"L'Uomo che pregava nel parco", Gli specchi curvi da Il Nuovo Risveglio, novembre 1982
di:
Beppe Bongiorno - del 2026-01-09

Gli Specchi Curvi di Ferruccio Centonze da Il Nuovo Risveglio, periodico pubblicato dal Circolo della Gioventù dal 1982 al 1990, a cura di Beppe Bongiorno. "L'Uomo che pregava nel parco" (Il Nuovo Risveglio, novembre 1982)

Li vedi lì, seduti sulle panchine di viale Roma o del Parco delle rimembranze. Inseguono ombre, nuvole, pensieri. I più vecchi non comunicano più: forse temono di disturbare. Fu l'altra sera che mi tornarono alla mente i solitari dei Giardini. E fu quando il gatto di casa - 13 anni, 90 dell'uomo - saltò sulla stuoia stesa ad un cordino e rimase là (certo non ha più l'elasticità del tempo in cui distrusse le tende di casa e rovinò due poltrone di pelle contribuendo a squinternare il già magro bilancio familiare).
Bene l'altra sera aveva tentato il salto ed era rimasto sospeso a mezz'aria, implorante solo inascoltato, impigliato com'era con i corni puntuti e squamosi delle unghie, non più retraibili, nella stuoia di spaghi intrecciati. Fu quella sera che l'inconscia trasposizione dei fatti mi riportò l'immagine dell'uomo nel parco. Era lì dentro, con i gomiti in sù, appoggiato ad un tronco. Il luogo era deserto a quell'ora, e zaffate di tramontana trascorrevano tra i rami spogli. Era vecchio, e la curiosità ma anche il pensiero che potesse star male, vinsero ogni mia titubanza. Mi avvicinai e dissi come indifferente. Dissi: "C'è cosa?" L'uomo mi guardò di sbieco perché non si era spostato di un millimetro. E il dialogo si snodò veloce e mi riecheggia ora come in una dimensione irreale.

Eccolo:
- "Niente, pregavo".
- "Con le braccia così?".
- "Certo, il Signore è lassù e non si decide a scendere un momento per vedere da vicino quel che succede in questa martoriata terra".
- "Ma non si stanca?".
- "Chi, il Signore?".
- "Ma no, il mio amico".
- "Che amico, scusi?".
- "Soffro di dolori artritici, dice il dottore, e quando debbo tirarle giù fanno un male cane, dico le braccia. Ha capito ora?".
L'uomo si stava arrabbiando.
- "E se il suo amico ritarda?".
- "Che posso fare?, lo aspetto".
- "Ma se gliele tiro giù io non è lo stesso?".
- "Certo che è lo stesso". Capii dal tono che dubitava della mia intelligenza.
Pian pianino lo tolsi da quella incomoda posizione e nel rimettergli in sesto le braccia si sentivano, nell'aria delle ore tredici e trenta, scricchiolii e stacchi mentre l'uomo guaiva sordamente.
Si girò e mi guardò con gli occhi che si erano annidati proprio giù, in fondo alle orbite, e aveva i pomelli rossi, e la fronte aggricciata anche per lo sforzo. "Grazie", disse.
"E ora che fa?", gli chiesi. "Che debbo fare? Vado a mangiare quattro fichidindia qua all'angolo. Il panellaro a quest'ora è chiuso, né altro potrei masticare". Indicò la bocca. "Una volta sì, i denti li avevo". "Certo, una minestra", azzardai. Rise di cuore. "Bisogna essere organizzati per prepararla, e io non ho una casa vera e propria. Una stanza soltanto, dove vado la sera per dormire". Guardò lontano e stette lì un momento sui suoi pensieri: "La casa di riposo...quella... A quanto pare il reparto uomini lo hanno chiuso".
Fece un passo, poi con uno sforzo evidente alzò ambedue le braccia e sventolò una mano come a salutarmi. Mi mossi perché pensai che avrebbe avuto bisogno del mio aiuto, ma l'uomo mi sorrise. "Ce la faccio", disse. Incassò il collo, tirò su le scapole e riabbassò le braccia. Mi colpì un sospetto. "Mi ha preso in giro, non è vero?". "Che vuole?", disse unendo le palme e guardando il cielo.
Riflettei a lungo. Un espediente suggerito dalla sua struggente solitudine per poter scambiare due parole con qualcuno? Mi lasciò lì e se ne andò per strade vuote mentre il vento portava odori forti di sughi, di fritture, di casa.
Ferruccio Centonze
















