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Castelvetrano ricorda frammenti di vita vissuta da “L’aereo toccò finalmente terra”

di: Giovanna Casapollo - del 2026-01-25

Immagine articolo: Castelvetrano ricorda frammenti di vita vissuta da “L’aereo toccò finalmente terra”

Ricordi di Castelvetrano con quelli vissuti in Sardegna negli anni '50, '60 e '70 tratti dal volume "L’aereo toccò finalmente terra". 
Era il 1960 e come ogni estate a Castelvetrano iniziavano le vacanze. E tutti noi ci trasferivamo nella casa di campagna per godere della frescura del suo clima. I miei ricordi di allora sono ancora vividi e intensi. Camminavo con la nonna Giannina e le mie sorelle, avevo addosso un paio di pantaloncini corti e rossi, portavo a mano una bicicletta.  Nella via Giallonghi tutto era polvere, il fondo della strada non era ancora stato asfaltato, il paese era giù lontano, mentre noi salivamo a una maggiore altitudine; le costruzioni invadenti e raccapriccianti che avrebbero divorato vigneti e campi di ulivi assolati e caldi d'agosto, non erano ancora presenti. 

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  • Era iniziato il periodo delle vacanze estive, il nostro abbigliamento e la nostra ansia di arrivare ci preannunciavano giorni di giochi e di gioia. Qualche passante guardava con malizia quelle nudità bambine e sorrideva. La stradina che si inoltrava nella contrada di S. Alessio era ancora immersa nel verde dei mandorli, alti e svettanti, e di vigne pregne di uva in maturazione. La casa era lì che ci aspettava, circondata da un giardino di alberi da frutta e da un recinto in ferro spinato che la separava dalla campagna della Signora Rosa, che vedevamo solo quando era il momento della vendemmia.

    La signorina Maria, con la cognata vedova e i due nipoti erano già lì, arrampicati sull’altalena che ogni anno realizzavamo collegando due mandorli vicini che sembravano fatti apposta per quello.

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  • I grandi chiacchieravano sempre, si dedicavano a tutte quelle attività che una volta facevano prezioso il lavoro delle massaie. Bollivano pomodori per la salsa, stendevano il passato su tavole per farlo essiccare, lavavano centinaia di bottiglie e sterilizzavano conserve di tutti i tipi. La nonna poi, con i fichi bianchi essiccati e tagliati in due riempiva coffe di frutti secchi. In inverno tutto sarebbe risultato utile per il pranzo quotidiano in cui non mancava mai, la pasta cu la sarsa e a Natale i dolci con i fichi, intagliati dalle abili mani della zia Vitina e le sue figlie.

    Il lavoro e il chiacchiericcio degli adulti coprivano i nostri piani di gioco, progettati sotto capanne intrecciate con canne di fiume e legate con cordina, il filo che i grandi usavano per stendere la biancheria lavata nella pila di pietra vicino al pozzo. Di anno in anno i nostri giochi si arricchivano di trovate divertenti e pericolose. Gino, un ragazzino magro e piccolo di statura che abitava alla fine del vialetto accanto alla vigna, era il nostro capo spirituale, da lui dipendevano le decisioni più importanti e a volte rischiose.

    Ricordo quella volta che arrampicatosi sul grande albero di carruba pretese che tutti noi vi salissimo per saltellare da un ramo all’altro alla maniera di Tarzan; al nostro rifiuto, imbronciato, si lanciò in spericolate acrobazie finché un piede in fallo non lo fece precipitare a terra proprio accanto a una grossa pietra. Il fatto piuttosto che addolorarci scatenò la nostra ilarità, ridevamo tutti a crepapelle senza preoccuparci di dargli soccorso. Questo episodio non lo dimenticammo mai ed è uno di quelli che ancora oggi ci raccontiamo, rinnovando il riso e il senso di colpa nei confronti di Gino che quella volta si fece davvero molto male.

    Fortunatamente dopo alcuni momenti di stordimento si rialzò tutto ‘ammaccato’ riuscendo ad allontanarsi e andare verso casa sua chiamando la sua mamma che non si era accorta di nulla. Ma stare insieme per me, le mie sorelle, Eletta, Anna Maria e la piccola Isabella, Fatima la nostra amica permalosa, Pino suo fratello il più alto di tutti, Gino il capogruppo, non significava solo giocare agli indiani con le frecce appuntite, rubare l’uva del vicino, strisciando per terra come soldati in trincea, buttare grossi massi e tappare il pozzo della signora Marta, un’acida vicina di campagna - per vendicarci che non ci diede alcuna ricompensa dopo averci fatto raccogliere le mandorle cadute a terra - raccogliere tutte le noci dell’albero del vicino e ridere di nascosto delle lamentele dello stesso che progettava di tagliare l’albero perché non più in grado di fare frutti. 

    Per noi giocare significava anche riunirci la sera al buio sotto una grande coperta e raccontare il nostro futuro, guardare le stelle e immaginare viaggi stellari, tenendoci per mano, e qualche volta scambiandoci delle tenerezze innocenti che consolidavano la nostra amicizia estiva. Ho ancora negli occhi le corse sopra gli acquedotti a inseguire i nostri piccoli e arruffati aquiloni, i giri in bicicletta e la raccolta dell’acqua, che facevamo con brocche e bacinelle di zinco nel pozzo di Don Ciccio o direttamente alla pompa dell’acquedotto, quando il fontaniere veniva ad aprire la porta di ferro per distribuire l’acqua alla gente di campagna. 

    Il mese di settembre preannunciava la fine delle vacanze. La penultima domenica del mese era dedicata alla festa paesana della “Madonna della Tagliata” e per noi significava che il tempo dei giochi era finito. Anche quella giornata aveva i suoi rituali. La mattina il nonnoci preparava la colazione non con il solito caffellatte ma con i fichidindia che aveva appena raccolto, ci presentava un piatto pieno dei succosi frutti colorati invitandoci però a non mangiarne troppi perché potevano essere indigesti. 

    Finita la colazione ci preparavamo ad andare in chiesa percorrendo i viottoli che attraversavano le campagne coperte di alberi di ulivo con i frutti ancora acerbi e le vigne traboccanti di uva già matura e pronta per essere raccolta. Il viale che portava in chiesa era occupato da entrambi i lati dalle bancarelle degli ambulanti che esponevano le loro mercanzie, bambole di pannolenci,trenini elettrici, e tutti quei giocattoli che noi bambine guardavamo con desiderio, che difficilmente sarebbe stato accontentato.

    S. Alessio è ancora oggi per me sinonimo di libertà, i grandi c’erano ma non li vedevamo, i loro discorsi le loro eterne lamentele si spegnevano nell’aria carica delle nostre grida, delle nostre risa e talvolta dei nostri pianti e dei nostri litigi. Quando ritorno a Sant’Alessio a godere della frescura delle sue sere, oggi che tutti quei ‘grandi’ sono passati a miglior vita, non mi rimane che il fruscio di voci lontane e l’immagine sfocata di altri bambini felici in cui non ritrovo più me stessa.

    Quando ritorno a San Alessio a godere della frescura delle sue serene serate, oggi che tutti quei 'grandi' sono passati a miglior vita, non mi rimane che il dolce fruscio delle voci lontane, un'armonia che porta con sé il peso del tempo trascorso. L'immagine sfocata di altri bambini felici, che un tempo assaporavano la gioia di quei luoghi, ora mi appare come un quadro appeso nel museo dei ricordi. Così, nel silenzio amichevole del paesaggio che conosco bene, lascio che i ricordi si mescolino con la nostalgia, consapevole che ogni stagione della vita ha contribuito a plasmare la persona che sono diventata.

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