In ricordo del Barone Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano, tra leggenda e realtà
di:
Beppe Bongiorno - del 2025-11-26

Si narrava che vivesse all’Hotel delle Palme di Palermo, nella centralissima via Roma, in un “forzato dorato esilio” lontano dalla sua Castelvetrano. Si narrava che avesse provocato la morte di un ragazzino sorpreso a raccogliere delle arance in un suo giardino. L’autorità giudiziaria lo aveva graziato considerando il fatto come un maledetto incidente, un calcio diretto alle terga del ragazzino, il quale però girandosi veniva colpito al petto, una tragica fatalità che con un po’ di buona sorte, l’accondiscendenza dei genitori del ragazzo possibilmente lautamente risarciti, consentiva una felice risoluzione del caso. La famiglia della vittima comunque, si diceva, pretese che il “barone” lasciasse per sempre il paese. Poco credibile però questa ricostruzione solo fantasiosa.

L’episodio, risalente agli anni quaranta, era destinato a restare comunque nel mistero, mentre il barone si trasferiva nella capitale, nel lussuoso Grand Hotel des Palmes.
Il barone Giuseppe Sciacca D’Angelo (1851-1934), nonno del “nostro”, proprietario in Castelvetrano del feudo Belvedere e di palazzi, ebbe – almeno per quanto se ne sa – due figli. Il maggiore Giuseppe (1875-1967) non fu però riconosciuto dal padre e così portava il cognome della madre Di Stefano. L’altra figlia, Concettina (1877-1933), fu invece riconosciuta dal padre e di questo portava pertanto il cognome, Concettina Sciacca. Entrambi i figli, tuttavia, vissero vicini al padre nell’antico palazzo di via Ruggero Settimo, oggi purtroppo abbandonato e semi diruto. Il predetto Giuseppe Di Stefano sposò Giovanna Di Leo (1877-1961) e dal matrimonio nacquero il “nostro” Giuseppe (1906-1998), Giovanni e Mario. Ad eccezione di Mario, tutti i componenti della “famiglia” riposano nella medesima tomba nel cimitero di Castelvetrano.

La zia Concettina Sciacca, si dice, avesse un debole per il nipote Giuseppe tanto da nominarlo alla sua morte erede universale. Così il “nostro” Giuseppe, poco più che ventenne, si ritrovò proprietario di una grande fortuna e “barone”. Sì “barone”, almeno di sangue. Era infatti discendente diretto del vecchio barone Sciacca, figlio del figlio, e adesso, in quanto erede della zia, proprietario del patrimonio prima del barone Sciacca e poi della figlia legittima di quest’ultimo.
Egli trascorse a Castelvetrano gli anni trenta e quaranta nell’agio e nel lusso, circondato e riverito dagli amici e dai concittadini, riconosciuto come il “barone” Di Stefano. Quindi si trasferì a Palermo, dove al contrario di quanto si dice, non visse da “prigioniero”. La sua fu una scelta di libertà, il paese natio gli restava stretto. Tant’è che lui viaggiava al seguito di grandi artisti, tra i quali Maria Callas e Giuseppe Di Stefano, appassionato com’era di musica lirica. Usciva regolarmente dall’hotel e frequentava i migliori ristoranti e ambienti palermitani, in ispecie il Teatro Massimo. Al ristorante dell’hotel, alla grande tavola a lui riservata, lui brillante e colto conversatore, ospitava i grandi personaggi di passaggio a Palermo, in particolare artisti, Maria Callas, il tenore Giuseppe Di Stefano, Renato Guttuso, Carla Fracci, almeno per quanto risulta a me personalmente.
Amava ospitare anche amici che venivano a trovarlo dal paese, con i quali si soffermava in lunghe reminiscenze dei tempi e dei luoghi castelvetranesi. Ricordo con particolare piacere un lungo incontro conviviale con la partecipazione del commendatore Peppino Taormina, del preside Giuseppe Cottone, del professore Ferruccio Centonze, dell’avvocato Isidoro Morici, oltre che la mia. I pranzi erano serviti a base di cibi provenienti da Castelvetrano e cucinati da un cuoco esclusivamente al suo servizio, come il personale di sala, ricordo “don Totò” che gli era particolarmente devoto. Prima del pranzo, che veniva servito puntualmente alle tredici, gli ospiti lo attendevano negli eleganti salotti della hall dell’albergo. Lui, qualche minuto prima delle tredici, attraverso il monumentale scalone, scendeva dal primo piano dove alloggiava nella sua suite piena di piante e di fiori che si affacciava sulla via Roma da una grande terrazza.
Era imponente, elegante, nel suo abito di lino candido in estate o negli abiti di morbido cashmere in inverno, l’immancabile foulard, gli occhiali oscurati. A pranzo gustava sempre la stessa pietanza, di grande semplicità, fatta di grosse patate schiacciate e condite con olio di Castelvetrano, aglio e larghe foglie di basilico. Concludeva il suo pranzo tirando fuori dal taschino della giacca il suo sigaro “Romeo e Giulietta” che fumava dopo averlo estratto dal tubo di alluminio e dalla copertura costituita da una foglia di tabacco che accendeva con cura meticolosa.
Intrattenne lunghi contenziosi con il Comune di Castelvetrano e con l’Istituto Case Popolari a causa degli espropri di vaste estensioni di terreno della località di Belvedere. Non amava gli accordi stragiudiziali per la determinazione delle indennità di esproprio, preferendo la assoluta trasparenza attraverso il ricorso al Tribunale.
Morì nel 1998 nella sua suite dell’Hotel des Palmes, che lo aveva ospitato per un cinquantennio. La sua bara, eccezionalmente e contrariamente ai regolamenti dell’hotel, uscì dalla porta principale omaggiata da tutto il personale. Questo il ricordo del barone Di Stefano, gran signore, personaggio riservato, indimenticabile.
















