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Palazzo Signorelli, la protesta del 1983: "Nulla fu fatto e nulla sarà fatto"

di: Salvatore Di Chiara - del 2025-05-22

Immagine articolo: Palazzo Signorelli, la protesta del 1983: "Nulla fu fatto e nulla sarà fatto"

(ph. Enzo Napoli)

"Soprattutto d’estate, andando a Triscina, Palazzo Signorelli è sotto gli occhi di tutti. Accattivante col suo rosseggiare di cotti di Caltagirone, i suoi fregi, la linea squadrata e la bellissima torretta liberty; visto da vicino - come è abituata a vederlo la gente di Castelvetrano - l’immagine affascinante si rivela uno dei quadri della Sicilia dell’abbandono”. 

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  • Parole che fanno un certo effetto se, a pronunciarle, fu un giornalista degli anni Ottanta. L’anno 1983 fu anche uno scontro tra gli storici castelvetranesi e l’amministrazione, rea di non procedere al recupero di un’opera architettonica di grande interesse. Prima di addentrarci nei fatti e misfatti del periodo, è giusto fare un paio di considerazioni sullo stato attuale, nonché dell’impianto storico dell’edificio. “L’impatto è devastante. Quello che per molti ha rappresentato un pezzo di vita, oggi è un cumulo di macerie. L’impalcatura sorregge lo scheletro esterno; poco rispetto alla bellezza che un tempo arricchiva la nostra Castelvetrano”.

    Sono passati 42 anni dalla protesta, ma nulla fu fatto e mai sarà fatto. Grazie allo storico Napoli, è stato possibile reperire fonti e documenti storici (una piccola parte). “Esso è (proviamo a viverlo nella sua originalità ormai andata) completamente rivestito da lastre in terracotta realizzate dalla ditta Enrico Vella da Caltagirone. E’ nato in seguito a un grave evento luttuoso verificatosi in ambito familiare. Lucrezia Piccione andò in sposa a Francesco Signorelli e dimoravano in un palazzetto (ad angolo) tra la via Bonsignore e la via Milazzo. Avevano due figliì maschi, Giuseppe e Bartolomeo. Giuseppe morì tragicamente giovane nel 1867 e la madre, molto affezionata al figlio, per il dispiacere si allontanò da casa andando ad abitare nei locali dove si trova il palazzetto.

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  • In seguito, il figlio Bartolomeo per alleviare il dolore della madre e per consentirle una adeguata dimora, cominciò lentamente la ristrutturazione dell’abitazione fino a trasformarla nella bellissima residenza di cui vediamo ancora i resti. Il palazzetto nel dopoguerra ha ospitato la scuola di Avviamento Professionale. Dopo l’abbandono, pur essendo vincolata dalla Soprintendenza, ha subito diversi crolli interni, compresa la torretta panoramica (giugno 2008), e addirittura incendi (luglio 2011) e furti delle formelle.

    Nei lati del portale principale, in due scudi, sono riportate le iniziali del committente BS (Bartolomeo Signorelli) e della consorte DB (Dorotea Barbera); inoltre, visto che le formelle con busti femminili che si trovano nella cornice in alto sono poco visibili, vorrei dire ancora qualche parola in merito. I busti femminili sono accompagnati da elementi che non legano tra di loro. Io provo a descriverle, poi se qualcuno vuole intervenire per dire la sua…. Una di esse, lato villa (non più esistente), era accompagnata da frutti (primavera?). Girando nel lato sud abbiamo una figura con i capelli svolazzanti (il vento?); la seguente è accompagnata dalla luna e dalle stelle (il cielo o la notte?). L’altra è immersa nell’acqua (mare o acqua?). Infine, l’ultima è accompagnata da fiammelle (il fuoco? Oppure visto che la donna presenta una accentuata scollatura potrebbe rappresentare la lussuria?).

    È proprio la storia a ricondurci alla polemica del 1983. Lo storico e dottore Aurelio Giardina lamentò lo scarso coinvolgimento politico. Lui, fautore di diverse iniziative a favore della cultura e storia castelvetranese (scrisse tra l’altro “Castelvetrano che scompare”), criticò le condizioni precarie dell’edificio. Alla protesta si unirono i vari Bartolomeo Hopps, il professore Gianni Diecidue e numerosi esponenti della cultura. Oltre alla mancanza di manutenzione ordinaria, il rischio di un possibile (come avvenuto successivamente) crollo avrebbe comportato ingenti danni.

    Tra i pareri più interessanti, merita menzione l’intervento del dottore Giuseppe Signorelli. “Una questione di famiglia, grazie al bisnonno prima, e il nonno successivamente. Il palazzo fu utilizzato anche come sanatorio tubercolare. Nell’immediato dopoguerra venne venduto alla famiglia Amodeo, grossi commercianti di Palermo (per circa un milione delle vecchie lire). Venne affittato al comune e vi alloggiò la scuola di Avviamento Professionale, mentre il giardino venne sostituito con uno stabilimento per le olive salate. Per cancellare il passato, furono eliminati i segni di riconoscimento: le pigne con la “S” scolpita alla base”. Di fronte alla presa di posizione di alcuni castelvetranesi, come si comportò l’amministrazione?

    L’assessore ai Beni Culturali, prof. Francesco Fiordaliso, provò a contattare i proprietari dell’immobile, ricevendo un secco no ai lavori di manutenzione. Il sogno dello stesso assessore era quello di acquistare l’edificio e renderlo un polo museale come il Pitrè di Palermo. Tra fondi mancanti, progetti irrealizzati e tempi burocratici lunghi, rimane viva la battuta di un noto castelvetranese: “Se il Comune non riesce a salvaguardare le sue cose, figuriamoci un palazzo di privati, anche se di architettura rarissima”.

    Queste ultime parole facciano riflettere amaramente. Sono sacre, legittime, testimoni di un patrimonio - quello locale - ormai ridotto ai minimi termini. Una considerazione che meriterebbe tante risposte.

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