrattenitore, cantattore, scrittore, giornalista e storico di Salvatore Giuliano. Simanella, da tutti chiamato Gigi, fa parte di quella folta schiera d’artisti che hanno dedicato tutta la loro vita alla musica, allo spettacolo, all’arte e alla cultura non stancandosi mai di esserne puro e fedele messaggero”.  1964. Fu in quell’anno che ebbe inizio la mia lunghissima carriera. Frequentavo a quel tempo l’azione cattolica della Parrocchia di San Francesco di Paola. Sin da bambino avevo dimostrato un innato interesse verso il pianoforte. In famiglia, in effetti, già mio zio Rosario, detto Sarino, lo suonava durante la proiezione dei film muti di Ridolini e Tom Mix. Non possedendo un pianoforte, dovetti accontentarmi d’una chitarra acustica. Per racimolare un po’ di soldi, dovetti rinunciare alla mia collezione di “giornaletti” di Capitan Mike, Black Macigno e Tex Willer. Li vendetti, infatti, a un ambulante che saltuariamente si sistemava con la sua bancarella sotto l’orologio di piazza Matteotti. Comprava la merce a un quarto del suo prezzo di copertina e la rivendeva a metà prezzo. Raccolsi diecimila lire con le quali acquistai, nel negozio di “Granata” in fondo alla centralissima via Vittorio Emanuele, una mediocre chitarra folk. Per imparare a farla suonare profittavo della pazienza di Michele Indelicato al quale cercavo di rubare quelle informazioni utili per imparare a suonarla anch’io. Rotta la prima chitarra, ne acquistai un’altra nel nuovo negozio di strumenti musicali di Natale Curti a Mazara del Vallo al prezzo di quattordici mila lire. Era una EKO sei corde irrobustita da una spessa patina di vernice. Continuavo, nel frattempo, a profittare della bontà di Michele per imparare qualche accordo. Questi un bel giorno, continuamente da me infastidito, mi prese e mi condusse nella sala biliardi annessa alla sacrestia della chiesa. Qui cominciò a spiegarmi il meccanismo intorno al quale ruota tutta l’armonia musicale. Certo per lui era facile, ma per me era un mondo nuovo e non riuscivo a capire quel che lui insistentemente voleva farmi comprendere. Innervosendosi cominciò a darmi “amichevoli” calci nel sedere e scappellotti insistendo, fino alla nausea, per farmi entrare in testa il famoso “meccanismo”. Furono le due ore più interminabili della mia vita. Ero preso dalla voglia d’imparare, ma non mi andava di continuare a prendere botte, seppur amichevoli. Fu dopo l’ennesimo calcio che ebbi come un lampo di genio. D’un tratto compresi, finalmente, come mettere in pratica i preziosi suggerimenti di Michele. Tutto adesso diventava facilissimo e di accordi ne scoprivo a decine giorno dopo giorno. Bastava che mi allenassi tutti i giorni e dalla teoria passavo alla pratica con molta facilità. Quando mio padre si rese conto che facevo sul serio, si rivolse a Francesco Cicciu Morrione con il quale completai quel percorso formativo che mi permise, in poco tempo, di poter suonare la chitarra in maniera professionalmente dignitosa.  1966. Ebbi una crisi di rigetto e vendetti la chitarra, abbandonando ogni aspirazione a diventare un vero musicista.  1967. Dopo quel breve periodo di crisi, ripresi a suonare la chitarra. Ne ricomprai una nuova, sempre EKO, ma con dodici corde. Aveva un suono celestiale, ma per accordarla impiegavo buona parte di quel poco di tempo libero che mi restava a disposizione dopo che avevo finito con i compiti scolastici. Ripassai tutto quello che avevo imparato con Franco e Michele, sfruttando sempre il sistema di quest’ultimo, ampliando così le mie conoscenze armoniche. A un certo punto sentii anch’io, come tutti d’altronde, l’esigenza di suonare in gruppo. Così, con Nino Catalano, al quale nel frattempo avevo trasferito tutto ciò che avevo imparato sulla chitarra, e Mario Lipari, indimenticabile compagno di liceo, di nottate e di mattinate passate sui libri a studiare, abbiamo formato una specie di complessino sul modello dei Beatles. Mario si mise alla “batteria” (in verità erano le sedie di casa mia che avevano il fondo in compensato). Tutti i pomeriggi, finiti i compiti e facendo finta di essere dei veri musicisti, io, Nino e Mario, abbiamo dato forma a un trio del tutto improvvisato.  1968. Il 18 gennaio di quell’anno la terra tremò in tutta la Valle del Belìce. Io e la mia famiglia, per un certo periodo, andammo ad abitare in una baracca che mio padre comprò e sistemò sul marciapiede della villa “Parco delle Rimembranze”, di fronte casa nostra nel viale Roma. Tutto il marciapiede della villa era pieno di baracche di altre persone “sfollate”. Dopo alcune settimane di questa precaria situazione, pian piano ritornammo tutti alle nostre case riprendendo una vita normale. Le baracche, però, non furono rimosse, cosicché ne profittammo e adibimmo la mia a sala prove. Organizzammo, infatti, il primo quasi vero complesso musicale. In pratica ci serviva la batteria e il basso perché io e Nino avevamo già le chitarre. Il modello di riferimento rimanevano i Beatles. Così ci armammo di grande fantasia, che allora né mancava né poteva mancare poiché i mezzi erano davvero scarsi e gli oggetti di svago ce li dovevamo inventare di sana pianta. Costruimmo uno strumento che doveva sostituire il basso. Adoperammo una “bagnera” di plastica, una “curdina” anch’essa in plastica e un bastone per la scopa. In pratica capovolgendo la “bagnera” e praticandole un foro al centro del fondo, abbiamo introdotto il bastone nel foro. Abbiamo attaccato, poi, la “curdina” alle due estremità del bastone facendola passare per la parte larga della “bagnera”. In questa maniera, tirando il bastone, la corda di plastica s’irrigidiva e facendo finta di suonare un vero strumento musicale emetteva dei suoni acuti; mentre, flettendo il bastone, la corda s’ammorbidiva emettendo dei suoni gravi. In pratica bastava un buon orecchio e si potevano emulare delle vere note più o meno esatte con il semplice movimento di flettere e tendere la corda. Il suono a sua volta era amplificato dalla cassa armonica della “bagnera” capovolta. Il geniale bassista fu Nino Nastasi. Per la batteria, invece, recuperammo quanti più possibile fustini di Dash, vuoti naturalmente, che funsero da timpani. Per i piatti adoperammo quelli che facevano da coperchio ai lampioni del viale Roma, posti sopra il marciapiede della villa succitata che, a causa del terremoto, erano caduti a terra. Li attaccammo con un laccio al tetto della baracca ed ecco che la batteria fu pronta. Per mazzuole Mario adoperava “li sagnatura”, i mattarelli. Non eravamo certo i Beatles, ma che ce n’importava, adesso potevamo in qualche modo suonare. Occorreva, però, che qualcuno di noi imparasse a suonare l’organo perché diventava necessario per suonare altri brani in cui era prevista la presenza di questo strumento. E chi se non io, visto ch’ero più bravo alla chitarra e che la mia vera passione era il pianoforte? L’unico strumento che sono riuscito ad acquistare, racimolando soldi di regali e modesti risparmi, fu una pianola a ventola che ancora possiedo. Rimasi per qualche mese chiuso in casa a trasferire tutte le mie conoscenze armoniche dalla tastiera della chitarra alla tastiera della pianola. Capivo che la musica era uguale per tutti gli strumenti. Quel famoso sistema di Michele doveva funzionare per forza anche per la tastiera della pianola. In effetti bastò applicare quelle stesse regole che pian piano gli accordi uscivano da soli. Nel giro di pochi mesi fui in grado d’accompagnare, armonicamente parlando, quasi tutte le canzoni d’allora.  1969. Nell’estate di quell’anno, continuando a frequentare l’azione cattolica, ebbi accesso al primo campeggio femminile che si fece a Triscina, dove i “Rosminiani” avevano innalzato una tendopoli ch’era servita per accogliere i senzatetto a causa del terremoto. Tendopoli che in seguito diventò una colonia con tanto di fabbricato, bagni con docce, campo da tennis e calcetto. Oggi è ancora funzionante come Arena “Samafè” che il responsabile professor Antonino Vaccarino utilizza come sede estiva del suo cinema “Marconi” di Castelvetrano. Oltre alla normale programmazione di film, vi sono stati realizzati alcuni eventi artistico-cultural-musicali. Ero l’unico ragazzo che aveva accesso al campeggio, quindi la sera mi trovavo in mezzo a tante belle ragazze, mie coetanee, messe in cerchio attorno a un falò. Il mio compito era intrattenerle coinvolgendole nel cantare le meravigliose melodie delle indimenticabili canzoni degli anni sessanta. Mi chiamavano, “Gigi, la chitarra”, perché non me ne separavo mai. Spezzai qualche cuore in quei quindici giorni di campeggio. D’altronde era l’età delle prime cotte giovanili e io subii il fascino di qualcuna delle più belle ragazze che campeggiavano a Triscina. Questa, però, è tutta un’altra storia. Ricordo che fu in quella magica estate che, mentre si scherzava fra noi ragazzi, era il 20 luglio, abbiano assistito in diretta TV al primo allunaggio di una navicella spaziale americana, l’Apollo 11. Il primo uomo che posò piede sul nostro satellite Luna fu l’americano Neil Armstrong, subito seguito da Edwin E. Aldrin Jr. Continuavo, intanto, a frequentare la Parrocchia di S. Francesco e fu in quell’anno che Padre Parroco Costantino Trapani un giorno ci fece una sorpresa. Ci comprò, presso il negozio di Natale Curti, tutta la strumentazione nuova, moderna ed elettrica. Noi non avevamo alcuna possibilità d’acquistare, allora, strumenti nuovi. L’unico negozio che vendeva strumenti musicali, e quant’altro, era la ditta “Bagnini” sita in piazza di Spagna a Roma. Non so come, ma riuscivano a vendere i loro prodotti soltanto a mille lire al mese. Ovviamente ci volevano dieci anni prima di finire di pagarli, ma era pur sempre un’opportunità. A ogni modo il problema lo risolvette il buon Padre Parroco. Acquistò un vero organo elettrico, una vera batteria con tutti i piatti, un vero basso e una vera chitarra elettrica con i relativi amplificatori. Comprò pure un impianto vocale Davoli con tanto di effetto eco molto in voga a quei tempi. Non stavamo più nella pelle. Finalmente un vero complesso. Ci buttammo a capofitto sui nuovi strumenti e cominciammo a elaborare un nostro repertorio. Fu lo stesso Padre Parroco che, in seguito, c’invitò a suonare alla Messa: “Perché non imparate i nuovi canti domenicali e li accompagnate con i vostri strumenti?”. Abbiamo pensato: “Ma ch’è impazzito? Gli strumenti elettrici in Chiesa, vuol forse fare fuggire la gente?”. Lui, però, insistette: “Bisogna mettere il talento che Dio ci dona a disposizione degli altri fratelli”, grandezza di un prete! Nacque, in pratica, la famosa “messa beat”. I canti non erano più le solite litanie di stampo più o meno gregoriano, ma dei veri e propri brani rock suonati, fra l’altro, a un volume non certo contenuto. Alla formazione si aggiunse Peppe Asta al sax. Avevo organizzato, nel contempo, un coro abbastanza nutrito di ragazzi e ragazze che frequentavano la Parrocchia. Dopo aver provato con loro i nuovi canti, li feci sistemare sparpagliati fra la gente, invece di tenerli tutti uniti intorno all’altare. Questo permise che anche le persone cantavano stimolate da un vicino di banco che cantava a sua volta; mentre mettere il coro tutto da una parte avrebbe prodotto il risultato che la gente rimaneva ad ascoltare senza partecipare. Insomma con quei brani rock, ma con i testi religiosi, gli strumenti a tutto volume, il coro così ben distribuito, la gente invece di andarsene nelle altre chiese per assistere alla Santa Messa, venivano in massa nella nostra. Ogni domenica, già prima dell’ora della Santa Messa, tutti i devoti venivano a sedersi occupando i primi posti ed evitando di rimanere fuori, talmente era la calca. Siamo stati imitati quasi subito da tante altre Parrocchie anche dei paesi vicini. Ancora oggi qualche amico o conoscente, più o meno avanti con gli anni, con mia grande soddisfazione incontrandomi mi dice: “Gigi, com’era bellu quannu sunavi tu a la chiesa!”. Con la stessa formazione suonammo, per il nostro primo carnevale, nella sala giochi della Parrocchia. Il nome che abbiamo dato al gruppo fu quello dei “Riflessi”. Cominciava così la nostra avventura nel mondo dei complessi musicali castelvetranesi che ci ha visto, poi, dirigerci ognuno verso le proprie esperienze professionali e che nel corso di questo meraviglioso viaggio racconterò.  1970. Nacque il complesso dei “Jolly ‘70” con: Franco Leto alla chitarra accompagnamento, Franco Morrione alla chitarra solista, Franco Triolo alla batteria, la sorella Giovanna all’organo, Vincenzo Chiofalo, detto “bassittuni” per via dei folti basettoni, al basso e Robertino Ferro cantante solista. La formazione nello stesso anno subì delle variazioni. Alla batteria entrò Giovanni Curiale, al basso Giovanni Patti e alla tromba Peppe Vaccaro.  1971. Ricordo una domenica di maggio. Avevo appena finito di suonare per la “messa beat”, quando all’uscita trovai ad attendermi Franco Morrione e Giovanni Patti. Mi proposero d’entrare a far parte del loro complesso. Dissi ch’ero molto lusingato, ma che non mi sentivo all’altezza (loro erano già dei professionisti, io invece conoscevo solo qualche accordo sulla tastiera dell’organo). Essi insistettero rassicurandomi che cercavano un organista che conoscesse, appunto, l’“armonia”. Così accettai, ma dissi che non avevo nemmeno gli strumenti per suonare. Cominciai allora a convincere mio padre a comprarmi un organo con l’amplificatore. Ricordo che ci furono giorni che oserei dire drammatici con ricatti, minacce e quant’altro pur di ottenere ciò che desideravo. Alla fine vinsi, o persi, ma lì il discorso si fa troppo lungo. Mio padre dovette fare un prestito bancario per comprarmi il primo organo, un Farfisa modello Fast 5, con relativo amplificatore. Acquistai il tutto da Salvatore Turiddu Triolo, papà di Franco e Giovanna. Cominciammo, così, a provare. La formazione era la seguente: io all’organo, Franco Morrione alla chitarra, Giovanni Patti al basso, Giovanni Curiale alla batteria, Vincenzo Ferrantello alla tromba e Pippo (detto Peppe) Asta al sax e flauto traverso. Il primo Carnevale, ne feci più di trenta alla fine, lo abbiamo fatto presso il circolo A.C.L.I. di Partanna che si trovava in una baracca vicino alla famosa fontana “di l’abbiviratura”. L’impegno lo aveva preso Vincenzo Messana, un barbiere amico di Giovanni Curiale che si dilettava a cantare e che realizzò, in seguito, un 45 giri dal titolo “Non tentarmi”. Un giorno siamo andati a suonare a un matrimonio che si svolse a Selinunte presso il ristorante “Miramare”. Durante il pranzo, un certo signor Prinzivalli s’avvicinò a noi insieme alla figlia, una ragazzina allora dodicenne molto vivace e assai graziosa. Prinzivalli era un tipo simpaticissimo e di grande cuore, con dei baffetti birbanti e un mezzo braccio mancante che suscitava un sentimento di sensibile tenerezza, che Dio l’abbia in gloria. Nel presentarci la figlia Anna Maria ci chiese se potevamo farle cantare una canzone e noi l’accontentammo. La ragazza fece un tale figurone che da lì a poco entrò a far parte dei “Jolly ‘70”. Ebbi, nel frattempo, bisogno d’acquistare degli strumenti nuovi. Questa volta non dissi niente a mio padre. Vendetti l’organo al professore, oggi preside in pensione, Salvatore Totò Ferri, e mi recai da Natale Curti per acquistare degli strumenti nuovi. Curti accettò di vendermeli con delle cambiali, ma volle che oltre a firmarle io, ch’ero minorenne, mi facesse da garante qualcuno più grande. Così, insieme a me, firmò anche Giovanni Curiale. Mio padre si arrabbiò molto, poi, quando seppe di questa cosa, ma noi ragazzi di ieri eravamo in grado di fare anche questo. L’impianto vocale l’aveva, nel frattempo, comprato Giuseppe Ferro il cui figlio Robertino cantava qualche canzone con noi in napoletano. L’unica cosa che mancava al gruppo era un mezzo di trasporto. Ci arrangiavamo dapprima con la macchina di Giovanni Curiale, un’Autobianchi 111, ma lo spazio a nostra disposizione era insufficiente. Si fece, allora, avanti un cugino di Giovanni Patti, Antonino Risalvato, che affettuosamente chiamavamo Nino Necchi perché rivenditore dell’omonima macchina da cucire, che ci mise a disposizione il suo furgone, un Fiat 850 che utilizzava per la sua azienda.  1972. Partecipai con i “Jolly ‘70” al “Gonfalone d’oro” una manifestazione radiofonica nazionale che la R.A.I. organizzava in giro per l’Italia. Si svolse presso il “Cine Teatro Palme” di Castelvetrano. Con noi alla chitarra c’era Nino Catalano, che fungeva anche da cantante in sostituzione di Anna Maria impegnata per un’audizione a Milano. Presentammo un brano in inglese dei Creedence Clearwater Revival, “Have you ever seen the rain”. Presso il ristorante “Lido Nettuno” di Tre Fontane, di proprietà di Simone Agola organista dell’Orchestra “2000”, si organizzò, nel frattempo, un festival di voci nuove e di gruppi musicali. Vinse il festival Enrico Maggio, chitarrista-cantante di Campobello, che in seguito si trasferì in Svizzera dove adesso vive continuando a fare il musicista. Fu in quell’occasione che fui notato dai componenti i “2000”. Avendo, infatti, partecipato a quel festival anche Anna Maria Prinzivalli, però da solista e con il brano “Montagne Verdi” che conoscevo bene, fui io ad accompagnarla insieme ai “2000”. Da quell’occasionale esperienza nacque, poi, un sodalizio che durò per ben dieci anni.  1973. Gli altri gruppi con i quali fra il 1970 e il 1973 avevo suonato, seppur per brevi periodi, sono stati: “I Patrizi” di Campobello - Franco Morrione alla chitarra solista, Pietro La Commare al basso, Filippo La Chiana al sax, Nicola Giardina voce solista; con “Il Folle Procedimento” di Partanna – Benedetto Augello al basso, Matteo Ferreri alla chitarra e Saverio Li Causi alla batteria; con “La Giovane Età” di Gibellina – Antonio Vivona alla chitarra, Rosario Drago al basso, Rocco Bonura alla batteria e Pippo Ferrara voce solista - e con un altro quartetto di Castelvetrano – Franco Morrione alla chitarra, Vincenzo Scarpinati al basso, Massimo Trapani alla batteria e voce solista. Non posso, poi, non ricordare il mio amatissimo compagno di scuola, Ninni Ruggeri, eccezionale chitarrista di Menfi. Mio dolce carissimo amico, te ne sei andato quando la vita cominciava a sorriderti. Il tuo corpo in fondo a un viadotto grida ancora perché. Conservo una tua poesia, “Quando, quando, quando”, nella quale ti rivedo, angelo biondo in mezzo al niente che ci circonda. Bando ai sentimentalismi, nel mese di dicembre del 1973 entrai a far parte dei “2000”. Avevo sposato da poco colei che da oramai quarantuno anni mi è compagna nella vita, Anna Maria. La formazione dei “2000” era così composta: i fratelli Giammarinaro, soprannominati “muluna” per via di una loro nonna che di cognome faceva Melone, di cui: Vito alla chitarra solista, sax e clarinetto, Antonello detto Neddu, oggi non più fra noi, alla chitarra accompagnamento e tromba, Mario alla batteria tutti di Campobello di Mazara. Oltre a me, poi, c’era la moglie di Vito, Tina Di Maio, voce solista e Pino Adorno al basso, tutti e tre di Castelvetrano. Spesso, nel periodo estivo e in collaborazione con Natale Curti (lu zu Natali), andavamo a suonare nelle feste di piazza paesane. Sovente insieme a noi c’erano dei cantanti o complessi famosi in quel periodo: dai Camaleonti a Gianni Nazzaro, da Miranda Martino a Iva Zanicchi, per non parlare del mitico Pippo Baudo. Ricordo proprio col nostro Pippo nazionale un episodio che credo valga la pena raccontare. Suonavamo nella piazza principale di Sancono, nel catanese, per una festa paesana. Noi eravamo il complesso di base, Baudo presentava e l’ospite era Miranda Martino. Quest’ultima venne col suo pianista personale al quale, quando fu il momento, cedetti il posto al mio organo C.E.I. Il grande Pippo, nel frattempo, dopo aver presentato la meravigliosa Miranda Martino, rimase sul palco durante la sua esibizione canora. Non avendo, però, cosa fare e non essendo il tipo da rimanere con le mani in tasca (anche perché non c’entrerebbero), s’avvicinò al mio organo e, quindi, al maestro della Martino. Sapendo suonare anche lui il pianoforte (ricorderò ben volentieri, che è anche un compositore – indimenticabile la sua “Donna Rosa”), si mise a suonare la melodia d’un brano della Martino, mentre il maestro l’accompagnava con l’armonia. In effetti musicalmente e professionalmente ciò non era molto indicato, così il maestro si trovò costretto a “schiaffeggiare” la mano invadente di Baudo, interrompendo fra l'altro, anche se solo per un attimo, l’accompagnamento. Questi, però, imperterrito continuò e per tutta la canzone fu un continuo “schiaffeggiamento” esortativo a smetterla, ma che non ha prodotto alcun risultato causa il carattere giocherellone del nostro unico Pippo Baudo. Quando smise col maestro andò a nuocere anche il nostro batterista. Prese un paio di bacchette che Mario teneva di riserva e si mise anche lui a suonare la batteria percuotendone il tamburo. Mario, però, lo pregò di lasciarlo suonare in santa pace.  1975. Pino Adorno, un mese prima che nascesse mio figlio Daniele, che poi battezzò, vinse un concorso nelle FF.SS. a Paola in Calabria, dove si trasferì con tutta la famiglia lasciando di fatto l’Orchestra “2000”. Fu sostituito dal bassista cantante mazarese Alberto Tumbiolo.  1976. Anche Mario Giammarinaro vinse un concorso presso i Vigili del Fuoco di Alessandria e dovette lasciare l’orchestra. Fu sostituito da Renato Adorno, fratello di Pino. Renato rimase, però, nell’orchestra solo per un anno, poiché essendo entrato a lavorare all’I.M.A.M. il suo turno di lavoro non gli consentiva di conciliare ambedue gl’impegni. Fu sostituito da Leonardo Tumbiolo, batterista di Mazara, oggi non più fra noi.  1977. Suonavo ancora coi “2000”. A quel tempo oltre a me, c’erano i Giammarinaro al gran completo (Vito e sua moglie Tina, Nello e Mario), Leonardo e Vito Valenti (già chitarrista dei “Dioscuri”) che aveva preso il posto di Alberto al basso. Un giorno Leonardo venne a proporre al gruppo una tournèe in Tunisia per il mese di dicembre di quell’anno, dove un suo cugino, proprietario di un’agenzia viaggi di Mazara, stava organizzando un tour. Naturalmente non mancò l’entusiasmo, ma dovendo rimanere con i piedi per terra si abbandonò parzialmente l’idea. In pratica i Giammarinaro preferirono non partire per assolvere agli impegni presi per quel mese di dicembre. A me, a Vito Valenti e, naturalmente, a Leonardo Tumbiolo fu data libertà d’organizzarci per soddisfare il nostro legittimo desiderio di fare nuove esperienze. Trovando, poi, anche la disponibilità di Salvatore Turiddu Pipitone (lu biciclittista) per via della sua officina di riparazione di biciclette e bravissimo chitarrista di Mazara, avevamo composto la classica formazione a quattro: pianoforte (io), chitarra (Salvatore), basso (Vito) e batteria (Leonardo). I colleghi dell’Orchestra “2000” trovarono altri tre musicisti che ci sostituirono per quel mese di dicembre. Per noi fu un’esperienza unica. Fra l’altro, dopo qualche giorno ch’eravamo lì, feci venire anche mia moglie con mio figlio, che allora aveva appena due anni e mezzo. L’albergo che ci ospitava e in cui suonavamo tutte le sere era l’Hotel “Justinia” di Sousse (Susa), distante duecento chilometri da Tunisi e vicino Sfax. Allora il console di Sousse era Joseph Salsedo, un italiano di Pantelleria che dopo tante vicissitudini e a seguito della guerra del ’45 era andato a finire lì con la moglie, anche lei italiana con nobili origini. Non avevano figli e s’affezionarono talmente a Daniele che spesso c’invitavano a pranzare a casa loro facendoci gustare la gustosa cucina sia pantesca sia tunisina. Impossibile dimenticare queste due eccezionali persone, oramai passate a miglior vita. Di loro mi rimane soltanto una foto scattata durante la cena del Veglione di Capodanno quando vollero, a tutti i costi, ospiti al loro tavolo, mia moglie e mio figlio. Io e i ragazzi eravamo impegnati a rallegrare la serata. Tornati a Castelvetrano, dopo un mese di soggiorno a Sousse, ricomponemmo i “2000” per come li avevamo lasciati.  1979. Il Carnevale di quell’anno lo facemmo presso la sala “Moulin Rouge” di Campobello. Una sera, arrivando un po’ in ritardo ed entrando in sala, la trovai pienissima come non mai e notai altri musicisti che stavano suonando al posto nostro. Non sapevo né cosa pensare né che giustificazione plausibile addurre per il ritardo. M’avvicinai con fatica al palco, facendomi largo tra la folla asserragliata davanti al nuovo gruppo. Vidi, poi, i miei colleghi seduti lì vicino. Chiesi loro che cosa stesse succedendo e chi erano quelli che stavano suonando al posto nostro. “Come chi sono?”, disse Tina, “Non li hai riconosciuti? Sono i Matia Bazar”. “I Matia Bazar?”, domandai meravigliato. “Sì, proprio loro”, mi confermò sempre Tina. “E che ci fanno qui?”, chiesi ancora. E ancora Tina: “Niente! Il bassista, Aldo Stellita, (purtroppo dopo qualche anno è prematuramente deceduto), è originario di Campobello e più tardi dovranno suonare a Mazara. Stellita ha voluto accontentare i suoi parenti facendo un pezzo qui da noi prima di partire per Mazara”. Il brano che eseguirono fu quello che avevano presentato a Sanremo e con il quale s’erano imposti, meritoriamente, al vasto pubblico: “Cavallo bianco”. Sentire cantare Antonella Ruggiero, con quella sua voce così celestiale, fu un’emozione veramente struggente e per tutta la serata sfottemmo Tina dicendole: “E tu sei capace di cantare come Antonella?”. Sapevamo, naturalmente, che Tina non si offendeva perché la stimavamo tantissimo, poiché anche lei era una grande cantante un po’ meno fortunata dell’Antonella. Questo, purtroppo, è quello che succede a tutti i talenti locali che rimangono in questa patria di nessuno. Nel mese di maggio di quell’anno lasciai anch’io, anche se a malincuore, i “2000” poiché vinsi un concorso a Milano. Nei dieci mesi che rimasi al nord ne profittai per fare un po’ d’esperienza suonando in alcuni night club.  1980. Rientrai a Castelvetrano e trovai al mio posto nell’orchestra “2000” il fraterno amico di sempre Franco Ciccy Calcara.  1981. Ritornò da Alessandria Mario Giammarinaro, trasferito in provincia di Trapani, e riprese il posto nell’orchestra. Così la formazione per quell’anno fu: il solito e sempre presente Vito Giammarinaro, i fratelli Mario e Nello, la moglie Tina, Vito Valenti e Ciccy Calcara. Un giorno, durante un matrimonio al “Royal Party” di Castelvetrano, s’avvicinò all’orchestra Giovanni Cirabisi, meglio noto come “pacchiteddu”, soprannome attribuitogli da mio zio Salvatore Leonardi - “lu zu Turiddu” - gestore d’un impianto di rifornimento “Total”, di fronte all’allora albergo “Jolly Hotel”, dove Giovanni lavorava da ragazzo. Siccome era ben paffuto, mio zio un giorno gli disse: “Pacchiteddu, veni ‘ccà” e così da allora questo simpatico soprannome gli rimase fino al giorno in cui il Signore ha deciso di tenerlo in questa valle di lacrime. Giovanni propose a tutta l’orchestra un contratto di lavoro nel suo ristorante “Da Giovanni” a Lazise, sul lago di Garda, per l’intera stagione estiva. I “2000” avrebbero accettato ben volentieri, ma non potevano lasciare in asso una clientela affezionata con degli impegni già presi per quel periodo. Così, l’unico che assolutamente volle accettare l’offerta fu Franco Calcara e a qualsiasi costo (un’occasione del genere non si sarebbe ripresentata forse mai più). Venne a cercarmi e mi mise la pulce all’orecchio. Io, in effetti, tornando da Milano avevo perso sia il posto nell’orchestra sia il giro di lavoro, così ero discretamente disponibile. Oltretutto nel periodo estivo, fra ferie e quant’altro, potevo in qualche modo assentarmi dal posto di lavoro e, così, fui molto allettato da quella proposta. Lu ‘zu Giuvanninu (pacchiteddu) aveva detto a Franco che anche un trio poteva andare bene. Mettendosi, quindi, Franco al basso, che sapeva suonare bene oltre al pianoforte, e trovando un batterista disponibile, la cosa poteva anche realizzarsi. Pensai subito a Renato Adorno, al quale avevo battezzato la figlia Linda. Egli lavorava ancora all’I.M.A.M., ma durante il periodo estivo, profittando delle ferie, forse poteva assentarsi da Castelvetrano per tutta la stagione estiva. Glielo proponemmo e anche lui dimostrò un certo interesse per la cosa. Cominciammo subito a provare un repertorio che andasse bene per quei posti in cui la maggior parte dell’utenza era formata da tedeschi e, in ogni caso, da stranieri. Serviva, quindi, un repertorio internazionale. A fianco di questo repertorio curammo anche quello folclorico della terra nostra. Una richiesta che ci fece allora “lu zu Giuvanninu”, fu quella di suonare vestiti in costume prettamente siciliano: pantaloni neri alla zuava con jumma rossi, camicia rossa alla garibaldina con fazzoletto nero al collo, gilet nero senza bottoni e fascia addominale rigorosamente di colore rosso. Durante il corso di ogni serata avremmo dovuto lasciare gli strumenti tradizionali – pianoforte, basso e batteria – e, girando per i tavoli, intonare alcuni canti folkloristici accompagnandoci con la fisarmonica (Franco), la chitarra (io) e lo “cin ci rin ci” o tamburello e la “lancedda” (Renato). Dovetti acquistare tutta la strumentazione nuova, tra cui: un pianoforte verticale, un pianoforte elettrico Fender con relativo amplificatore, sempre della Fender. In pratica quel che dovevo guadagnare lo avevo già speso. Meno male che il buon Natale Curti mi fece credito, visto che oramai ero un affezionatissimo cliente. Così, dopo un paio di mesi, arrivammo a Lazise dove facemmo l’esperienza più bella della nostra vita sia artistica sia musicale.  1982. Ritornai a suonare a Lazise, però da solo e soltanto per il mese di giugno. Luglio e agosto mi sostituì il mio amico Nicola Mangiaracina. Facevo il pianista di pianobar e, volendo cambiare repertorio almeno settimanalmente, fui costretto a imparare tanto di quei brani che alla fine possedevo un repertorio vastissimo. Da allora alcuni miei colleghi mi hanno definito l’enciclopedico. Tornando da Lazise, ebbi l’opportunità di rientrare nel gruppo “Duemila”, poiché il mio amico Franco Calcara aveva vinto un concorso presso l’Anas di Torino. Lo stesso anno ho pensato d’iscrivermi alla S.I.A.E. Per me era un’impresa certo non facile, perché non avevo mai studiato musica, se non alla scuola media, e per superare gli esami d’ammissione dovevo per forza conoscerla. Il mio carattere impulsivo, ardimentoso e impavido m’indusse, però, a presentare ugualmente la domanda nella speranza che qualche santo m’avrebbe aiutato. Così un bel giorno fui chiamato presso la sede della S.I.A.E. di Palermo, in via Guardione. Non sto qui a raccontare tutti i particolari di quell’incredibile esperienza, ma dopo due anni, quando avevo perso oramai ogni speranza, un bel giorno arrivò un assegno a mio nome da parte del Banco di Roma con la stratosferica cifra di 4.469.833 lire per proventi S.I.A.E. maturati dal 1982 al 1984.  1984. Quei soldi erano qualcosa come circa 15.000 euro di oggi, c’era proprio da svenire, oh no? Mi sembrò la manna piovuta dal cielo che m’aiutò moltissimo nel pagamento della casa che avevo acquistato da poco. Nello stesso anno decisi di lasciare, definitivamente per questa volta, i “2000”e continuare la mia carriera da solista. Durante un matrimonio presso la sala ricevimenti “Samantha” di Partanna, poco prima che gli sposi giungessero in sala, il papà della sposa mi presentò un certo maestro Zito di Ribera. Il signor Raffaele Ottavio Zito era una persona non più giovane che aveva con se una custodia con dentro un violino. In effetti era un musicista che da tanti anni non suonava più, al quale gli sposi avevano chiesto di poter suonare qualcosa per il loro matrimonio. Da quell’improvvisato connubio nacque un duo, piano e violino, che per dieci anni imperversò per tre province: Trapani, Agrigento e Palermo. Posso dire con molto orgoglio di essere stato il precursore di questo tipo di formazione a due che oggi è la più richiesta durante i trattamenti nuziali.  1985. Nacque mia figlia Desirée. A lei ho dedicato il mio primo lavoro discografico: una cassetta stereo sette, pubblicata l’anno successivo, contenente dodici brani famosi da me eseguiti al pianoforte più due inediti da me composti: “Volando”, e “Desirée” che dava il titolo alla cassetta.  1987. Sulla scia del più famoso “Rondò Veneziano” del grande maestro Giampiero Reverberi, ebbi l’idea di formare a Castelvetrano un gruppo fotocopia che chiamai “Rondò Siciliano”. Ne fecero parte, oltre a me al pianoforte e tastiere elettroniche: la paesana Caterina Clemente all’oboe, i fratelli Franco e Roberto Federico di Campobello, rispettivamente al flauto e alla viola, Vita Nastasi e Anna Maniscalco di Strasatti, al violino. Fu una sorpresa per tutti, anche perché i ragazzi e le ragazze che formavano il “Rondò Siciliano” erano rigorosamente vestiti con la stessa tipologia d’abbigliamento del “Rondò Veneziano”. Cosicché, quando apparvero in pubblico per la prima volta, ci fu un sussulto di meraviglia perché lì per lì sembrò che fossero entrati in sala i veri “Rondò”. Un altro particolare da ricordare fu durante una festa in piazza a Menfi dov’erano intervenuti, per la curiosità di sentire il “Rondò Siciliano”, migliaia di persone. Ebbene, durante la nostra esibizione, venne qualcuno del comitato a riferirci che la gente si lamentava perché non suonavamo dal vivo, ma facevamo solo finta di suonare andando dietro a delle basi musicali. Bene, non potemmo che ringraziare di questo il pubblico perché era il più bel complimento che potevamo ricevere, perché stavamo suonando dal vivo (e guai se così non fosse stato). Il fatto che la nostra musica risultasse così perfetta da essere confusa con una base registrata, era quanto di più professionalmente positivo poteva capitarci. Così quando la gente, poi, si rese conto che in effetti non c’era né trucco né inganno, ci tributò un applauso lunghissimo, congratulandosi con tutti i ragazzi del “Rondò Siciliano”.  1989. Mi feci promotore per l’apertura a Castelvetrano di una scuola di musica dove i ragazzi potessero imparare a suonare guidati da maestri diplomati, senza doversi spostare a Trapani dove c’era il più vicino conservatorio. Nacque così il Liceo Musicale “G. Gershwin” con un concerto inaugurale che organizzai presso il Teatro “Selinus” di Castelvetrano. Intervennero musicisti del calibro di Riccardo Randisi con il suo trio, il violoncellista Giorgio Gasparro, un quartetto di ottoni e altri professori concertisti. Assunse la direzione artistica del Liceo il maestro Antonino Fortunato. Il Liceo fu una grande realtà per Castelvetrano, anche se, per motivi contingenti che non sto qui a raccontare, ebbe purtroppo vita breve. Infatti, dopo appena un anno d’attività, è stato chiuso.    1990. Venne a trovarmi un vecchio amico d’infanzia, anche lui musicista, emigrato in Germania dove si era dedicato dapprima alla ristorazione per, poi, passare alla videoproduzione: Martino Grande, chitarrista. Con lui c’era Manfred J. Scholz proprietario della “Film & Fernsehproduktion” per la produzione di films documentari con distribuzione: Germania, Francia e Italia. Il loro progetto era di realizzare un film documentario: “La Sicilia e i suoi Templi”, (cosa che realizzarono con grande professionalità), per il quale mi hanno chiesto d’occuparmi delle musiche che avrebbero accompagnato le immagini del film. Accettai l’incarico e composi “L’Aurora”, brano che registrammo presso lo studio musicale di Gianpaolo Morsello a Menfi. Fu una grande opportunità, per me, di far conoscere il mio modo di comporre a una platea che usciva dai nostri confini nazionali, spostandosi sia in Francia sia in Germania. Nello stesso anno, decisi di dare una svolta alla mia carriera di pianista e creai il personaggio di “Borsalino”. Realizzai una cassetta stereo sette, sempre presso lo studio di Menfi e con l’aiuto del bravissimo fisarmonicista Vincenzo Russo, che conteneva dodici brani di musica ballabile da me composti. Mi misi in testa un cappello alla Borsalino, indossai un vestito stile anni ’30 ed ecco pronto il nuovo artista. Conobbi un impresario di Petralia Soprana, Pino Li Puma, che mi organizzò una tournèe sulle Madonie. Con Li Puma s’instaurò un rapporto di grande amicizia e stima. Mi presentò anche a Gianni Contino, patron del “Cantamare”, un festival di voci nuove che si svolgeva a Cefalù.  1991. Partecipai al “Cantamare” presentando il brano “Borsalino tango”. Fra gli altri ospiti c’erano: Nico di Palo dei mitici “New Trolls”, James Senese dei “Napoli Centrale”, i Beans, Ivan Cattaneo, Flavia Fortunato e tanti altri, nonché Giuliano Gemma, uno dei più grandi attori di film “spaghetti western made in Italy”. A registrare quell’edizione 1991 c’era RAI 3. Fu un’esperienza, come si suole dire, più unica che rara e per un giorno mi sono sentito un vero divo della televisione. Fra l’altro due giorni dopo, nello stesso stadio di Cefalù, ho condotto, insieme alla mia orchestra “Borsalino’s Band” formata da dodici elementi, una serata con lo stadio pienissimo. Il mio cachet si alzò e di molto, tanto che Li Puma per ogni mia esibizione pretendeva due milioni, a parte l’orchestra. Mi trasferii, nel frattempo e per motivi familiari, nella vicina Partanna, dove il mio buon padre, che qui vuole essere ricordato, qualche mese dopo mi lasciò a causa della malattia del secolo. Continuando la collaborazione con la “Film & Fernsehproduktion”, composi le musiche di un nuovo lavoro documentaristico sulla produzione dell’olio d’oliva nella “Valle del Belìce”, finanziato dal Ministero dell’Agricoltura e distribuito in tutte le scuole d’Italia. La registrazione la facemmo ancora da Morsello a Menfi. Per quanto riguarda la mia attività di compositore, ho anche musicato alcuni testi dell’amico Matteo Chiaramonte. Insieme abbiamo realizzato l’“Inno alla Folgore” e l’“Inno alla Free Volley” squadre, rispettivamente, di calcio (serie D) e di pallavolo femminile (serie B nazionale) di Castelvetrano, nonché “Sei tu”, l’“Inno al Movimento per la Vita” del quale facciamo parte. Da un altro testo che ho musicato, pochi anni fa, scritto da Eros Falcetta, un bravissimo giovane cantante di Castelvetrano che si sta facendo strada nel mondo della musica nazionale, è nata “Tu sei il mio passato”, un brano che lo stesso Eros ha presentato in diversi contesti musicali con grande apprezzamento da parte di critici ed estimatori.  1992. Partecipai nuovamente al “Cantamare” ripetendo la fantastica esperienza dell’anno precedente. Il brano che ho presentato è stato “Lady Blues”, interpretato insieme alla bravissima cantante Giusy Di Carlo, accompagnati dai “Musicanova”. Andò in onda sempre su RAI 3. “Lady Blues” originariamente si chiamava “Onda blu” che avevo composto come sigla per l’omonima emittente televisiva che avevamo aperto a Castelvetrano insieme al mio carissimo amico Piero Chiofalo, presidente, (oggi Siciliauno). Una sera, incontrandomi con il compianto amico Lilly Rosolia, mi disse che un così bel brano era sprecato per essere utilizzato come sigla. Mi consigliò di cambiare qualcosa al testo e farlo diventare una canzone. In effetti mai suggerimento fu più appropriato, cosicché da “Onda Blu” nacque “Lady Blues” che ancora oggi è sicuramente il mio brano più bello e più conosciuto.  1993. Terzo e ultimo anno di partecipazione al “Cantamare”. Composi, per l’occasione, il brano “Non lasciateci soli” che interpretai con altri tre bravissimi cantanti: Leonardo Tumbiolo e Salvatore Accomando di Mazara del Vallo, e Gaspare Colletti, meglio noto come Marco Ferrari, di Menfi. Il brano, naturalmente, è contenuto nella compilation del “Cantamare”, edizione 1993. Lo presentammo anche in tutte le emittenti private locali, nonché a “Tele Regione” di Palermo. Nello stesso anno, recandomi a trovare mio fratello che viveva a Montréal in Canada, ebbi l’occasione di far conoscere il personaggio di Borsalino alla comunità italiana di quel paese. Fu molto apprezzato sia nelle performance dal vivo in alcuni locali montrealesi sia dopo l’intervista che Guido Renzi, un famoso cantante italiano degli anni sessanta, mi fece per conto di Tele Italia, l’emittente televisiva italiana a Montrèal. Ritornando dal Canada ho partecipato alla trasmissione “Serenate” di Fabio Fazio su RAI 2. Entrare negli studi televisivi della Rai di Milano penso sia la più gratificante e incredibile esperienza che un artista possa fare. Parlare con Fazio come se parlassi con il mio migliore amico, mi procurò una sensazione davvero molto appagante. Accanto a me, oltre a Nathalie Estrada e Andrea Perzi che conducevano la trasmissione, i Nomadi, Luca Carboni, Gianna Nannini, Loredana Bertè e Scialpi.  1994. Conobbi una giovane signora nativa di Rio De Janeiro sposata con un santaninfese, Salvatore Biondo. Rosangela Carneiro Dos Santos, in arte “Iris” aveva una bella voce e molta grinta tipica del popolo brasiliano. Decisi di mettermi a lavorare con lei preparando un repertorio di musica sud-americana: merengue, salsa e quant’altro di fortemente ballabile. Fra gli impegni ci fu una mini tournèe estiva nelle isole Egadi: Favignana, Levanzo e Marettimo. Le tre serate sono andate benissimo e la gente si è divertita ballando in piazza. Nel contempo ho accettato di fare parte d’un trio di “zampugnara”, dove io ero il cantore, Nino Bommarito il suonatore di “zampugna” e Nicola Muratore quello di “ciaramedda”. Per le festività natalizie andavamo a suonare nelle “novene” e nei presepi che, puntualmente, ogni anno si organizzano per ricordare la nascita del bambinello Gesù. Uno dei presepi più importanti della Sicilia, in cui siamo stati per diversi anni il gruppo ufficiale di “zampugnara”, è stato al presepe vivente di Custonaci che si tiene all’interno della grotta preistorica “Mangiapane”, o “Frangipane”, a Borgo Scurati. Eravamo rigorosamente vestiti con gli abiti di velluto a coste, la mantella nera e la pelle di pecora conciata sulle spalle.  1995. Stuzzicato e soddisfatto dell’esperienza con gli “zampugnara”, pensai di continuare questa nuova avventura creando un duo folkloristico insieme all’amico Ignazio De Blasi, “Il cantastorie della Valle del Belìce”. Proponevamo sia i canti più famosi del repertorio siciliano sia le storie che Ignazio, aiutandosi con i suoi cartelloni, raccontava nella classica forma del “cuntastorie”. Ci siamo esibiti in diversi comuni dell’entroterra siciliano riscuotendo unanimi consensi di pubblico e di critica (si dice così, no?).  1996. Rientrato a Castelvetrano, cominciai a collaborare con quella ch’era stata “Onda blu”, poi, “Siciliauno”. A quel tempo conducevo, insieme al mio carissimo amico Elio Ferraro, la trasmissione televisiva “Champagne”. Elio era il presentatore, mentre io, oltre a suonare il pianoforte, intervistavo i vari ospiti che invitavo di volta in volta in trasmissione. M’esibivo, poi, cantando insieme a un trio di ragazze che avevo battezzato, a buon titolo, col nome di “Brave e Belle” formato da: Valentina Abate, Giovanna Bertolino e Rosalinda Vaccaro. Quando non c’era Elio a ricoprire il ruolo di presentatore, c’era Piero Bua, personaggio molto noto a Castelvetrano per tutto ciò che ha fatto nel campo artistico e culturale. Per la trasmissione “Champagne” avevo anche composto sia la sigla iniziale del programma, “Figlio d’Africa”, nel cui video figurava un coro di ragazzi e ragazze che interpretavano il brano, sia quella finale “Panarea”.      1997. Fu l’anno del “Karaoke” di Fiorello con tutta l’equipe di Italia 1. Per parteciparvi si doveva superare una selezione che si svolse presso il nostro Teatro “Selinus”. Gli iscritti eravamo circa 150, più o meno giovani. Due giorni dopo, in piazza Garibaldi, oggi Sistema delle Piazze, migliaia di ragazzi si appollaiarono ovunque: sugli alberi, sulle transenne, su delle impalcature, sui tetti delle auto. Il palco fu montato in modo da dare le spalle al pubblico. Questo perché lo spettacolo era registrato e non in diretta. Il pubblico doveva per forza stare alle nostra spalle, cosicché da essere visto mentre inquadravano i concorrenti durante la nostra esibizione. C’erano diversi furgoni di Italia 1 con all’interno una miriade di macchinari e di tecnici che si muovevano in lungo e in largo. I concorrenti per ogni puntata eravamo 45 divisi in tre gruppi di 15. Ogni gruppo avrebbe espresso, dopo una selezione, un solo finalista. Dei tre finalisti uno solo sarebbe risultato il vincitore di quella puntata del “Karaoke”.  In quell’anno non era più Fiorello che conduceva il “Karaoke”, ma suo fratello “Beppe Fiorellino”. Era coadiuvato, nella conduzione del programma, da Antonella Elia e da Katia Noventa. Non volendo scendere troppo nei particolari, ma soltanto per la storia, mi classificai fra i tre finalisti della puntata di Castelvetrano. Quando fummo chiamati tutti e tre sul palco, toccò al pubblico decidere chi fare vincere e per fare questo utilizzarono l’applausometro. Beh! Non so per quale motivo particolare, non so se per simpatia, non so se meritatamente, fatto ne è che la gente mi tributò un applauso più fragoroso degli altri due e così vinsi quella puntata del “Karaoke”. Alla puntata di Sciacca vinse il mio carissimo amico Peppe Prinzivalli, fratello di Anna Maria, oggi affermata cantante. Su 135 concorrenti, in tre puntate, con tre finalisti vincitori due eravamo di Castelvetrano e questa è stata sicuramente una gran soddisfazione sia per noi sia per i nostri concittadini. Non ce la fece, purtroppo, nella puntata registrata a Trapani un bravissimo cantante castelvetranese, il mio carissimo amico Gaspare Pompei che avrebbe sicuramente meritato di vincere anche lui, ma così vanno le cose. Il premio fu un anellino con incastonato il “semaforo dell’amore” che poteva essere esposto col colore verde se si era liberi sentimentalmente, rosso se si era occupati, giallo se si era liberi, ma si aspettava che qualcuno si facesse avanti. Lo regalai, naturalmente, a mia figlia, allora dodicenne, che ne ha fatto buon uso visto che ha scelto come compagno di vita un bravo marito, Leonardo, di cui andiamo tutti fieri. Fra l’altro, circa un anno fa, mi hanno anche regalato una bella nipotina, Vera. Che si può desiderare di più dalla vita. Ah! Dimenticavo! L’altro regalo per aver vinto il “Karaoke” è stato un bacio sia dell’Antonellina nazionale sia della giunonica Katia Noventa, che non è poco. Dal 1997 al 2005 continuai la mia attività di musicista solista di piano bar.  2002. Accettai una parte d’attore nel film “Una gita in barca” del regista Riccardo Mangano. Si trattò d’un esperimento estivo che non ebbe, comunque, seguito. Solo una bellissima ed edificante esperienza che stimolò in me la voglia d’una nuova passione: la recitazione. I tanti impegni non mi permisero di concretizzarla, ma dopo qualche tempo scoprii il “Teatro Canzone” di Giorgio Gaber. Capii ch’era quella la nuova via artistica che dovevo seguire, perché mi permetteva di continuare a coltivare la mia grande passione per la musica che ben si conciliava con questa nuova passione per la recitazione. Cominciai a raccogliere tutto il materiale che ho potuto trovare su questo particolare genere inventato dal buon Gaber e ho cominciato a studiare tutto di lui, il suo modo di cantare e di recitare mentre cantava.  2005. Divenni così un suo messaggero. Portai il suo repertorio di cantattore in giro per il mondo con la mia personale rivisitazione del suo “Teatro Canzone” con recital, concerti e la realizzazione di due CD. Il primo, “Antinomie sardoniche”, in cui ho fatto mie alcune delle composizioni più note del vastissimo repertorio di Gaber; il secondo, “Italiani brava gente”, contenente diciotto brani da me composti e ispirati al genere “Teatro canzone”, di cui ritengo la più coinvolgente “A Giorgio” dedicata proprio  Memorabile il concerto che ho tenuto il 5 marzo di quell’anno presso il Teatro “Selinus” di Castelvetrano, accompagnato da una band d’eccezionali musicisti: Daniele Simanella al pianoforte, Vito Ferrantello alla chitarra, Silvio Pisciotta al basso, Rosario Guzzo al trombone, Mario Giammarinaro alla batteria e il figlio Vito alle percussioni. Fui collaborato anche d’attori del calibro di Giorgio Magnato. Altre due tappe importanti di una mia tournèe americana sono state:  il 13 marzo 2005 a New York presso il salone ricevimenti “Russo on the bay”, in  occasione dell’annuale “Festa dei Castelvetranesi d’America”, ospite del Presidente Luciano Saladino, dove la mia performance più un’intervista sono state trasmesse sia da “Rai International “ via satellite in tutto il mondo sia dal famoso network newyorkese “ABC”. Anche il quotidiano italiano negli Stati  Uniti “America oggi”, in un articolo a firma Gaspare Pipitone, mi ha definito “…..un famoso cabarettista italiano”; il 20 marzo 2005 a Montrèal, presso il magnifico Teatro “Mirella e Lino Saputo” del Centro “Leonardo da Vinci”. Lo spettacolo è stato ripreso dai networks italiani di Montrèal “Canale 14” e “Telelatino” e trasmesso, con relativa intervista, in tutto il territorio canadese. Il “Corriere italiano”, il “Cittadino canadese”, il “Corriere del Quebec”, tutti settimanali italiani di Montrèal, hanno dato gran risalto all’evento pubblicando dettagliati articoli sia sul mio personaggio sia sulla mia personale interpretazione del “Teatro Canzone”. 2007. Ho finito di scrivere, dopo tre anni di studi, ricerche e numerose interviste, un libro (vera indagine giornalistica) dal titolo: “Salvatore Giuliano, morto… o vivo? Un uomo bandito dallo Stato, strumentalizzato dalla Politica, annientato dalla Mafia”. Nel libro dapprima ho stuzzicato il lettore a voler considerare l’ipotesi che il più famoso bandito di tutti i tempi possa essere ancora vivo o, quantomeno, che non sia stato ucciso a Castelvetrano il 5 luglio 1950 per come la storia ci ha tramandato. Le mie argomentazioni erano suffragate da alcune più che attendibili testimonianze e da alcuni elementi ricostruttivi dell’intera vicenda che sono risultati molto convincenti e intriganti all’occasionale lettore. Quotidiani e settimanali provinciali, regionali, nazionali e internazionali hanno dato ampio risalto agli argomenti trattati in questo libro, arrivando a definirmi: “…..storico di Giuliano”. Interessante il confronto su “Tele Montelepre” fra me e Giuseppe Sciortino, nipote di Salvatore Giuliano, della cui intima amicizia, insieme all’altro omonimo nipote, Salvatore Giuliano, mi pregio. Da rilevare che i temi trattati nel mio libro sono stati ripresi dall’attuale Presidente del M.I.S. (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia) dottor Salvatore Musumeci nel suo ultimo libro “Voglia d’Indipendenza”, del 2013, che ha dedicato alcune pagine alle mie argomentazioni. Con la riesumazione dei resti del corpo del presunto Giuliano, si è voluto dare credito alle mie teorie e oggi, pur non potendo dimostrare con estrema certezza che quei resti appartenessero al vero Salvatore Giuliano, almeno si è dimostrato che la sua ipotetica morte non avvenne a Castelvetrano, ma altrove e in altra data.  2008. Dopo quarant’anni d’onorata attività musicale, decisi di chiudere con i matrimoni, le serate e le feste in genere. Lo feci organizzando una magnifica serata presso il Teatro “Selinus” di Castelvetrano, presentata da Peppe Camporeale e Giusy Corleo. Invitai tutti gli amici musicisti che nel vari anni d’attività avevano registrato mie composizioni: Maria Teresa Clemente, il trio Calcara formato da Ciccy e le figlie Maria Giulia e Federica, Salvy Marino, Peppe Clemente, Salvatore Accomando, Marco Ferrari, Vito Ferrantello, Piero Mangiaracina in arte Delyon, Giusy Di Carlo e la piccola Vanessa Lamberti. Ospiti d’onore l’attore Riccardo Mangano e il famoso cantante Stefano Nutti che ha eseguito “Vegnu ‘cu tia”, una mia composizione che ha anche presentato alla trasmissione “Insieme” condotta dal bravissimo Salvo La Rosa sull’emittente televisiva catanese Antenna Sicilia. Brano che ha anche inserito nel suo ultimo lavoro discografico “La ragione di vivere” del 2012. Tutti i brani eseguiti nel concerto fanno parte della compilation “Più bella della luna”, CD da me prodotto. Un altro brano che avevo composto per Andrea Bocelli “Le stagioni dell’amore” è stato interpretato dal bravissimo tenore Salvino Marino, di Marsala, anche in Australia. Altri miei lavori discografici sono stati: “Exclusive live piano”, “Beautiful songs love piano” e “Le piano cassè”, tre CD autoprodotti in cui ho registrato al pianoforte, con arrangiamenti personali, alcune fra le più belle melodie di tutti i tempi. “I miei amici Pooh”, “I favolosi anni ‘60”, “Le emozioni di Battisti”, altri tre CD autoprodotti in cui ho cantato le cover più famose degli anni sessanta.  2012. Ho pubblicato il mio secondo lavoro letterario: “Dieci giorni in …Paradiso. Diario di un soggiorno all’Inferno”. Tratta la cronaca quotidiana dei dieci giorni che ho trascorso insieme al mio tanto affezionato fratello Giacomo, ospite di un istituto assistenziale di Montréal presso il quale è ricoverato perché in condizione di tetraplegia in seguito a un banale incidente ciclistico. Infine, in fucina, il mio terzo lavoro letterario, molto intrigante nella sua struttura narrativa, che racconta la storia di un bambino rapito da una coppia di rumeni. Come giornalista ho collaborato sia col Giornale di Sicilia che ha pubblicato, dal 1988 al 1993, miei numerosi articoli sulla rubrica “Lettere al Direttore” sia col settimanale “I Vespri” di Catania.  2013. Ho prodotto un nuovo CD “Crisalide” che contiene diciannove mie composizioni originali che mio figlio Daniele ha voluto interpretare al piano. Scrupoloso collezionista, ho messo a disposizione del comune di Castelvetrano gran parte della mia preziosa collezione di circa millecinquecento pezzi d’oggetti appartenuti al mondo contadino del ‘900 permettendo l’apertura, oramai prossima, del Museo Etno-Antropologico “Francesco Simanella”, primo sindaco di Castelvetrano nell’immediato dopoguerra e primo cugino di mio padre.  2014. Per tornare alla mia passione per la musica, ultimamente mi sono riproposto con una serie di concerti monografici eseguendo alcune mie composizioni del genere rock melodico progressivo tratte dal mio ultimissimo lavoro discografico “Vera” del 2014, dedicato alla mia nipotina. Anche questa volta mio figlio ha accettato di registrare tutti i brani al piano. Nei concerti sono stato egregiamente accompagnato al basso elettrico da Pino Adorno, mio compare e da sempre amico fraterno. Al duo si è da poco aggiunto l’amico batterista Nino Zarcone, ma solo per poco tempo, poiché dal mese di giugno mi sono definitivamente trasferito a Civitavecchia. Qui oltre a fare il nonno, continuo a coltivare tutte le mie passioni, poiché per me “la vita è una continua evoluzione della propria creatività”. Oggi collaboro con il periodico “Agave” di Castelvetrano e con la redazione di questo sito Castelvetrano News, che stanno pubblicando le mie ricerche su “La storia della musica a Castelvetrano”.

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  • Luigi Simanella (n. il 13.08.1954 a Castelvetrano)

    Un artista è per sempre. Mezzo secolo di vita dedita alla musica e all’arte

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  • a cura di Luigi Simanella

     

    Dopo aver raccontato la storia di Raffaele Caravaglios, degli “Asteroidi”, della “S.p.A.”, dell’illustre preside Luciano Messina, proverò a raccontare anche la mia personale esperienza con il mondo della musica. Sarà un lungo viaggio attraverso mezzo secolo di esperienze, progetti, vita vissuta e quant’altro. Spero di non annoiarvi. Buona lettura.

     

    Nel mio curriculum artistico c’è scritto: “Pianista, cantante, presentatore, cabarettista, animatore, istrionico intrattenitore, cantattore, scrittore, giornalista e storico di Salvatore Giuliano. Simanella, da tutti chiamato Gigi, fa parte di quella folta schiera d’artisti che hanno dedicato tutta la loro vita alla musica, allo spettacolo, all’arte e alla cultura non stancandosi mai di esserne puro e fedele messaggero”.

    1964. Fu in quell’anno che ebbe inizio la mia lunghissima carriera. Frequentavo a quel tempo l’azione cattolica della Parrocchia di San Francesco di Paola. Sin da bambino avevo dimostrato un innato interesse verso il pianoforte. In famiglia, in effetti, già mio zio Rosario, detto Sarino, lo suonava durante la proiezione dei film muti di Ridolini e Tom Mix. Non possedendo un pianoforte, dovetti accontentarmi d’una chitarra acustica. Per racimolare un po’ di soldi, dovetti rinunciare alla mia collezione di “giornaletti” di Capitan Mike, Black Macigno e Tex Willer. Li vendetti, infatti, a un ambulante che saltuariamente si sistemava con la sua bancarella sotto l’orologio di piazza Matteotti. Comprava la merce a un quarto del suo prezzo di copertina e la rivendeva a metà prezzo. Raccolsi diecimila lire con le quali acquistai, nel negozio di “Granata” in fondo alla centralissima via Vittorio Emanuele, una mediocre chitarra folk. Per imparare a farla suonare profittavo della pazienza di Michele Indelicato al quale cercavo di rubare quelle informazioni utili per imparare a suonarla anch’io. Rotta la prima chitarra, ne acquistai un’altra nel nuovo negozio di strumenti musicali di Natale Curti a Mazara del Vallo al prezzo di quattordici mila lire. Era una EKO sei corde irrobustita da una spessa patina di vernice. Continuavo, nel frattempo, a profittare della bontà di Michele per imparare qualche accordo. Questi un bel giorno, continuamente da me infastidito, mi prese e mi condusse nella sala biliardi annessa alla sacrestia della chiesa. Qui cominciò a spiegarmi il meccanismo intorno al quale ruota tutta l’armonia musicale. Certo per lui era facile, ma per me era un mondo nuovo e non riuscivo a capire quel che lui insistentemente voleva farmi comprendere. Innervosendosi cominciò a darmi “amichevoli” calci nel sedere e scappellotti insistendo, fino alla nausea, per farmi entrare in testa il famoso “meccanismo”. Furono le due ore più interminabili della mia vita. Ero preso dalla voglia d’imparare, ma non mi andava di continuare a prendere botte, seppur amichevoli. Fu dopo l’ennesimo calcio che ebbi come un lampo di genio. D’un tratto compresi, finalmente, come mettere in pratica i preziosi suggerimenti di Michele. Tutto adesso diventava facilissimo e di accordi ne scoprivo a decine giorno dopo giorno. Bastava che mi allenassi tutti i giorni e dalla teoria passavo alla pratica con molta facilità. Quando mio padre si rese conto che facevo sul serio, si rivolse a Francesco Cicciu Morrione con il quale completai quel percorso formativo che mi permise, in poco tempo, di poter suonare la chitarra in maniera professionalmente dignitosa.

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