Castelvetrano Ricorda, Don Vito Stillone, il capitano delle catture
di:
Salvatore Di Chiara - del 2026-01-20

“Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente”. Le parole di Nelson Mandela echeggiano prepotentemente nella storia castelvetranese. Nel percorso “quasi millenario” della nostra città, è presente un personaggio lontano parente del pensiero appena citato. Il suo nome è Don Vito Stillone. Chi e cosa ha rappresentato? Correva la seconda metà del Seicento quando, in un territorio dove le condizioni di vita erano discutibili, entrò in scena questa figura abbastanza scorbutica.

L’illustrissimo signor Marchese della Sambuca - Governatore di Castelvetrano - in esecuzione d’ordine dato in Palermo (il 30 dicembre 1666), diede atto (concreto) allo Stillone d’intervenire con forza nel/sul territorio. Da tempo, a partire dal lontano 1637, nonostante la solidità della struttura carceraria castelvetranese, le tentate (e alcune riuscite) evasioni erano in forte aumento. Un dato da non sottovalutare. Tra il citato 1637 e il 1666 erano state almeno otto. A fronte di una situazione giudicata critica, i massimi vertici posero le ultime speranze nel Capitano della città. Lui era un uomo senza fronzoli. “Non guardava nessuno in faccia e colpiva con forza”. I ricatti, le minacce e le violenze facevano parte del suo personale bagaglio.
Una volta conferitogli i gradi, iniziò una dura caccia ai soprusi. Organizzava le ronde e perquisiva ogni angolo del paese. Spesso, con fare meticoloso e dettagliato, divideva i suoi uomini in gruppi. Nelle fasi più critiche ordinava di ampliare il raggio di azione nei paesi limitrofi, con l’obiettivo dichiarato di catturare a tutti i costi i malviventi. E questo, alla lunga, rappresentò (per eventuali fughe) un ostacolo non indifferente. Nei modi poco ortodossi, vanno aggiunte le lunghe torture che riservava ai carcerati. Strumenti di “uso quotidiano” allo scopo di colpire “fisicamente” e “umanamente” la vittima. “I tratti di corda erano continui, non restavano inoperosi”. L’infame strumento era costituito da: una trave in legno rovere, una carrucola e un robustissimo laccio pendente.
Oltre all’interno del carcere, le torture avevano luogo nel Palazzo dell’Università e nella Matrice. Per il buon funzionamento, la corda veniva ispezionata da una persona tecnica all’uopo adibita, la quale doveva riconoscere lo strumento “per torturare senza pericolo alcuno”. Don Vito Stillone era diventato il personaggio indesiderato di Castelvetrano. Uno di quelli da evitare senza mezzi termini. La sua carica durò parecchi anni. In questi (per buona pace dei delinquenti) diminuirono le evasioni. Oltre a una sorveglianza sempre più attenta, subentrò la paura di essere “acchiappati” e “ridotti a cenere”. Un pezzo di storia definita pesante e in un luogo (appunto il carcere) rinomato per le sue condizioni invivibili e insostenibili.

















