Castelvetrano Ricorda, la Vicaria Nuova, l’epilogo triste del vecchio carcere
di:
Salvatore Di Chiara - del 2025-12-12

“La storia dà e la storia toglie”. E così possiamo affermare della Vicaria Nuova. Correva l’anno 1952 quando, viste le condizioni deplorevoli in cui versava, si decise per la sua demolizione. Il giornalista e scrittore Ferruccio Centonze, in uno dei suoi tanti interventi scrisse: “Un pezzo della nostra Castelvetrano è andato perduto per sempre”. La struttura era stata acquistata da un’impresa edile. La stessa - in un momento successivo - la rivendette al Banco di Sicilia, che vi costruì la sua nuova sede.

Per un attimo mettiamo da parte la fine ingloriosa e ripercorriamo le tappe fondamentali del vecchio carcere. I lavori di costruzione ebbero inizio nel 1617 e conclusi, probabilmente, agli inizi del 1619. Il notaio Vincenzo Graffeo lasciò scritto: “Nota come li carceri novi di questa città chiamata li vicaria ci andarono li carcerati ch’erano ni li carceri vecchi et lo primo giorno chi ci habitaro et ci andarono detti carcerati fu lo sabato santo a marzo”. Le date esatte e precise sono la conferma di documenti sincroni e ufficiali. Alle precedenti aggiungiamo: in data 13 febbraio 1618 furono costruite le grate in ferro dal maestro Giovanni di Falco. Una lapide marmorea, con relativa iscrizione, fu opera di Orazio Ferraro.
Sostenuta da appositi arpioni in ferro, venne collocata tra le due finestre del prospetto della torre. L'iscrizione della lapide doveva contenere l’invocazione al gran Dio, il nome di Filippo III (re regnante), il nome del principe di Castelvetrano, don Giovanni di Aragona e Tagliavia e i giurati di Castelvetrano che curarono di erigere quella torre a uso di carcere. All’interno erano presenti delle decorazioni di prim’ordine. Tra questi, quelli del pittore Natale Marchese. Dipinse cinque istorie e un quadro grande per la cappella. Nel 1627 si provvide alla costruzione di cinque segrete (dammuselli). Fu un’opera del maestro Francesco Favuzza. La Vicaria presentava una torre merlata, di altezza pari a metri 23,60. Si divideva in tre ordini. Nel primo vi era un dammuso grande (per i plebei). Nel secondo vi erano due stanze destinate ai nobili arrestati, mentre nel terzo, venivano immessi i criminali. Erano presenti un cortile, una cisterna grande e una cappella.

Nel corso degli anni vennero effettuati diversi interventi. Il più importante porta la data del 1684. Viene ricordato tra le carceri più rigorose dell’isola. Infatti, circolava tra i carcerati un canto particolare: “Megghiu ‘n galera a vucari lu rimu chi carzataru a Castedduvitranu”. Le stesse esecuzioni capitali erano oggetto di considerazioni e fraseologie particolari. Gli studi del Ferrigno aprono a scenari impensabili, che la storia non può omettere. Quest’ultimo, in aperto contrasto con l’allora Regio Commissario Li Voti, definì “scellerata” la scelta di demolire la torre. Per lo storico era “maestosa”, “imponente” e rispondente a tutti i postulati dell’arte. Portò avanti - con tanto di atti notificati e firmati dalle più alte cariche istituzionali - la protesta per evitare la demolizione. La stessa che, purtroppo, avvenne “di notte e di giorno” (3-4 novembre del 1915). Un fatto grave. Un danno alla città di Castelvetrano.
Tanti castelvetranesi lamentarono la perdita di un “pezzu raru”. Niente e nessuno poté intervenire. Nel corso degli anni, perso “oggettivamente” il suo valore, le condizioni poco sicure assottigliarono sempre più le possibilità di una rivalutazione. Alle torri merlate già demolite - dopo quarant’anni - fece seguito l’intero immobile. Per molti fu la fine di un’epoca, con segreti, ingiustizie ed evasioni cancellate definitivamente. Di certo, nonostante il lungo corso storico, rimane scolpita la battaglia del Ferrigno contro la scelta impopolare dettata da… [...]. Siamo di fronte a un’altra pagina di storia che merita le dovute attenzioni.
















