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Giochi e divertimenti medievali a Castelvetrano tra storia e tradizione

di: Vito Marino - del 2020-07-01

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Durante il Medioevo e fino al 1800, a Castelvetrano, in occasione di feste e grandi avvenimenti a cui assistevano i cittadini del posto e dei paesi vicini erano molto in uso “i giochi delle armi”, detti anche “tornei o giostre”.

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  • Si trattava di giochi guerreschi, aventi come fine l’esercizio all'arte della guerra, diffusisi secondo le fonti storiche sin dal IX secolo in ambito carolingio. Il più antico e più seguito era la Quintana, detto “il Saracino”.

    I partecipanti giostratori dovevano essere degli abili cavalieri; essi, muniti di lance, dovevano colpire il petto ad un fantoccio di legno raffigurante un cavaliere armato. Alla gara partecipavano i migliori cavalieri dei vari rioni della città; il vincitore riceveva come premio la bandiera dai colori della città.                          

    IL GIOCO DEL MAGLIO E DELLA PALLACORDA  

    Un altro gioco era quello del “maglio” o “pallamaglio”, una specie di lungo bastone terminante con un martello di legno, con cui si colpiva una palla, che doveva passare attraverso delle porte ad archetti. Questo gioco era riservato alla famiglia del principe e alla cerchia di nobili. A tale scopo, attaccato al suo palazzo il principe fece costruire un locale adatto a questo gioco. Dopo qualche secolo il locale fu adibito a magazzino. 

    Si tratta di un antico gioco all'aperto, nativo di Napoli, che ha dato origine a numerosi sport moderni, come il golf, il croquet, l'hockey nelle sue varianti e il polo. La “pallamaglio” viene inoltre citata in un elenco di giochi popolari napoletani nella commedia il Candelaio (1582) di Giordano Bruno. Diffusosi da Napoli in tutta Italia, il gioco travalicò i confini della penisola.

    Nato probabilmente come gioco popolare, la pallamaglio ben presto si diffuse negli strati nobiliari della popolazione. A Parigi Luigi XIV fece costruire un campo da pallamaglio nel giardino delle Tuileries, dove spesso si dilettava a giocare con nobili e cortigiani. A Londra Carlo II d'Inghilterra giocava in un ampio spazio denominato Pall Mall, La “Pallacorda” era un altro gioco medievale, che nella sua evoluzione ha dato origine al pallone col bracciale, alla palla basca e al tennis: detta così perché in origine, la palla doveva essere lanciata con una mano nel campo avversario superando una corda tesa a metà campo.

    Questo gioco era praticato dal XIII secolo, in tutte le migliori corti europee. Si tratta di un antico gioco nativo di Napoli, che ha dato origine a numerosi sport moderni, come il golf, il croquet, l'hockey nelle sue varianti e il polo. A Castelvetrano attaccato al palazzo del principe esisteva un locale adatto a questo gioco: “il magazzino della pallacorda”. Dopo qualche secolo il locale fu adibito a magazzino, con ingresso in Via B. Amari, che il popolo chiamava “La strata di lu badduni” (la strada del pallone) in ricordo del gioco della pallacorda.                                  

    IL CARNEVALE  E IL GIOCO DEL TORO

    A Castelvetrano, nel passato e fino agli anni ‘60 del secolo scorso, il Carnevale era molto sentito da tutta la popolazione. La ricorrenza incominciò a festeggiarsi nel 1600, con l’introduzione del gioco del toro e di tre giorni di festa, che in Sicilia si chiamavano “Li sdirri”.  

    Il gioco del toro, che restò in voga fino al 1800 era una reminiscenza della dominazione spagnola; faceva parte dei programmi culturali  eseguiti a Castelvetrano all’insegna del chiasso e del grande spasso popolare. Il toro veniva legato per le corna con una lunga e robusta corda trattenuta da un gruppo di uomini. Quindi, aizzato dal giocatore con drappi rossi e dalle urla della folla, lasciato libero della corda, il toro rincorreva minaccioso il giocatore.

    Costui, per dimostrare la sua bravura, doveva scansare i colpi del toro infuriato; quando non vi riusciva si salvava scendendo lesto nel fossato già preparato nel mezzo della piazza. Il più bravo dei concorrenti non era solo colui che con movimenti agili e lesti scansava i corpi del toro senza scendere nel rifugio, ma chi invece riusciva a cavalcarlo.  

    Per quanto riguarda “li sdirri”, cioè gli ultimi tre giorni di baldoria carnevalesca, con le maschere si rappresentava una forma di satira  contro le numerose classi sociali con le quali la società di allora era divisa: “nobile, massariotu, camperi, dutturi, avvocatu, iurici, mastrurascia, varveri, picuraru, viddanu”, con i loro attrezzi di lavoro.                                               

    LE CORSE DEI BARBERI

    “Il palio dei barberi” o “la corsa dei barberi” era una gara ippica popolare che si disputava nel medioevo senza cavalieri; a Firenze si svolgeva anche ai tempi di Dante il 24 giugno, ricorrenza di San Giovanni Battista. Nella gara si usavano cavalli da corsa di una speciale razza, il “berbero”, trasformato dal popolo in “barbero”. 

    Il Ferrigno scrive in merito: <>.

    Le corse avvenivano “a la strata di la cursa” (via V. Emanuele). Qui migliaia di persone, venute anche da altri paesi assistevano da dietro le transenne. Il Ferrigno nel suo libro “La relegazioine di Maria Carolina d’Austria” cita che fra le altre accoglienze fatte a Castelvetrano in onore della venuta del re, nel 1811 e della regina nel 1813 c’era  questa corsa.

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