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Ignazio De Blasi, il “Cantastorie del Belìce”. Quando l’arte è vita e passione

di: Luigi Simanella - del 2018-12-28

Immagine articolo: Ignazio De Blasi, il “Cantastorie del Belìce”. Quando l’arte è vita e passione

Vive a Castelvetrano, oramai da quasi trent’anni, un personaggio tipico proveniente dalla vicina Partanna, Ignazio De Blasi, il “Cantastorie del Belìce” come ama definirsi lui stesso già dal 1976. Lo si vede passeggiare in giro per la città, con la sua barba lunga bianca, il capo nudo coperto o da una coppola o da un basco parigino di colore blu scuro.

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  • S’accompagnava nelle sue passeggiate quotidiane, almeno sino a un anno fa, con Tarì, un piccolo yorkshire di color nero che gli faceva compagnia da oltre sedici anni. Il nome Tarì, la più piccola moneta siciliana del periodo arabo, fu scelto poiché, quando prese il cagnolino, la lira aveva ceduto il passo all’euro.

    Ignazio, sempre fedele alla sua sicilianità, non accettando di buon grado questo passaggio, in contrapposizione pensò di chiamare il suo cagnolino, appena nato e che amava come un figlio, proprio Tarì. Mi legano a Ignazio lo stesso anno di nascita, il 1954, le origini (anch’io provengo da Partanna, almeno da parte di madre), l’amore per la musica (Ignazio suona egregiamente l’armonica a bocca, strumento con il quale s’esibiva negli anni settanta con la “Morgan Blues Band” dallo stesso formata), per il disegno e la poesia, e la passione per tutto ciò ch’è stato il mondo rurale del novecento.

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  • Morgan, famoso pirata gallese vissuto nel 1600, è stato lo pseudonimo scelto da Ignazio con il quale, oltre ad aver dato il nome alla sua band, ha anche firmato le sue opere pittoriche giovanili che trattavano temi di astrattismo, metafisica e surrealismo. Ignazio è da sempre un grande cultore delle vecchie tradizioni popolari.

    Sin da bambino ha coltivato questa passione dopo avere assistito al disfacimento d’un mondo che vedeva suo e al quale apparteneva visceralmente: il mondo contadino. Un mondo che vide sfaldarsi piano piano sotto i suoi occhi tristi, un ricambio generazionale, della cultura e della società, che si è sviluppato a livello mondiale, ma che ha inciso maggiormente nella valle del Belice subendo un’accelerazione a causa dei tragici fatti del terremoto del 1968.

    D’allora tutto è cambiato e Ignazio ha cercato, con tutte le sue forze e un impegno sempre costante nel tempo, di raccogliere tutto ciò che stava andando perduto: gli oggetti di casa, gli attrezzi agricoli, le usanze, le tradizioni, i racconti, le storie. Storie che, grazie alle conoscenze pittoriche acquisite nel frattempo, ha immortalato in cartelloni istoriati raffiguranti le scene mitologiche ed epiche delle lotte tra i paladini di Francia contro i saraceni, le vite dei Santi o le storie e le leggende di personaggi tipici d’una Sicilia che scompariva inesorabilmente.

    Fu così che nacque il personaggio del “Cantastorie del Belìce”, il cronista d’allora, con il quale Ignazio ha calcato i palchi di moltissime città siciliane facendosi portavoce d’una realtà che, nonostante la modernità volesse seppellire per sempre, torna ancora in auge grazie al suo costante impegno e di tanti che, come lui, rimaniamo (mi ci metto modestamente anch’io) saldamente vincolati a un mondo che all’interno del nostro cuore ci appartiene ancora. Ignazio canta e “cunta”, racconta la sua Sicilia, terra ch’egli ama sopra ogni cosa.

    Il suo cantare “a la carrittera”, ereditato dal padre carrettiere di professione che ne faceva ampio uso quando si spostava col suo carretto da un fondaco a un altro, il suo poetare con versi sempre originali, rigorosamente in dialetto siciliano, traggono spunto dalla visione o da ricordi di cose e persone appartenenti al suo vissuto, alla sua fanciullezza.

    Dalla madre, contadina, ha imparato molti canti sulla vendemmia, sulla mietitura e sulla raccolta delle olive. Sue opere sono state acquistate dai francesi e dai turisti in visita a Parigi, nella “Place du Tertre” del più famoso quartiere di Montmartre, dove Ignazio, negli anni settanta e ottanta, ha esposto i suoi quadri con soggetti paesaggistici del luogo, insieme ai tanti artisti che affollano quotidianamente quel magico e romantico luogo.

    Ci sono stato anch’io di recente e in ogni pittore che incontravo mi sembrava di vedere al lavoro il mio amico Ignazio. Esperienza che lo stesso portò, nell’anno 1976, nella sua Partanna, dove aprì “La piccola Montmartre”, un centro d’arte dove dipingeva i suoi quadri e dove li esponeva al pubblico insieme ad altre opere di suoi colleghi pittori e scultori. Esperienza che ha bissato anche a Castelvetrano dove, a seguito del suo matrimonio con una castelvetranese, si trasferì nell’anno 1990.

    Conclusa quest'interessante fase della sua vita, Ignazio si è dedicato anima e corpo alla sua passione per il cantastorie, il poeta ambulante. Cominciò, nel frattempo, a dipingere tanti altri cartelloni e creò anche un teatrino di burattini, il “Teatrinu Bilìciotu”, i cui personaggi, Mastru ‘Gnaziu lu cuntastatorii, Spingulidda e Canazza', sono animati da lui stesso. Ignazio ha portato i suoi spettacoli anche all’estero oltre che all’interno delle comunità scolastiche che lo invitano a esibirsi davanti ai tanti bambini curiosi e strabiliati dal suo essere artista.

    Ha anche dipinto un piccolo furgone Fiat Fiorino con scene della mitologia greco-romana e un autocarro, sempre Fiat, con scene dei quadri dei paladini di Francia. Più di recente Ignazio ha ampliato i suoi soggetti rappresentativi, rivolgendo il suo interesse verso personaggi reali appartenenti sia al mondo della cronaca sia a temi sociali e politici.

    Uno per tutti la storia di Rita Atria, sua concittadina, suicidatasi dopo avere appreso la triste notizia dell’uccisione del giudice Borsellino, con il quale lei collaborava per tentare di scardinare quella rete omertosa che ancora oggi opprime tanti siciliani onesti.

    Anch’io, nella mia lunga carriera artistica, mi sono cimentato in questo tipo di spettacolo itinerante formando, nell’anno 1995, un duo folkloristico proprio con Ignazio. Mi limitavo ad accompagnarlo con la chitarra o a cantare dietro di lui i ritornelli delle sue stornellate. Proponevamo anche i canti più famosi del repertorio folclorico e i nostri vestimenti, naturalmente, rispecchiavano perfettamente quelli della tradizione popolare siciliana.

    Che dire ancora di Ignazio? Forse che è l’ultimo infaticabile cultore di un’epoca oramai scomparsa, ma che continua a vivere nell’impegno quotidiano e nella totale abnegazione personale verso un mondo che non vuole scomparire dalla memoria di tanti.

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