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La storia del Dott. De Sabato tra aneddoti, storia e il ricordo di una medicina diversa da quella moderna

di: Vito Marino - del 2018-12-13

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  • A6 - Spazio Disponibile
  • Nei miei articoli credevo di aver detto già molto sul dott. De Sabato, un personaggio molto amato dai castelvetranesi, quando ho ricevuto dal signor Michele Varia, un nipote del dottore, addirittura una monografia sulla persona di questo personaggio. L’argomento è molto singolare, perché contiene tanti aneddoti, fatti di cronaca e di storia castelvetranese, che sembrano apparentemente insignificanti e superflui per l’argomento De Sabato che ci sta interessando.

  • A7 spazio disponibile
  • Trattandosi di un argomento molto lungo, ho cercato di riassumerlo, lasciando inalterate le notizie riportate:

    'Michele De Sabato è nato a Castelvetrano il 24 Novembre 1870 da Giovanni e da Giuseppa Giattino di Nicolò figlio a sua volta del Notaio Francesco Paolo. Volendo seguire un ordine incominciamo dal NONNO, ANTONIO DE SABATO

    Il nonno, Antonio De Sabato, apparteneva ad una nobile famiglia pugliese, nato a Pietra Montecorvino in provincia di Foggia nel 1804. Arruolatosi nell’esercito borbonico, venne in Sicilia al seguito del re Ferdinando IV di Borbone che, sfuggito all’invasione dei Francesi, qui si era rifugiato sotto la protezione della flotta inglese dell’Ammiraglio Nelson.

    A Palermo conobbe Maria Antonia Somma, nata a Palermo nel 1809 da genitori provenienti da Castellammare di Stabia, con la quale contrasse matrimonio, davanti al Senatore (l’attuale Sindaco) di Palermo il 16 Febbraio 1832. Si era in seguito congedato ed aveva aderito ad una fazione contraria ai Borboni, partecipando ai moti del 1820 e del 1848. Per motivi politici fu costretto a lasciare Palermo e si trovava a Castelvetrano quando il 18 gennaio 1841 nacque Giovanni.

    Per questa sua condizione di rivoluzionario il neonato fu dichiarato, dal suocero, con il nome di Giovanni Jalenti. Soltanto nel marzo del 1861, dopo l’Unità d’Italia, fu richiesta la modifica dell’atto di nascita e apposte le vere generalità. Dopo la nascita del figlio, si perdono le tracce di Antonio De Sabato. E’ molto probabile che sia deceduto nell’incendio sviluppatosi nel carcere della borgata Molo, l’attuale Porto Empedocle, nel Gennaio del 1848, dove erano stati “ammassati” più di cento patrioti.

    Tale vicenda è stata oggetto di un volumetto di Andrea Camilleri, edito da Sellerio nel 1984 nella collana “La memoria”, intitolata “La strage dimenticata”. In appendice sono riportati i nomi di 114 morti che, come dice l’autore, non figurano in nessuna lapide del nostro Risorgimento. In tale elenco, che si apre con i nomi di due castelvetranesi: Lentini Francesco di anni 28 e Galluzzo Salvatore di anni 33, non figura il De Sabato probabilmente perché registrato sotto false generalità.

    GIOVANNI DE SABATO (padre di Michele De Sabato)

    Giovanni De Sabato, rimasto senza padre, in età giovanile venne adottato da Michele Adomino che gestiva, in locali propri il Banco lotto, che, in quegli anni rappresentava un’attività molto redditizia. La ricevitoria si trovava a Castelvetrano, dirimpetto all’attuale Banco di Sicilia. Costui lo nominò suo erede universale e, alla morte, (avvenuta nel 1867 durante l’epidemia di colera), ereditò tra l’altro anche il Banco lotto.

    Con le discrete condizioni economiche acquisite con l’eredità, riuscì a fare laureare i due figli maschi: Nicolò in Farmacia all’Università di Palermo e Michele ( a cui fu dato il nome del padre adottivo) in Medicina e Chirurgia.

    MICHELE DE SABATO

    Come riportato in un dettagliato documento compilato dal padre Egli compì gli studi elementari a Castelvetrano e, fin dalle prime classi, i maestri esortarono il genitore a fare proseguire gli studi a costo di qualsiasi sacrificio. Gli studi ginnasiali e liceali furono compiuti a Mazara e poi a Trapani dove conseguì brillantemente la licenza liceale.

    Subito dopo si iscrisse alla facoltà di Medicina dell’Università di Napoli frequentandola dal 1888 al 1894 e laureandosi con pieni voti all’età di 24 anni addì 8 Agosto di quell’anno. Il padre, nel suddetto documento, riportò spese per complessive lire 8.212,53 per tutto il percorso degli studi. Per recarsi da Palermo a Napoli utilizzava un brigantino a vela denominato “Ricordo”; il padre ne aveva acquistato, una quota, nel Gennaio 1883 con atto presso il Notaio Carozzo di Genova.

    Durante le traversate, che duravano parecchi giorni e relative notti, si era innamorato del mare e sognava, appena laureato, di imbarcarsi su grandi navi come Medico di bordo. Dopo la laurea continuò a frequentare le cliniche universitarie, allievo valoroso del grande prof. Caldarelli, facendosi apprezzare per le particolari doti di ingegno.

    Il Professore Antonino D’Antona, ordinario di Clinica Chirurgica, lo esortò ad intraprendere la carriera universitaria, ma l’amore per la  famiglia e la prematura e tragica scomparsa del fratello Nicolò lo indussero definitivamente a optare per la professione nella sua città.

    Fin da subito, esercitando la libera professione, si misero in risalto le sue grandi capacità professionali, che esercitava come una missione verso il povero, come risulta dalla richiesta fatta per iscritto nell’Agosto del 1898 dalla benefattrice Signora Francesca Saporito-Ricca: 'La prego di coadiuvare con l’abnegazione dell’opera sua gli sforzi per raggiungere lo scopo del maggior beneficio del povero. Vinto il concorso di medico chirurgo, Il 19 Maggio 1901 fu chiamato in servizio all’Ospedale V.E. II con documento a firma del Sindaco Antonino Saporito-Ricca e vi rimase fino al 1949, per limiti di età (ben 79 anni).

    Dopo la nomina creò la sala operatoria e il reparto di Chirurgia, che non esisteva, malgrado le difficoltà, finanziarie dell’Amministrazione, e l’opposizione dei più anziani membri dell’Amministrazione che vedevano le novità con diffidenza. Cominciò ad operare con successo in tutti i campi della chirurgia generale e anche nella specialistica (mastoidite, ginecologia, tracheotomia, ostetricia, ortopedia ecc) e portò l’ospedale a un buon livello; tanto che nella monografia su Castelvetrano di G.B. Ferrigno del 1909 se ne da un giudizio molto positivo, citandolo dotato di “sala per operazioni, ambulatorio, sala di maternità e sale a pagamento. E’ tutto quanto di meglio si può desiderare in un piccolo ospedale di provincia”.

    Inoltre alcuni anni dopo, nel 1914, in una pubblicazione sulla Ospedalità in Italia, di sole 108 paginette, vengono sommariamente descritti tutti gli ospedali pubblici allora esistenti; sull’ospedale di Castelvetrano riporta quanto segue: “Data di fondazione 1525. Direttore Dottor Michele De Sabato. Letti n. 52. Farmacia interna. Sezione a pagamento (per soli uomini)” nella provincia, quello con maggior numero di letti era Marsala, che ne contava 50 e il sant’Antonio di Trapani solo 25! Dopo poco tempo fu nominato Direttore Sanitario. Ciò comportava molti oneri e nessun utile economico.

    Nell’Ospedale fu cooperato dalle suore di Sant’Anna, in particolare da Suor Cornelia verso la quale ebbe sempre deferenza e gratitudine. Esse davano un apporto determinante anche perché erano presenti 24 ore su 24.

    Nell’espletare la sua professione ebbe due periodi di massacrante lavoro:

    - Nel 1919 in occasione dell’epidemia di febbre spagnola che determinò circa 40 milioni di vittime in tutto il mondo.

    - Durante la guerra del 1942-43 quando le sale, i corridoi e la chiesa attigua all’Ospedale, per le incursioni aeree traboccavano di feriti e di moribondi, lui, che era forse l’unico medico rimasto in città essendo gli altri richiamati in guerra.

    Egli era stato esentato in quanto aveva superato l’età di 70 anni. La sua abitazione fungeva da ambulatorio e da studio medico, era aperta tutti i giorni, anche i festivi, ed era piena di clienti, per lo più povera gente. Lo studio era attrezzato per interventi di pronto soccorso. Conservo varie agendine, in cui sono segnate per ogni giorno non meno di 10/12 ma fino alle 30/35 visite a domicilio.

    L’attività professionale lo assorbiva quasi totalmente ma trovava lo stesso il tempo per interessarsi delle proprietà terriere e, verso sera, andava a visitare i suoi vigneti e uliveti. che seguiva con passione e competenza. Amava gli animali e possedeva le cavalle necessarie per il calesse, alle quali dava il nome di opere liriche, come Tosca o Norma.

    Di alcune conservo il “Certificato di nascita e di origine” rilasciato dal Deposito di cavalli stalloni di Catania dipendente dal Ministero dell’Agricoltura). Inoltre, cavalli e muli necessari per l’attività agricola. In casa sua c’era sempre una cagnolina, il nome preferito era Giulia, e dei gatti di cui uno doveva essere nero perché si riteneva portasse fortuna.

    In vita sua non conobbe svaghi e divertimenti e tanto meno “vacanze” o “ferie”. Riteneva disdicevole che si potesse perder tempo in tali sciocchezze (le chiamava “stravacantarie”). L’unico svago che si consentiva, ma era uno svago molto impegnativo, era il gioco degli scacchi con qualche parente o amico o per corrispondenza inviando la “mossa” per cartolina postale, aspettando la “contromossa”.

    La perdita dell’udito, che andava accrescendosi con gli anni, gli impediva di fare l’auscultazione tradizionale ma ciononostante le sue diagnosi erano sempre rapide e precise: Si basavano sull’osservazione del fondo dell’occhio e della lingua, oltre all’apposizione delle mani su parti del corpo.

    Spesso non prescriveva farmaci, specialmente quelli in confezione, in quanto diceva: “bisogna lasciar fare alla natura, che a ciò é ben attrezzata, e solo in alcuni casi intervenire con essi in quanto necessari per aiutarla”. Gran parte della sua fornita biblioteca proveniva da quella del Dottor Francesco Signorelli ed era stata trasferita in casa di mio nonno nella sua qualità di erede e di medico.

    Molti dei libri,  non solo di medicina, sono in mio possesso. Tra questi un trattato sulla “Virtù dello idro-ferro-cianato in chinina “ di Giovanni La Croce stampato a Palermo nel 1841. Il Dottor La Croce, collega del Signorelli, fu un valente scienziato, insignito di varie onorificenze, autore di numerose pubblicazioni e fu Sindaco di Castelvetrano negli anni 1872-74.

    Tra gli altri libri il più prezioso è uno dei pochi esemplari della originaria opera dell’Abate Vella, edito a Palermo nel 1789 dalla Reale Stamperia, intitolato “Codice diplomatico di Sicilia” , che fu oggetto del “Consiglio d’Egitto” di Leonardo Sciascia.

    Abbastanza rara l’opera in quattro volumetti del francese Charles Didier intitolata “Carolina in Sicilia”, pubblicata a Palermo nel 1848 “Anno I della rigenerazione”. Vi si narrava del soggiorno, durato quasi tre mesi, a Castelvetrano, alloggiata in un’ala del Palazzo Pignatelli, della regina Maria Carolina d’Asburgo, in attesa di recarsi a Mazara da dove imbarcarsi per raggiungere Vienna.

    E’ una storia romanzata che si svolge tra la città, Birribaida, Latomie e Selinunte, ma anche Marausa, Segesta ecc, e che vede coinvolti molti castelvetranesi ( Francesco Signorelli in qualità di medico, il nobile barone Giuseppe Di Blasi della Salina ecc.) Protagonista un giovane, tale Fabio, castelvetranese dimorante a Birribaida, era stato un Capitano dimessosi dall’esercito per contrasti con Lord Bentinck.

    Si favoleggiava, ancora nella mia infanzia, di lussuosi regali elargiti dalla Regina che veniva richiesta come madrina per battesimi e cresime dei figli dei notabili del paese. Di tali libri alcuni pochi esemplari li ho donati alla biblioteca comunale.

    Ho fatto dono al Comune di una rarissima, forse unica, mappa della città del 1876. Era stata copiata, in inchiostro di china, dal padre di mio nonno, da un originale che apparteneva ad una Impresa qui venuta per eseguire dei lavori su tutto il territorio comunale.

    Durante i pasti masticava lentamente e ripeteva spesso che la prima digestione si fa in bocca: “Prima digestio fit in ore.” contrario al fumo, faceva di tutto per far smettere di fumare sostenendo che il chirurgo si avvede dei danni provocati a tutti gli organi interni del nostro corpo. (continua)

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